Truffa del memecoin Catge: a processo il cugino del promoter Francesco Facchinetti
“Tre settimane di Catge: 19 milioni di dollari di capitalizzazione, oltre un milione di volume nelle ultime 24 ore, 9 mila detentori, più di 20 mila supporter… e dicevano che non sarebbe durato 48 ore. Don’t stop believin”. Questo il tweet con cui il 2 giugno 2021 Francesco Facchinetti, popolare dj e showman figlio di Roby, tastierista e voce dei Pooh, “pompava” la nuova criptovaluta “Catge”, una memecoin che aveva come immagine quella di un gatto (cat) e scimmiottava la memecoin Doge lanciata da Elon Musk. Già a inizio 2022 però il token era crollato e con esso i milioni versati da migliaia di italiani. A distanza di quasi cinque anni, per quella vicenda ora il pm Andrea Gobbis della procura di Milano ha disposto la citazione diretta a giudizio per truffa aggravata di Stefano Longoni, manager 43enne nato a Carate Brianza e residente a Dubai. All’udienza predibattimentale del 24 febbraio è stata ammessa la costituzione di parte civile di un agente dello spettacolo quarantenne che ha denunciato Longoni, accusandolo di averlo convinto ad acquistare e detenere Catge procurandogli un danno di circa 180mila euro. I difensori di Longoni non hanno optato per riti alternativi: dunque, il processo proseguirà il 17 marzo per le richieste di prova e l’apertura del dibattimento. Longoni ha una rilevante peculiarità: è cugino di Francesco Facchinetti.
Facchinetti aveva recitato con convinzione il ruolo di “ambasciatore” del meme token, con molti post sui social network, immagini e video diffusi per esaltare le magnifiche sorti e progressive della criptovaluta simboleggiata da un gatto. L’attività svolta da Facchinetti, in gergo cripto, si chiama shilling: lo “shiller” è un personaggio di solito pubblico, sportivo, showman o dell’economia, che genera un interesse artificiale su un certo token perché viene pagato o per pura convinzione errata. Nei primi mesi del 2022 però, come raccontato dal Fatto, pure Facchinetti pareva aver “perso la fede”: aveva cancellato dal suo profilo Twitter i “cinguettii” su Catge ed evitava di rispondere allo tsunami di attacchi che arrivano da centinaia di risparmiatori inferociti. Catge era sì durato più di 48 ore, ma solo per invogliare un numero crescente di sprovveduti sottoscrittori a entrare nella trappola: la criptovaluta alla fine era crollata. Il team degli (pseudo anonimi) realizzatori di Catge si era dileguato e con loro erano spariti i soldi razzolati da migliaia di sottoscrittori, per la maggior parte italiani.
Secondo la denuncia presentata contro Longoni dall’agente dello spettacolo, il manager avrebbe avuto il ruolo di “promuovere una cripto valuta denominata Catge di cui egli era uno degli ideatori, inducendo in errore circa la genuinità della trattativa”. In questo modo Longoni “si procurava un ingiusto profitto con pari danno per la persona offesa consistito nell’impedirgli di monetizzare il pacchetto di moneta virtuale che aveva ricevuto quale compenso per tale collaborazione e che iniziava a svalutarsi progressivamente, procurandogli un danno di circa 180 mila euro”. Ipotesi prive di fondamento, secondo l’avvocato Matteo Sergio Calori che insieme al collega Marco Brenna difende Longoni: secondo Calori, Longoni non avrebbe avuto alcun ruolo decisorio nella struttura e nelle vicende della memecoin Catge, non avrebbe coinvolto chi lo ha denunciato e dunque non gli avrebbe procurato alcun danno, perché non avrebbe utilizzato “artifizi o raggiri”. Ma soprattutto, dice l’avvocato Calori, Longoni spiegherà in aula le sue ragioni e farà i nomi e cognomi dei veri ideatori di Catge.
