Referendum, boom dell’affluenza: alle ore 23 è al 46%. Il dato più alto in Emilia-Romagna, in coda la Sicilia
Urne aperte e affluenza da record per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Il dato sulla partecipazione alle urne registrato alla prima rilevazione effettuata alle 12 è stato del 14,9%, mentre quello delle ore 19 è salito quasi al 39% (il dato definitivo è del 38,9%) e alle 23 ha raggiunto il 46,07%. I seggi sono aperti fino alle 23 e riapriranno lunedì dalle 7 alle 15. Il dato è oltre il doppio rispetto a quello era stato rilevato alla stessa ora, nel giugno 2025, per la tornata referendaria che chiamava ad esprimersi su cinque quesiti, tra lavoro e cittadinanza.
Oltre 51 milioni di elettori sono chiamati a votare per confermare o bocciare la revisione della Carta che introdurrebbe la separazione delle carriere, la creazione di due Csm (uno per i giudici, l’altro per i pm) e una Corte disciplinare autonoma.
Il quorum non è richiesto per la validità e per questo la partecipazione al voto è un elemento decisivo. Gli ultimi sondaggi hanno dato il No il vantaggio, ma secondo la maggior parte degli analisti una percentuale di votanti superiore al 50% potrebbe favorire il Sì. Questo perché l’elettorato di centrodestra è sembrato meno interessato al quesito rispetto a quello di centrosinistra, più mobilitato nelle ultime settimane. Se partecipasse più del previsto, potrebbe incidere sul risultato.
Il dato in crescita rispetto ai precedenti
Dopo il primo segnale di una partecipazione elevata al voto già arrivato a mezzogiorno, il dato delle 19 conferma il boom dell’affluenza con una percentuale del 38,9%: quasi di 10 punti in più rispetto al precedente del referendum del 2020 sul taglio del numero dei parlamentari che, nel primo giorno di voto allo stesso orario, aveva fatto registrare una partecipazione del 29,7% degli aventi diritto. Per quanto riguarda gli altri precedenti di referendum costituzionali (nei quali, va ricordato, non è necessario il raggiungimento di un quorum) il dato dell’affluenza delle 19 si conferma quasi da record. Solo nel 2016 sulla riforma Renzi (si votò, però, solo in un giorno) alle 19 aveva votato il 57,24%. Negli altri casi, partecipazione molto più bassa. Al referendum del 2001 sulla riforma del Titolo V l’affluenza alle urne delle 19 era stata al 23,9%. A quello sulla devolution del 2006 alle 19 del 25 giugno aveva votato il 22,4%.
L’affluenza è in crescita anche se confrontata con le consultazioni popolari più recenti. Nel 2025, al referendum su lavoro e cittadinanza, si era registrato un dato alle ore 19 del 16,16%. Tornando a quello del 2011 su acqua e nucleare, l’affluenza alla stessa ora fu del 30,3%. La tendenza ad un’ampia partecipazione era emersa già alle ore 12, quando il dato del 14,9% era già superiore a tutti gli altri precedenti già citati, ad eccezione appunto del referendum del 2016 sulla riforma Renzi quando, però, si votò in un solo giorno.
L’affluenza per Regione
L’Emilia-Romagna si conferma, alle 19, al primo posto fra le Regioni nell’affluenza, con il 46,3%, circa otto punti sopra alla media nazionale. Emblematico il confronto con le regionali di un anno e mezzo fa: alle 19 del primo giorno di referendum ha votato praticamente la stessa percentuale degli elettori totali delle regionali del 2024 (46,4%), che si svolsero anch’esse in due giorni. Allora l’affluenza alle 19 fu del 31,03. La provincia di Bologna con il 49,3%, è quella che ha votato di più. In molti comuni (fra cui il capoluogo e molti di quelli della prima cintura) si è già superata la soglia del 50%. Affluenza molto sostenuta anche a Modena (46,8%) e Reggio Emilia (46,5%).
Maglia nera la Sicilia, con il 28,7%. All’Emilia Romagna seguono la Lombardia col 45% e la Toscana col 44,7% e Veneto con 43,2%. In coda, poco sopra Sicilia, ci sono la Calabria col 29,3% e la Campania col 29,9%
I risultati degli altri referendum costituzionali
Sono quattro i precedenti referendum costituzionali a cui guardare. Il primo risale al 7 ottobre 2001, quando gli elettori furono chiamati a confermare la riforma del Titolo V, voluta dal centrosinistra per ampliare le competenze delle Regioni. Il Sì prevalse, segnando l’unico intervento organico sul regionalismo approvato direttamente dal corpo elettorale. Dei 49,4 milioni di aventi diritto, votarono solo 16.843.420 cittadini, cioè il 34,05%. Il Sì si impose con il 64,21% contro il 35,79% dei No.
Cinque anni dopo, nel giugno 2006, il Paese tornò alle urne per pronunciarsi sulla riforma voluta dall’allora esecutivo di centrodestra che puntava a ridisegnare la forma di governo, introdurre un Senato federale e a conferire alle Regioni competenze esclusive su sanità, scuola e polizia locale. Il No vinse nettamente: l’affluenza si attestò al 53,8% e i voti contrari alla riforma furono il 61,29% contro il 38,71% di Sì.
Il 4 dicembre 2016 arrivò il referendum sulla riforma Renzi-Boschi che proponeva il superamento del bicameralismo paritario, la revisione del Titolo V e la soppressione del Cnel. Si recarono alle urne in 33.244.258, pari al 65,48%. La vittoria del No sul Sì fu netta: 59,12% a 40,88%.
Nel 2020 gli italiani furono chiamati a confermare il taglio dei parlamentari. La riduzione del numero di deputati e senatori, sostenuta da una larga maggioranza parlamentare, ottenne un consenso trasversale e fu approvata con oltre due terzi dei voti. Alle urne si recò il 53,8% degli aventi diritto. Il Sì ottenne il 69,9% dei voti, a fronte del 30% dei No. La riforma ha ridotto i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200.