Se c’è un uomo che non ha mai smesso di credere nell’Umanità, nella misericordia, in Gesù Cristo e nel ricominciare è Enzo Bianchi, il fondatore della comunità monastica di Bose che oggi compie 80 anni. Ottanta stagioni vissute intensamente osando, mettendoci la faccia e scegliendo di stare dalla parte di Gesù Cristo, senza vantare alcun credo, ma ponendosi sempre tra gli uomini e le donne con l’umiltà di chi sa ascoltare e interrogarsi. Un profeta del nostro tempo che ha vissuto il “suo” tempo con gli altri nella parresia, senza mai nascondere nemmeno le proprie fragilità comuni a tutti coloro che vivono l’esperienza di appartenere a questo mondo.

Conosco Enzo da trent’anni, quando dopo la giovanile esperienza della comunità di Taizé in Francia sbarcai in quell’angolo di montagna dove, dietro una curva del minuscolo paese di Magnano, spuntavano in fondo alla vallata poche case raccolte attorno ad una piccola cappella. Lì dal 1965 aveva deciso di vivere come un 22enne di buone speranze in politica, proveniente da una famiglia povera che scelse di ristrutturare quella cascina per dare vita a una fraternità.

In una trasmissione ripescata dagli archivi Rai, “Mille e non più mille”, un giovanissimo Enzo spiega: “Siamo una comunità di cristiani di diversa confessione che vivono insieme. Viviamo il celibato e la vita comune. Pur avendo una vita di preghiera e contemplazione lavoriamo in mezzo agli altri. Qualcuno di noi insegna, altri sono operai e infermiere. All’inizio abbiamo avuto grosse tensioni con le autorità ecclesiastiche che avevano diffidenza sia per l’ecumenismo sia per il fatto che donne e uomini vivono insieme”. Stiamo parlando di una Bose con 14 persone. Da allora ne è passato di tempo, ma finché Enzo è rimasto a Bose ha garantito la coerenza a quel progetto iniziale.

Bose negli anni ha aperto le porte a decine di altre persone che hanno condiviso la vita del fondatore e con loro centinaia di uomini e donne, ragazzi e ragazze che hanno trovato una sola “cosa”: l’accoglienza. Chi è arrivato a Bose ha trovato sempre delle braccia aperte, uno sguardo attento, delle orecchie pronte ad ascoltare, la bellezza di una Chiesa gioiosa. A nessuno è mai stato chiesto se fosse credente, ateo, agnostico o altro ancora.

Porto con me tanti ricordi di quest’uomo che oggi festeggia i suoi 80 anni; i suoi libri più belli (Il pane di ieri; Ogni cosa alla sua stagione); uno dei primi libri letti grazie a Bose (Il cammino dell’uomo di Martin Buber ripubblicato da Einaudi in queste settimane proprio con la prefazione del monaco piemontese); le parole – che spesso ha ripetuto – di suo padre, ricordando che era un ateo comunista che apriva le porte ai più poveri (“Enzo, se vedo che non darai da mangiare a uno di questi uomini non sarai più mio figlio”); il suo amore mai celato per il mare, l’orto, la cucina e il vino; la sua disarmante saggezza semplice. Spesso mi ha stupito; come quella volta che raccontò di andare a far la spesa per ascoltare la gente o quando (eravamo ai tempi di Nichi Vendola) mi disse: “Al mio peggior nemico non auguro di scendere in politica ora”.

Aveva ragione. Un 80enne che sa parlare ai giovani. L’ho fatto incontrare con un gruppo di essi anche l’estate scorsa. A loro confidava: “Noi vecchi ce ne stiamo andando e siamo stati una generazione felice. Siete voi impoveriti, ma la mia generazione non ha pensato a voi e al futuro. Ha depredato e basta. Poiché la mia generazione è al potere queste cose non le dice per non darsi la zappa sui piedi”. E ancora: “E’ difficile per me riconoscermi come cattolico. Credo solo al Vangelo e a Gesù Cristo. La domenica vado a messa perché ho 80 anni e ho bisogno dell’Eucarestia, ma quando torno mi chiedo: Enzo cosa sei andato a fare? Cosa ci guadagni? Cosa hai portato dentro la tua vita di speranza in più?”.

Con lui ho condiviso due momenti terribili che “svelo” ora che l’amico Enzo compie 80 anni per celebrare la sua vita. Il primo: nel 2019 lui, fondatore di Bose, è stato allontanato dalla sua comunità dal Vaticano. Non sono stati giorni facili per lui e proprio in quei momenti non ha nascosto agli amici più cari la fragilità, ma ci ha insegnato anche a ricominciare: a giugno con altri fratelli e sorelle andrà a vivere di nuovo in una cascina ristrutturata ad Albiano d’Ivrea. Un luogo di studio, di incontro, di accoglienza.

L’altro momento è molto personale: qualche anno fa ho vissuto l’esperienza della depressione. Una delle persone che si prese cura di me fu proprio Enzo Bianchi. Lo ha fatto con me come con tanti altri. Mi piace fare gli auguri a Enzo Bianchi con le sue parole: “Aggiungere vita ai giorni e non giorni alla vita”.

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