“Viviamo nelle grotte per sfuggire alle violenze degli israeliani”: storie di palestinesi cacciati dai coloni sostenuti dal governo Netanyahu
“Viviamo nelle caverne perché qualsiasi cosa costruiamo viene distrutta dagli israeliani”. In una grotta di circa 40 metri quadrati, situata nell’area di Masafer Yatta, a sud di Hebron, in Cisgiordania, l’ottantenne Nuzha Jibril al-Najjar ha messo al mondo tutti i suoi figli dopo aver reso abitabile la caverna. Perché ha deciso di tornare a uno stile quasi preistorico della vita? L’occupazione e la distruzione delle terre palestinesi da parte degli israeliani. “Loro – racconta la donna al sito web arabo Alraseef 22 – hanno distrutto perfino il recinto delle pecore”.
Le demolizioni delle case dei palestinesi e l’espropriazione dei loro terreni sono all’ordine del giorno. Secondo un’inchiesta del Financial Times, il motivo sarebbe che “ai coloni israeliani nella West Bank sono stati dati nuovi poteri, come quello di arrestare e dichiarare un luogo zona militare, chiudendolo”. Questa situazione va letta nel contesto degli eventi del 7 ottobre 2023, dove 1.200 israeliani sono stati uccisi e 250 sequestrati da Hamas. La successiva mobilitazione delle forze militari israeliane verso il confine con il Libano e all’interno di Gaza ha spinto il governo di Netanyahu a sopperire alla mancanza di uomini dando carta bianca ai coloni illegali.
Con l’inasprirsi delle violenze e delle confische, i palestinesi si sono inventati nuovi modi per resistere. Da tempo ormai gli abitanti della zona di Masafer Yatta hanno trovato rifugio nelle grotte circostanti, trasformando quei buchi nella roccia in vere e proprie abitazioni. “Questa è una situazione unica”, spiega al sito online Nidal Younes, a capo del consiglio del villaggio di Masafer. “Ci sono circa 120 grotte abitate da famiglie”.
Ma vivere in questi buchi nella roccia non sembra bastare. “Quest’anno i soldati hanno perquisito la grotta quattro volte”, ricorda Shehadah Salama Makhamreh che abita insieme ad altri 20 membri della sua famiglia. “L’ultima volta è stata durante la festa del Sacrificio. Hanno terrorizzato le donne e fatto piangere i bambini”.
Decisa a non abbandonare la sua grotta è Ragia Hamida (60 anni) che condivide quegli spazi con il marito e altri 8 membri della sua famiglia. “Mio papà usava questa caverna per stipare le sementi e il bestiame, fino a quando non abbiamo costruito un fienile qui fuori”. La famiglia ha deciso di vivere nella grotta, nonostante posseggano una casa a Masafer Yatta, per evitare che i coloni israeliani occupino il loro terreno fuori città e costruiscano un insediamento. L’intera località ricade sotto l’area C, assegnata al controllo militare israeliano secondo gli accordi di Oslo. “La vita qui è molto dura – spiega la donna al quotidiano al Araby el Jadeed -, non ci sono servizi e per l’illuminazione ci affidiamo a un generatore che gli israeliani continuano a confiscare”. Ma, sottolinea, “non importa quanto ci opprimano, non ci arrenderemo, staremo qui!”.
A nord della Cisgiordania, vicino Nablus, la situazione è identica. Sadqi Aqrabawi, 28 anni, ha perso tutto. “Non possiamo stare senza un rifugio e vivere in una grotta è sicuramente meglio che dormire all’aperto”. La casa del giovane palestinese, che ha moglie e figli, è stata demolita dall’esercito israeliano. Senza più un abitazione, Aqrabawi aveva trovato riparo per un breve periodo in un prefabbricato di lamiere di due stanze. Poi, ancora una volta, le forze israeliane hanno demolito anche quello. “Questa è una scelta imposta dalle circostanze – spiega al quotidiano al Araby el Jadeed – dopo che ci hanno trasformati in senzatetto”. E aggiunge: “I coloni vogliono questa terra, ma io rimarrò non solo in difesa delle mie cose, ma di tutta la gente di Aqraba”.