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Paul Krugman lascia il New York Times, ma vede la luce in fondo al tunnel del trumpismo

Paul Krugman lascia il New York Times, ma vede la luce in fondo al tunnel del trumpismo
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Il trionfo di Trump e il trumpismo dilagante, qui da noi rappresentati dalla destra di Giorgia Meloni, hanno messo a dura prova i pilastri della cultura sinistrorsa occidentale, quella che domina da tempo i media. In tutto questo caos politico e sociale, che ha visto Donald fare il bis alla Casa Bianca e le destre guadagnare terreno in Europa, possiamo decifrare una profonda frustrazione e, in molti casi, una depressione tra i liberal, colti di sorpresa da svolte politiche che non avevano previsto.

Trump incarna il perfetto nemico, il Babau, l’antitesi di quel modello “woke” che una volta prometteva inclusività e progresso e che oggi traballa.

In questo scenario, Paul Krugman, Nobel per l’Economia, nel suo ultimo editoriale ha annunciato l’addio al New York Times, ormai divenuto un triste baluardo della cultura di sinistra tanto vituperata dai seguaci di Trump. Negli anni 2000, i liberal erano galvanizzati da un futuro pieno di ottimismo, spinti dalla convinzione nel progresso continuo e nella bontà intrinseca delle innovazioni e della globalizzazione. La vittoria di Trump e il risveglio di un conservatorismo aggressivo, più estremista e molto spesso in guerra, hanno segnato non solo una sconfitta politica, ma un vero attacco a quell’ideale di progresso e inclusività bollati come woke.

Oggi il panorama è radicalmente cambiato. La fiducia nelle élite e nei media tradizionali è crollata, le crepe nel sistema sono diventate visibili a tutti e la gente non crede più nelle capacità di chi per anni aveva governato seguendo parole d’ordine che non risuonano più e anzi provocano rigetto.

I miliardari, un tempo eroi dell’innovazione, ora sono visti sotto una luce diversa. Personalmente ritengo che tassare i ricchi sia fondamentale in una società moderna; fino agli anni ‘80, in America, i super-ricchi pagavano un’imposta media del 70%. Invece oggi eccoci qui, afflitti da enormi disuguaglianze di reddito e personaggi come l’oligarca Elon Musk, una volta celebrato come paladino del futuro e dell’innovazione e ora ‘gran consigliori’ di Trump: lui e il 47esimo presidente degli Stati Uniti (alert Napoli) rappresentano il perfetto capro espiatorio per i liberal: simbolo di tutto ciò che è andato storto.

Nonostante abbandonerà il NYT, Krugman continuerà a scrivere altrove, e malgrado l’atmosfera grama intravede una luce in fondo al tunnel. Sarà. L’economista sostiene che, anche se il risentimento e la rabbia sociale generata dal populismo hanno portato al potere persone inadeguate, i nuovi leader della destra non riusciranno a mantenere le loro promesse elettorali, e nemmeno la loro posizione, troppo a lungo. La gente inizierà a domandarsi perché dovrebbe seguire personaggi che, retorica a parte, fanno parte dell’élite che criticano.

Ecco perché, nonostante tutto, secondo il campione sconfitto dei dem americani, la sinistra non dovrebbe lasciarsi trascinare giù da questo ciclo di cinismo e pessimismo. Per cui propone:

Regola n. 1: non restare a guardare mentre il trumpismo cerca di rifare il mondo a sua immagine e somiglianza.
Regola n.2: non avere nostalgia per un passato idealizzato.
Regola n. 3: non provare invidia verso coloro che ora sembrano detenere il potere (i “vincitori” percepiti dell’era attuale inclusi i miliardari e le figure politiche che incarnano il cambiamento) ma che sicuramente lo perderanno.

Perché il pendolo della politica e della storia funziona così. E perché “chi vive nel futuro è ansioso, chi vive nel presente è sereno”, come scrisse Lao Tzu.

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