Dentro la Juventus tutti sapevano dello stato comatoso dei conti e delle “manovre correttive”, studiate per “alleggerire” i bilanci consentendo così la “permanenza sul mercato” senza la “perdita” dei pezzi pregiati. Anche John Elkann, non indagato, “appare pienamente a conoscenza” delle “problematiche finanziarie” e delle modalità attraverso le quali il cugino Andrea Agnelli e i vertici del club, sostiene la procura di Torino, provavano a tenere a galla la società. Due le direttrici che sarebbero state seguite: le plusvalenze “artificiali” con lo scambio di giocatori, anche giovanissimi, a prezzi ritenuti gonfiati e le due “manovre stipendi” in seguito alla pandemia Covid. La diffusione del virus divenne – secondo l’aggiunto Marco Gianoglio e i pubblici ministeri Ciro Santoriello e Marco Bendoni – una “opportunità” e una copertura formale” dietro la quale nascondere i reali motivi di una “allarmante situazione economica, patrimoniale e finanziaria” che negli ultimi anni ha portato l’azionista di maggioranza Exor a dover pompare 700 milioni di euro per gli aumenti di capitale. Una maxi-iniezione necessaria a riparare quelle che Elkann stesso definisce, in un’intercettazione con il presidente dimissionario bianconero, politiche “dissennate”. Ma come venivano alterati i bilanci, secondo i magistrati che hanno chiesto il rinvio a giudizio di Agnelli e di altri 11 dirigenti? E cosa sarebbe accaduto, a loro avviso, senza quei “benefici illeciti” derivati dagli “stratagemmi”?

La prima manovra stipendi
Il 28 marzo 2020, un sabato in pieno lockdown, la Juventus annuncia che i giocatori hanno rinunciato a quattro mensilità a causa della pandemia. In realtà, in quel momento, il presidente Agnelli e Giorgio Chiellini, non indagato, avevano già firmato un accordo che prevedeva di ‘lasciare’ un solo stipendio e recuperarne tre l’anno successivo. C’è quindi una “connotata divergenza” con quanto la società, quotata in Borsa, spiegò all’esterno in un comunicato price sensitive specificando che l’operazione avrebbe permesso di risparmiare circa 90 milioni. “Il declamato beneficio di quattro mensilità non è reale”, sottolineano gli inquirenti. I giocatori e l’allenatore Maurizio Sarri, ascoltati in procura, hanno quasi tutti confermato l’accordo e specificato di aver ricevuto garanzie di ottenere i soldi anche in caso di cessione. In due – Matthijs de Ligt e Mattia De Sciglio – hanno anche mostrato la comunicazione di Chiellini nella chat di squadra. La reale intesa doveva rimanere riservata: “La Juventus farà un comunicato stampa dove dirà che rinunciamo a 4 mensilità per aiutare il club, ribadisco di comunicare solo questo a mezzo stampa”, si legge nel messaggio inviato dal capitano bianconero lo stesso giorno della firma e del comunicato. Eppure proprio il difensore è stato tra i meno loquaci quando è stato ascoltato dai magistrati, che lo definiscono “reticente”. Nonostante tutto fosse definito da mesi, appuntano i pubblici ministeri, nella relazione finanziaria al 30 giugno 2020 non venne nuovamente fatta menzione del reale accordo raggiunto, ribadendo il risparmio di 90 milioni e occultando quindi la “posizione debitoria già maturata”, pari 62,28 milioni di euro.

