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Gli elettori possono sbagliare? Il caso del presidente Trump può stabilire un criterio

Gli elettori possono sbagliare? Il caso del presidente Trump può stabilire un criterio
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L’elezione di Donald Trump è una disgrazia, come sostenuto tra gli altri da Elly Schlein e da Manon Aubry, del partito France Insoumise, Presidente del Gruppo Sinistra Unita nel Parlamento Europeo. Sono state proposte molte analisi delle ragioni per le quali gli elettori hanno preferito Trump a Harris, analisi che si fermano immediatamente prima di una conclusione non dicibile comune: gli elettori hanno sbagliato. Questa conclusione è anatema per tutti i populisti, per i quali il popolo ha sempre ragione; ma è inevitabile e riconosce all’elettore l’onore e l’onere della sua responsabilità.

Possono sbagliare gli elettori, cioè eleggere qualcuno che faccia il danno loro e del paese? Tutti possiamo sbagliare. Se gli elettori avessero sempre ragione e votassero sempre nel modo migliore dovremmo dire che il ventennio berlusconiano sia stato il meglio che l’Italia poteva chiedere all’epoca, sebbene sia finito nel 2011 col rischio della bancarotta dello Stato. Andando indietro nel tempo, anche Hitler e Mussolini (golpista fallito il primo, di successo il secondo) ottennero un forte consenso degli elettori, prima di distruggere moralmente e materialmente la Germania e l’Italia. E come si spiegano le vicende di un partito che passa in pochi anni da più del 30% a meno del 10% se non ammettendo che molti elettori si sono accorti di aver sbagliato a votarlo? Dire che gli elettori possono sbagliare non implica che le elezioni non siano valide: implica semplicemente che il successo elettorale non è garanzia di un qualche merito, anche relativo, dell’eletto.

Più complicato è stabilire un criterio in base al quale una opinione soggettiva debba essere giudicata come un errore oggettivo. Nel caso delle elezioni americane almeno due dati oggettivi saltano all’occhio. Il primo: erano contrapposti un pregiudicato e fallito golpista e una candidata incensurata. I tribunali dei paesi democratici rappresentano la più alta ed oggettiva espressione del diritto, che supera la soggettiva valutazione dell’elettore, a meno di ricadere nella pretesa di Berlusconi che si voleva assolto dei suoi reati dal voto popolare.

Il secondo: le ricette politiche di Trump non sono solo bugie propagandiste, ma assurdi giuridico-politici. Gli elettori si sono lasciati imbrogliare, per ingenuità ed egoismo. Ad esempio la promessa di deportare i migranti fuori degli Usa è un assurdo giuridico ed economico perché molti risulteranno essere richiedenti asilo provenienti da paesi nei quali sarebbero perseguitati, perché l’operazione avrebbe costi proibitivi, e perché richiederebbe l’instaurazione di un regime di polizia che forse Trump vorrebbe, ma che non è realizzabile senza stravolgere le garanzie costituzionali dei cittadini. Basta a questo proposito guardare all’esempio italiano: la crudele promessa di impedire gli sbarchi si è scontrata con tali e tante norme del diritto internazionale da risultare inapplicabile (e infatti gli italiani hanno sbagliato a votare su queste basi Salvini e Meloni).

Poiché l’elettore può sbagliare ed eleggere un governo che fa il danno suo e del paese, dal quale poi è difficile liberarsi, l’unica difesa della democrazia sta nel promuovere la cultura e la capacità di discernimento dei cittadini e nel difenderne i diritti sociali, civili ed economici, in assenza dei quali l’elettore è facile preda dei demagoghi come Trump. La battaglia è difficile perché il ciarlatano, che promette guarigioni impossibili, avrà sempre un vantaggio sul medico coscienzioso che annuncia una prognosi realistica.

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