Il mondo FQ

Quarant’anni dopo l’inizio del Maxiprocesso, Palermo è una città diversa e più consapevole

Il 10 febbraio 1986 segnò un prima e un dopo nella lotta a Cosa Nostra, in una città che allora 'puzzava di morte'
Quarant’anni dopo l’inizio del Maxiprocesso, Palermo è una città diversa e più consapevole
Icona dei commenti Commenti

In una città con pochi momenti di gioia il tempo del ricordo viene scandito, almeno nel Novecento, dal calendario delle stragi, dei delitti eccellenti e degli anniversari dei processi. Anzi del processo. Perché quello iniziato il 10 febbraio 1986 non era un processo ma il processo. Anzi il maxi. Il più grande procedimento penale mai celebrato contro la mafia. Il primo che i magistrati poterono affrontare con una consapevolezza sulle strutture, le pratiche, la conoscenza delle regole di Cosa Nostra.

Il 10 febbraio 1986, anche per questo motivo, segnò un prima e un dopo. Non si giudicavano solo i 475 imputati, il maxi andava oltre. Giudicava la credibilità di Buscetta, il lavoro del pool antimafia. Avrebbe segnato la capacità dello Stato di combattere, per la prima volta, il fenomeno mafioso e la capacità delle istituzioni di rendere persino possibile la rottura di alcuni miti fondanti di Cosa nostra siciliana: l’omertà, la segretezza e l’impunibilità.

Il 10 febbraio di quarant’anni fa non segnò solo una svolta giudiziaria: rappresentò una frattura nella storia di Palermo e dell’Italia intera. Il dopo, comunque, non sarebbe stato più lo stesso.

La Palermo che faceva da quinta al processo era una città che puzzava di morte. Non metaforica. La guerra di mafia con cui i corleonesi avevano eliminato la fazione di Bontade e Inzerillo aveva insanguinato le strade ad un ritmo di più di un morto ammazzato al giorno. Ancora nell’aria si respirava l’odore dell’esplosione che aveva ammazzato Rocco Chinnici e i suoni dei proiettili con cui erano stati eliminati Mattarella e La Torre, Cassarà e Montana, Dalla Chiesa. Era una città in gabbia. Non si usciva, con il teatro Massimo, uno degli orgogli di questa città, chiuso e diventato simbolo nero di una città irredimibile e con i silos nelle piazze per approvvigionarsi d’acqua.

Una cappa pesante. Di smog, polvere da sparo sospesa nell’aria, sporca dentro e fuori. I giornali che facevano la conta dei morti come bollettino quotidiano di guerra. E ovunque mafia, nelle istituzioni e nell’economia, negli sguardi nelle piazze e nei bar. Una città in cui la morte era visibile. E palpabile. In cui i bambini andando a scuola avevano imparato a non stupirsi più dei lenzuoli bianchi sui cadaveri. E in cui i bambini stessi diventavano corpi sotto quei lenzuoli. La mafia era cosi totalizzante che anche un bimbo la poteva percepire. Respirando, inconsapevolmente, un clima di guerra.

La mafia non era un concetto astratto, era una presenza quotidiana. Si manifestava nei silenzi degli adulti, negli sguardi abbassati, nelle frasi lasciate a metà. Palermo viveva una normalità deformata, in cui la violenza conviveva con la vita di tutti i giorni. Anche per un bambino, anche per me, Palermo aveva solo tre colori: il grigio del quotidiano, il nero del lutto e il rosso del sangue.

Anche per questo chi non voleva accettare un destino che sembrava già scritto si aggrappava con forza ad un altro colore, quello verde. Quello dell’aula bunker. E si, anche quel colore veniva percepito dalla città. Non solo in televisione ma nella vita di ogni giorno. In quel mezzo blindato messo a guardia dell’Ucciardone che ogni mattina vedevo andando a scuola, la stessa scuola dove i bambini si insultavano proferendo l’insulto massimo, quel “Sei un Buscetta” che, nel gergo inconsapevole usato da bambini, rappresentava tutto quello che di male si poteva dire all’altra persona. Perche la mafia era, ed è, anche questo. Un lavoro di egemonia sociale.

