Diritti

Stupro di Palermo: è l’albero a essere marcio, il frutto ne è la conseguenza

Non è facile parlarne senza sentire il peso di quello che la vittima ha dovuto sopportare e deve ancora soffrire. Non è facile rivolgersi alla madre di uno degli accusati di stupro di gruppo chiedendole come diamine le sia venuto in mente di suggerire l’idea maschilista di far passare la vittima per una “poco di buono”. Non è facile inserirsi nella caciara discordante tra chi suggerisce che l’educatore di CL sia malato, invece che un figlio sano del patriarcato, e chi vorrebbe la pena di morte o la castrazione chimica per gli accusati di stupro di gruppo a Palermo.

C’è una triste ma già vista concordanza sul fatto di distogliere l’attenzione dal problema, scaricare le colpe sulla ragazza e, quando non è possibile perché troppo evidenti le prove che accusano gli arrestati, celare responsabilità sociali e culturali per attribuire il peso di tutto alle femmine che avrebbero mal educato i ragazzi o a loro stessi, cui le pene suggerite sarebbero destinate per sconfiggere definitivamente il mostro.

In realtà la libido ha poco a che fare con lo stupro, c’entra il rispetto, l’empatia, l’assenza di educazione sessuale e al rispetto del consenso a scuola e in casa. Non c’entra neppure la ghigliottina, perché le pene che l’estrema destra suggerisce sollevano il maschilismo, il privilegio maschile, la misoginia diffusa, il sessismo, di ogni responsabilità. Non si tratta di mele marce. L’albero è marcio, il frutto ne è la conseguenza.

Se non si capisce che il problema è diffuso a macchia d’olio, mentre nulla si fa contro il revenge porn, nulla indica la mancanza di consenso come stupro, come l’Unione europea suggerisce, mentre la cultura dello stupro passa per social come Telegram dove ragazzotti di belle speranze chiedono la disponibilità del video sullo stupro (per farne cosa?). Se non si capisce che dall’epoca del “processo per stupro” del ’78, in cui le donne, affiliate ai maschilisti, davano delle puttane alle vittime, non è poi cambiato molto, allora c’è tanto di cui discutere.

Non solo sul fatto che la solidarietà alla vittima non passa attraverso la negazione della responsabilità culturale, amplificata da sessisti di ogni tipo, ma che ci si arrende all’evidenza quando ci sono prove mentre si continua a mandare al macello altre vittime di stupro che denunciano e vengono reputate imputate, colpevolizzate e mai credute, quando le prove non sono poliziescamente chiare.

Si dovrebbe riflettere sul fatto che bisogna smettere di dire che va protetta la figlia femmina, perché è chiaro che bisogna educare il figlio maschio. Si deve riflettere sul fatto che le soluzioni semplici non sono che un facile alibi per chi può continuare a praticare sessismo e divulgare misoginia senza che nessuno o quasi se ne lamenti.

Va contestato il principio di proprietà delle femmine di famiglia, il fatto che la soluzione debba spettare a paternalisti e istituzioni patriarcali senza che le donne siano consultate per approntare piani di prevenzione contro la violenza di genere. Va contestato lo stereotipo sessista che vorrebbe le donne sempre mansuete e mai reattive, perché se reagiscono si beccano minacce e ulteriori ritorsioni. Qualunque sia la reazione: denuncia, decisione di lasciare un uomo. Ti faccio a pezzi, te la faccio pagare, ti uccido. Queste le frasi, queste le intenzioni, registrate a colpi di un femminicidio al giorno. Mentre si scoraggiano le donne che subiscono uno stupro perché non parlarne sembrerebbe più facile, perché temono le conseguenze del victim blaming e delle ritorsioni degli accusati. E anche il fatto che il peso della denuncia debba ricadere sulla vittima, insistendo affinché lo faccia, mentre tutto le dice che è meno rischioso non farlo, è una forma di victim blaming. Lei ha colpa di tutto: se viene stuprata, uccisa, se denuncia, se non lo fa.

Pochi però si interrogano sul fatto che una donna va messa in condizione di poter denunciare. Pochi riflettono sul fatto che molte vittime diventano anche protagoniste loro malgrado di revenge porn e di cyberbullismo. Pochi sanno che le vittime vengono minacciate, intimidite, che alcuni suggeriscono loro di togliersi la vita per fare un favore a tutti. E’ già successo, accadrà ancora.

La legge sulla violenza sessuale solo nel 1996 ha descritto un reato contro la persona invece che contro la morale. Siamo molto lontani però al momento in cui si parla di prevenzione. Perché se i tutori dell’ordine arrivano sempre dopo, mentre una cortina omertosa supporta gli stupratori, alle donne non resta che la legittima difesa. Potreste consentirci intanto almeno questo? Sarebbe un passo avanti. Come le donne indiane della Gulabi Gang che girano armate di bastoni.

La nostra reazione non può essere mansueta, addomesticata, né affine ai desideri di chi disegna una società che tutela il carnefice mentre finge di tutelare la vittima. Non è lo Stato, non il patriarcato che decidono per noi. Siamo noi che decidiamo cosa può funzionare per la nostra sopravvivenza ed emancipazione. Intanto inserire il concetto di violenza di genere nella legge, parlare di revenge porn, parlare di consenso, se non c’è è stupro. Parlare di educazione culturale contro misoginia e sessismo.

Detto da chi lo stupro l’ha subito. Perché siamo in tante ad esserne state vittime. Ridateci la parola. Lasciateci decidere. I politici, specie i maschilisti, restino in silenzio.