“Mi sono perso diverse volte in relazioni tossiche, per via di quella ricerca costante di un po’ di adrenalina“: inizia così Fabrizio Moro un’intervista del Corriere della Sera. Il cantautore, infatti, racconta di come spesso si guardava allo specchio e si domandava: “Possibile che io sia così brutto?” e poi spiega: “In queste relazioni si innescano delle dinamiche che tirano fuori il peggio di ognuno. In genere, quando queste storie finiscono ti senti peggiorato: io mi sentivo logorato per aver sofferto e fatto soffrire“.
Un tono diverso ha la storia della sua infanzia: “Sono nato e cresciuto nella periferia di una periferia: Setteville nord, periferia di San Basilio. Mi ci sono trasferito a 14 anni: non c’era niente. Non c’erano strade asfaltate, non c’era un bar… In quel contesto, noi ragazzini ci siamo conosciuti e siamo cresciuti, attorno a un muretto del quartiere. Passavamo Natale insieme, le vacanze insieme… si era creata questa piccola comune. E nei miei ricordi di allora c’è sempre il sole“. Ma poi l’atmosfera torna cupa: “Molti amici li ho persi. Alcuni morti per la droga, altri in incidenti stradali”, anche il suo migliore amico 23enne è morto in moto e questo ha trasformato Fabrizio: “Quando subisci la prima morte violenta smetti di essere un adolescente e cresci di colpo. Diventi uomo in un minuto, perché realizzi che le cose possono accadere e non dipende tutto da te”.
L’intervista si conclude parlando del papà: “Mio padre fa il contadino: un calabrese che si è trasferito a Roma da piccolo, lavora nei campi da quando aveva 12 anni… non è un sognatore e quando gli dissi di voler fare il cantante, mi diceva: tu sei pazzo”. Il rapporto tra i due, oggi, è come allora ma il cantante è sereno: “È un equilibrio che abbiamo trovato. Di certo non è il padre che mi dà consigli. Anche quando sono andato a Sanremo non mi ha detto nulla e se lo facesse penso che io mi imbarazzerei: è un uomo radicato a terra, la mia è una dimensione che non gli appartiene. È un rapporto molto strano da decifrare, ma è così“.