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Donald Trump, il Rimba che si credeva Rambo, sfidato proprio dalla sua città

Ieri gli interventi in Iraq e Afghanistan, oggi il crollo definitivo dell’impero americano causa minacce e dazi autogol: un videogioco spara-spara a vanvera. Da Maduro al grana padano
Donald Trump, il Rimba che si credeva Rambo, sfidato proprio dalla sua città
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Nel bel mezzo del Novecento Thomas Stearns Eliot, grande poeta anglo-americano (e pure robusta tempra reazionaria), si chiedeva “dov’è la saggezza che perdemmo con la conoscenza? Dov’è la conoscenza che perdemmo con l’informazione?”. Parole suggestive, preziose per capire come l’Occidente abbia irrimediabilmente dilapidato cultura, identità e autostima, ma che non valgono per l’America profonda; il cui livello di conoscenza è il “allo straniero prima si spara” dei vecchi film western, “il lieto fine come fede nazionale” (Mary Mc Carty) quale pseudo saggezza. Caso umano che più del vate ci aiuta a capirlo il canzonettista: Giorgio Gaber, canticchiando “gli americani sono gli unici al mondo che a Disneyland non si sentono idioti neppure per un attimo”.

Casa Disney, la multinazionale dell’intrattenimento, nata dai fumetti e proseguita con i film blockbuster; sempre armamentari bellico-comunicativi, insieme a CocaCola e all’insapore polpetta di carne nel panino, al servizio dell’americanizzazione più rimbambente: il concentrato stelle-e-strisce di significanti e stili di vita a conferma della propria straordinarietà. Meglio della CIA e delle conferenze TED (sempre non si tratti della stessa roba). Un mix di rappresentazioni infantilizzanti impersonate dai due tycoon di quest’epoca regressiva.

La pista comic ci porta ai deliri del Paperone dei Paperoni Elon Musk, affascinato dai cosmisti russi e le loro colonizzazioni dello “spazio profondo” (copy Francesco Guccini, quando faceva il fumettaro in coppia con Bonvi), soprattutto scoprendo nell’edizione Usa di Métal Hurlant i miti transumani e post-umani delle saghe Meta-baroni e Incal, create dal pazzoide visionario Alejandro Jodorowsky.

Sempre in materia di mentalità a fumetti è non da meno l’attuale vice presidente Vance, idealizzatore del popolo “hillbilly”. Gli abitanti delle zone rurali e montuose degli Stati Uniti eletti da un disegnatore molto noto negli anni ’50 – Al Capp – a emblema di rozzezza e grullaggine: la famiglia Yokum di Dogpatch, descritta come “una progredita comunità dell’età della pietra”. Lo script ambientato nei monti Appalachi, apparso negli anni ’60 anche in Italia nelle pagine della testata Linus, ora aggiornato al tempo della Rust Belt e della classe operaia bianca disoccupata (la “fascia della ruggine”; ossia le fabbriche chiuse dalla de-industrializzazione) nel memoir di James David Bowman – alias J.D. Vance – Elegia Americana. Un’elegia poco elegiaca del macho numero due alla Casa Bianca.

Stante che il numero uno è il super-macho Donald Trump, narcisista iomaniaco con pretese fenomenali in quanto a erezioni decennali; tanto da pretendere dalle mercenarie, ingaggiate per una notte, pure l’over-service: la dichiarazione mattutina alla stampa di avere appena conosciuto niente meno che “il migliore sesso della propria vita”. Il feticista del capello ispirato dalla più grande icona filmica del machismo bellico yankee dell’ultimo mezzo secolo: Rambo, portato sullo schermo da Sylvester Stallone; purtroppo di etnia italo-americana. Quindi poco in linea col razzismo sottotraccia del mito bianco, anglosassone e protestante della deep America caro al feticista del capello, affossatore del proprio Paese di cui vorrebbe rinnovare la grandezza. Fissazione antica, se già il presidente Teodoro Roosevelt (1901-1909), premio Nobel per la Pace 1906 (altra fissazione!), le sparava grosse: “i pionieri avevano la giustizia dalla loro parte. Questo grande Paese non poteva rimanere la riserva di caccia per miseri selvaggi”.

Già quello un tipico bullo amante del fare a botte, fondatore alla baionetta dell’impero americano d’oltremare, nel film Il vento e il leone di John Milius 1975. Sette anni dopo farà la sua apparizione – regia di Ted Kotcheff – l’icona ispiratrice dei Rimba a venire: l’ex corpi speciali tutto muscoli e cervello lesionato dal trauma vietnamita, che già Ronald Reagan voleva arruolare – trascurandone la natura virtuale – per liberare i funzionari sequestrati nell’ambasciata Usa a Teheran. L’epigono Trump si rambizza a gogo ignorando che tale mascherata ha prodotto solo disastri. Ieri gli interventi in Iraq e Afghanistan, oggi il crollo definitivo dell’impero americano causa minacce e dazi autogol: un videogioco spara-spara a vanvera. Da Maduro al grana padano.

Realtà romanzesca, ora il mitomane Trump viene sfidato in stile western sulla main street di New York dal neo sindaco islamico Zohran Mamdani, che parla con l’eloquenza di un Kennedy: plot del figlio di immigrati tedeschi e l’immigrato ugandese che impersonificano l’eterno scontro tra l’America profonda alla John Wayne e quella cosmopolita con centro nella Grande Mela. “Insieme inaugureremo una generazione di cambiamento. E se restiamo su questa strada coraggiosa non ci limiteremo a fermare Trump: impediremo la nascita del prossimo Trump. Dopotutto se c’è una città capace di mostrare al Paese come battere Trump è la città che lo ha generato”.

Messaggio forte e chiaro per i Rimba che si credono Rambo (e le loro cortigiane): “Donald Trump, so che stai guardando: turn the volume up. In questa nuova era rifiuteremo chi sguazza in odio e divisione”.

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