La città dei lenzuoli bianchi e della rivolta era ancora lontana da venire. Il dibattito pubblico voleva i magistrati isolati, anche fisicamente. Ancora la morte di Biagio e Giuditta, due ragazzi uccisi pochi mesi prima dell’avvio del maxi in un tragico incidente che aveva visto coinvolta un’auto della scorta, veniva imputata a magistrati che usavano le blindate come fossero giocattoli. Come se il problema di questa città non fosse la mafia ma chi la combatteva. E che pochi anni dopo ne avrebbe pagato un prezzo terribile in quel drammatico 1992.

In questo clima si svolsero le udienze del maxi. In una città impaurita e scoraggiata. Pessimista anche. Troppi processi si erano conclusi con un nulla di fatto, la speranza sembrava essersi persa sotto i colpi dei mitra e le esplosioni delle bombe di una Palermo, come titolavano i giornali, assomigliante a Beirut.

Pochi credevano che quel processo sarebbe stato diverso. La mafia appariva vincente e imbattibile, Palermo sembrava immobile e sospesa. Lo credevano anche i mafiosi chiusi nelle gabbie nell’aula bunker. Spavaldi e sicuri che, anche questa volta, se ne sarebbero usciti con pene lievi e mantenendo l’aura di imbattibili e impunibili.

Andò diversamente. Anche grazie al coraggio di uomini e donne. Del presidente Giordano e del pool antimafia, di chi lavorò per mesi tra carte e cavilli, di chi non si volle arrendere.

Per la prima volta, Cosa Nostra veniva raccontata dall’interno e riconosciuta per quello che era: un’organizzazione verticistica, un sistema di potere, non una somma di crimini isolati. Per la prima volta le condanne – ergastoli e migliaia di anni di carcere – ruppero il mito dell’invincibilità mafiosa. Per la prima volta lo Stato dimostrò di poter colpire l’organizzazione criminale più potente del Paese. I nomi che erano stati già scritti 10 anni prima nella relazione di minoranza della commissione antimafia nel 1976 firmata Terranova e La Torre erano, adesso, anche negli atti giudiziari.

Ma a Palermo, molti lo sapevano già: quella vittoria avrebbe avuto un prezzo altissimo. Già nei mesi successivi. La rabbia dei corleonesi avrebbe insanguinato ancora le strade di Palermo. Chi, dentro lo stato, non voleva alterare gli equilibri si mise subito al lavoro.

Oggi, a quarant’anni di distanza, Palermo è una città diversa. La mafia esiste ancora ed è ancora forte, non spara e fa affari, ma la città non è più immersa in una cappa. I bambini non devono fare lo slalom tra i cadaveri per andare a scuola, il centro storico non è più una zona off limits ma brulicante di turisti. Il teatro Massimo è riaperto e domina una delle piazze più belle di Palermo finalmente liberata dalle automobili.

Palermo non è guarita del tutto, i recenti arresti e le notizie di cronaca lo ricordano, ma è più consapevole. Camminando per le sue strade, quella cappa di piombo e morte ha lasciato spazio ad altro. Ad esempio alla memoria che, quando non è semplice celebrazione retorica, è una parte viva di questo cambiamento.

La mia generazione ha attraversato una guerra e ha vissuto un dopoguerra. Ha visto i lenzuoli arrossati dal sangue e quelli appesi nei giorni dopo le stragi di mafia del 1992, ha avuto figli e figlie di boss come compagni e compagne di classe ed è scesa in piazza, ha fatto la fila davanti ai silos di acciaio per l’acqua che non arrivava nelle case e la fila per poter vedere il teatro Massimo. Ha pianto ai funerali e ha applaudito quando i super boss corleonesi venivano arrestati. E si è ripresa, per la prima volta dopo decenni, la propria città.

Non lo sapevamo ma quel 10 febbraio 1986 stava cambiando tutto e stavamo cambiando anche noi. Alla fine il primo colore che ruppe il nero di una città dei morti fu proprio quel verde dell’aula bunker.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione