Siete de julio, San Fermín”, è l’incipit della canzone più nota de ‘los Sanfermines’ di Pamplona, una festa taurina che è tradizione, rischio, gioia, vita.

Sette giorni di follia, di comunità, di sbornia condivisa, dal 7 al 14 luglio. In verità tutto inizia il giorno 6, con il ‘chupinazo’, il segnale di avvio della grande festa nel cuore di Pamplona: qui convergono decine di migliaia di persone, principalmente giovani, per dare corpo al festeggiamento collettivo, moltitudinario e multietnico più conosciuto e celebrato al mondo.

Migliaia di giovani con un segno unico, fazzoletto rosso (il pañuelico) intorno al collo ben in risalto su una maglietta rigorosamente bianca che, nel corso di canti e balli al ritmo del pasodoble, si va tingendo del colore del vino che corre a fiumi tra le strade vibranti.

Il chupinazo è un inizio senza i tori. È il mattino seguente, alle 8 in punto, che questi animali imponenti e fieri diventano i veri protagonisti della fiesta con una corsa da brividi con inciampi, cadute, paure, incornate.

L’origine della corsa (el encierro) è precedente alla festa in onore di San Firmino: documenti storici attestano che già nel 1385 il re di Navarra Carlos II, conosciuto come El Malo, organizzava feste taurine sul finire di luglio, in prossimità della festa di Santiago. Le corride si svolgevano nella Plaza Mayor e gli allevatori erano impegnati a trasferire i tori dalle tenute al vicino centro cittadino. Poco a poco ai mandriani iniziò ad unirsi gente della città che accompagnava gli animali. Una ritualità che ha iniziato a prendere forma fino a diventare l’evento che conosciamo. Oggi i tori sono trasferiti il giorno prima della corsa, è il denominato ‘Encierrillo’, fatto di recinti installati dal Comune dentro i quali gli animali passano la notte.

I tori in Spagna sono oggetto di polemiche antiche e nuove, mosse dagli animalisti e, talvolta, dalla politica. In Catalogna le corride sono abolite da anni; a Barcellona, capitale del modernismo e del progressismo, i luoghi simbolo della tauromachia, le Plazas de toros, sono chiuse o riconvertite in avveniristici centri commerciali. Una misura utile a segnare una distanza ancora più profonda rispetto al conservatorismo di Madrid e delle regioni meridionali.

A Pamplona, e nella regione di Navarra in genere, seppure il sentimento anti madrileno è vivo per la vicinanza, culturale e politica, al movimento indipendentista dei Paesi Baschi, l’attaccamento alle corride non è mai stato in discussione. Tuttavia la sensibilità verso le esigenze di tutela degli animali è cresciuta negli ultimi anni. Il Comune è arrivato a dettare ferree regole per la corsa: i partecipanti non possono sbeffeggiare o provocare i tori, vi sono inibizioni per i minori e per le persone alticce, dal 2005 è poi imposto l’uso di un liquido antiscivolo per favorire una presa migliore degli zoccoli degli animali sui basoli lungo il percorso.

Pamplona, orgullosa de su diversidad, si legge negli atti amministrativi che hanno preparato la festa: è molto più di un semplice slogan.

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