Con un palmo di naso sono rimasti però i migliaia di giovani, entusiasti (e sprovveduti) fan della cripto. Una community che si era formata in Rete ed era stata sostenuta sui social network, ma anche da numerosi siti, per “credere” nella possibilità di fare soldi in fretta. I tecnici le chiamano memecoin, monete virtuali ispirate ai meme del web, emesse con progetti di valore intrinseco nullo, su piani di sviluppo nebulosi e quasi mai realizzabili, che non hanno una propria blockchain. Sull’onda del cane Doge di Musk, nella primavera del 2021 fu così lanciato il fantomatico “progetto” della memecoin Catge. Il token fu realizzato a bassissimo costo sulla blockchain Bnb. Il programma della criptovaluta era inconsistente, gli obiettivi di finanza decentralizzata (DeFi) ambigui, la tempistica lasca, mancavano i nomi della società promotrice, di eventuali partner finanziari e del team di sviluppo. Tutti segnali di allarme che molti non colsero, per ingordigia o inesperienza. Dopo il lancio a metà maggio 2021, Catge decollò per capitalizzazione e transazioni, poi via via si spense sino al crollo dell’80% nei primi giorni del 2022. Gli scambi, che il 6 giugno 2021 avevano sfiorato i 6 milioni di dollari, a inizio 2022 si erano di fatto azzerati, così come il valore della cripto. Intanto gli anonimi promotori di Catge avevano cancellato il profilo Twitter della memecoin e svuotato le chat di Telegram sulle quali avevano manovrato una community di ventimila fan. Nel mondo delle criptovalute questo genere di truffa è chiamata rugpull: gli sviluppatori mollano il progetto di colpo e scappano con i fondi dei sottoscrittori, dopo aver venduto più token possibile in breve tempo.
Alle migliaia di vittime di Catge non era rimasto sinora che sfogarsi sui social network. Ora però Longoni dovrà chiarire ai magistrati la sua posizione, oltre a svelare chi si cela dietro lo pseudonimo di “Anna Jane”, che sui social si presentava come la fondatrice di Catge.
Ma non sarà il solo a parlare in aula nel processo per truffa aggravata: il pm Gobbis ha già citato come testimone d’accusa proprio Francesco Facchinetti, che dovrà riferire sulla sua testimonianza rilasciata alla polizia postale di Como il 3 maggio 2024. Secondo le dichiarazioni rilasciate nel 2024 da Facchinetti alla Polizia Postale, “la persona fisica che ha inventato Catge era indiana o pakistana. Anna era… il cofondatore di Catge, l’ho scoperto successivamente, lo pseudonimo di tale Ares, un ragazzo italiano che credo abiti negli Usa. L’ho conosciuto nel 2021 ma non lo vedo da allora, me l’ha presentato mio cugino Stefano. Pubblicamente non mi sono mai esposto nel consigliare l’acquisto di una criptovaluta, non essendo io un consulente finanziario. A differenza di altri personaggi dello spettacolo, pagati per pubblicizzare token, nft o cripto, io non ho mai ricevuto alcun compenso né da mio cugino né da altri per il progetto Catge. Non ho mai posseduto token Catge. Ho solamente connesso delle persone, del tutto gratuitamente. Credo che Catge abbia perso tutto il suo valore per due motivi: primo, il 99% di questa tipologia di token dal 2020 al 2021 è totalmente morto per il crollo del mercato; secondo, un grosso investitore di Catge ha speculato prima pompandola e poi facendola crollare”, aveva spiegato Facchinetti.
Il tipo di frode agli investitori indicata da Facchinetti collima con la truffa chiamata pump and dump, “pompa e scarica”, che consiste nel vendere una criptovaluta autoprodotta abbassandone poi il prezzo, specialità di molti truffatori olandesi. Anche il server che ospita il sito di Catge è, curiosa coincidenza, situato nella città olandese di Rotterdam. Facchinetti si dichiara dunque estraneo. Ma non è la prima volta che il dj rimane coinvolto in vicende poco edificanti: molti ricordano il suo precedente con Stonex One, il “telefonino italiano” lanciato dal dj tra il 2014 e il 2015 con 150mila pre-ordini. Peccato che, dopo poche settimane di produzione e 7mila cellulari realizzati, la società costruttrice andò in crac, lasciando i clienti con un device senza futuro. Anche in quel caso, Facchinetti si chiamò fuori spiegando di non avere avuto alcun beneficio dalla vicenda.