Antonio Cicala, l’ispettore “non irregolare” alle prese con “L’incastro dei cocci”. Il giallo sulla ‘Ndrangheta di Francesco Rattà
Se Napoli ha il commissario Ricciardi e Aosta il vicequestore Rocco Schiavone, anche la Calabria avrà il “suo” poliziotto: il sostituto commissario Antonio Cicala che, in realtà, è un ispettore in servizio alla squadra mobile di Zancarota. Che poi è Catanzaro perché, nel suo primo libro “L’incastro dei cocci” (edito Albatros il Filo) è chiaro che Francesco Rattà ha anagrammato le località in cui ha ambientato il romanzo. Un giallo dagli ampi tratti autobiografici che ricordano la carriera dell’ex capo delle squadre mobili di Reggio Calabria, Catanzaro e Roma dove è stato anche vicario del questore e dove oggi Rattà è il direttore dell’Ufficio Analisi Interforze nella Struttura per la Prevenzione antimafia del ministero dell’Interno.
Schivo di carattere e maniacale nel suo lavoro, il nome di Rattà è legato a importanti inchieste contro i clan e alla cattura di pericolosi latitanti: dai Pesce di Rosarno ai Pelle di San Luca. Uno su tutti: il blitz del 2016 quando la squadra mobile di Reggio Calabria da lui diretta scovò Giuseppe Crea e Giuseppe Ferraro in un bunker a Maropati, nella Piana di Gioia Tauro, dove il figlio del boss Teodoro “Toro” Crea e il killer di Oppido Mamertina si erano nascosti in una zona impervia tra Melicucco e Rizziconi.
I nomi, i personaggi e i fatti raccontati da Rattà sono frutto della sua immaginazione. L’ispirazione, però, è un’altra cosa. Ecco che dalle operazioni (reali) della Dda alle pagine del romanzo, è un attimo. L’aria che si respira è la stessa, quella di una Calabria cruda e spietata. Ma anche di una Regione dove la normalità è possibile e dipende dagli occhi con cui la si guarda. Ne “L’incastro dei cocci” sono quelli del sostituto commissario Antonio Cicala, un personaggio “normale” che si ritrova a indagare il fenomeno mafioso nella sua terra di origine.
Come l’autore, è nato anche lui a Montepaone che nel libro, anagrammato, diventa quindi “Panomeonte”. La sua è una storia di giustizia, suspense e colpi di scena che cattura fino all’ultima pagina.
Rattà ha costruito un giallo realistico e avvincente che inizia con la morte di Giulia De Santis, una studentessa calabrese di giurisprudenza poco più che ventenne. Una tragedia che stava per essere archiviata come un suicidio se non fosse per la scomparsa, poco dopo, di Mariangela Colussi, sua coetanea ma nipote di un senatore componente della Commissione antimafia.
Poco più di 300 pagine dove le due morti si intrecciano con l’omicidio, avvenuto a Milano a colpi di lupara, dell’assistente parlamentare Alessio Morelli e con l’overdose di Jhoanna Espinosa, una giovane prostituta colombiana coinvolta nel riciclaggio di capitali legati al narcotraffico gestito da un latitante della ‘ndrangheta, di origini reggine. Lo stesso che si nasconde dietro il complesso mosaico sul quale indaga Cicala.
La scelta del protagonista del libro non è casuale perché “l’investigatore è un appartenente al ruolo degli ispettori. – spiega Rattà – Ho voluto rendere omaggio ai tanti poliziotti, ai sottufficiali, che costituiscono la spina dorsale di tutta l’investigazione italiana della Polizia di Stato. Quindi ho voluto rendere omaggio alla Polizia giudiziaria e, per questa ragione, il protagonista non è un commissario come solitamente avviene, ma è un ispettore, o meglio, un sostituto commissario che appartiene al ruolo degli ispettori. È un personaggio tra virgolette regolare, cioè nel senso che lui è analitico, studia il caso, si legge le carte dalla, dalla prima all’ultima. Cicala è dotato di grande intuito investigativo, però è pratico e rimane sempre ancorato all’analisi dei dati. Non si spinge mai in avanti, non ha delle intuizioni miracolistiche, nel senso che non trasgredisce mai quelle che sono le regole e quindi è soltanto grazie all’olio di gomito che riesce a risolvere i casi. Ma è anche un personaggio umano, molto deciso e non ha nessun problema a scontrarsi con i suoi superiori per far valere qualche aspetto che loro non condividono. Lo fa anche a costo di essere redarguito e considerato eretico, come è scritto nel libro dove si mette contro un questore”.
Suicidi che diventano omicidi. Scomparse camuffate da sequestri di persona. Cosa ha ispirato Francesco Rattà è un facile esercizio di intuizione: “Sono casi realistici. È tutto inventato, però il dato di partenza è la realtà che chiaramente, nel caso mio, supera la fantasia. Io non ho bisogno di lavorare di fantasia, basta attingere alla cruda realtà calabrese per scrivere queste storie. L’unica cosa un po’ ‘spinta’, perché l’ho voluta portare alle estreme conseguenze, è l’uccisione del segretario di un senatore dell’antimafia. Ovviamente all’insaputa del senatore, questo faceva affari con la ‘Ndrangheta. E poi c’è il grosso latitante che aveva ammazzato non so quante persone, ed era l’autore pure degli omicidi delle due ragazze, messe a tacere perché erano venute a conoscenza del narcotraffico”.
Mettere in fila tutto, quindi, è stato il compito dell’ispettore Cicala che, sugli scaffali delle librerie, dal 27 febbraio fa compagnia al commissario Ricciardi e al vicequestore Rocco Schiavone.
“Quelli di De Giovanni e Manzini sono personaggi che io ammiro e stimo. – conclude l’autore – Loro parlano con i morti, hanno le allucinazioni, hanno le visioni. Nel mio libro tutto questo non succede. Il mio è un personaggio regolare o meglio ‘non è irregolare’. È un personaggio metodico che, come tutti gli investigatori poliziotti, hanno come faro e come stella polare la legge, che non trasgrediscono mai”.
Francesco Rattà ha lavorato in Calabria per 27 anni. Un periodo lunghissimo fatto di inchieste contro la ‘ndrangheta. Una di queste ha ispirato “L’incastro dei cocci”. Tante altre storie, oltre al loro percorso giudiziario, sono sicuramente rimaste nella memoria dell’ex capo delle squadre mobili di Catanzaro e Reggio Calabria che da oggi è anche uno scrittore di romanzi gialli. Storie che, forse, finiranno in un secondo libro.