L’aggiotaggio informativo e lo scontro con la difesa
Quel comunicato, insieme ai tre dell’approvazione dei bilanci al centro dell’inchiesta, sono costati l’accusa di aggiotaggio informativo ad alcuni degli imputati. Attorno alla contestazione di questo reato si sta scatenando una battaglia con i difensori dei dirigenti sotto inchiesta. Gli avvocati hanno chiesto che l’inchiesta passi alla procura di Milano per competenza territoriale poiché il reato si è consumato a Piazza Affari o, in alternativa, che se ne occupino i magistrati di Roma dove ha sede la piattaforma attraverso la quale la Juventus diffonde i comunicati destinati al mercato. Di diverso avviso la procura di Torino che, già a giugno nella richiesta di misure cautelari, aveva chiarito il suo punto di vista specificando la differenza tra aggiotaggio informativo, cioè il reato contestato, e l’aggiotaggio operativo. Il primo corrisponde, spiegano, alla diffusione di notizie false che possono provocare una sensibile alterazione del prezzo del titolo e si consuma nel momento in cui il comunicato viene diffuso. Tutto, sulla base degli accertamenti della Guardia di finanza, è avvenuto a Torino: lì ha sede legale la Juve, lì vengono prese tutte le decisioni, da lì i comunicati vengono caricati sulla piattaforma 1INFO. “Il comando di invio è sempre ordinato da dispositivi-uffici di Juventus” e da quel momento l’operazione è “irreversibile”, il file è “immodificabile” e il comunicato risulta pubblicato nel giro di pochissimo tempo, spesso questione di secondi. A decidere su chi abbia ragione sarà la Cassazione entro il 18 dicembre.

La seconda manovra stipendi
Durante la stagione 2020/21 la pandemia morde ancora e gli stadi restano vuoti. I ricavi latitano e la Juventus ha di nuovo il problema di dover posticipare quattro mensilità. Anche perché questa volta dai giocatori arriva un “no” netto a qualsiasi tipo di taglio: si gioca regolarmente, vogliono essere pagati. La “soluzione” viene architettata facendo firmare ai giocatori tre documenti contestualmente. Il primo: una scrittura di riduzione dell’ingaggio che viene datata e depositata in Lega Serie A in tempi rapidi affinché possa essere registrata nel bilancio in chiusura a giugno 2021. Il secondo: un “accordo premio integrativo” che prevede il pagamento degli stipendi nelle stagioni successive nel caso in cui i calciatori restino in bianconero. Questo documento viene depositato in Lega Serie A a partire da luglio 2021, quindi nel nuovo anno di bilancio, e secondo la procura con il giorno della firma post-datato. Per 11 dei 17 calciatori che hanno aderito alla richiesta della società è stata “documentalmente provata” la firma prima del 30 giugno, data di chiusura del bilancio. Il terzo è invece una “scrittura integrativa” in cui “si prevede il pagamento” delle mensilità in maniera “incondizionata”. A differenza di quanto messo agli atti in Lega Serie A, in sostanza, nessun calciatore avrebbe perso un euro. Anche in caso di cessione. Le scritture integrative sono state “occultate” nello studio del capo dei legali della Juve, Cesare Gabasio.

La carta di CR7: “Non rincorriamolo”
È in riferimento a questa manovra stipendi che, nelle intercettazioni, viene più volte citata la “carta di Ronaldo” per la quale i vertici correrebbero il rischio, a loro stesso dire, che gli organi di vigilanza “saltino alla gola”. Ma quanto avanzerebbe il portoghese? Da una cartella che porta il suo nome, sequestrata dai finanzieri, emergerebbe il “mancato pagamento” di “residui stipendi ‘Covid'” per 29,3 milioni: 9,8 milioni della prima manovra e 19,5 milioni della seconda. E in un appunto di una riunione dei vertici su “Updates Manovra 20/21”, tenuta nel settembre dello scorso anno, viene riportato come “AA”, verosimilmente Andrea Agnelli che era presente al meeting in sede, “chiede informazioni sulla situazione di CR7″ e “sottolinea come questi sia andato via senza curarsi di finalizzare la sua posizione riguardo la manovra stipendi”. La soluzione? “Suggerisce di non rincorrerlo ma di aspettare che sia lui a sollevare la questione, se interessato”, viene verbalizzato. Ma si sono verificati casi certi in cui un giocatore è partito e ha ricevuto comunque gli stipendi? Merih Demiral, passato all’Atalanta, ha confermato agli investigatori di aver ricevuto quanto gli spettava. La seconda manovra stipendi, ad avviso del consulente tecnico della procura, ha permesso alla Juventus di rimandare alle stagioni successive il pagamento di 59.847.802 di euro.

Le plusvalenze: la battaglia in caso di processo
C’è poi il capitolo plusvalenze. Nell’ottica dell’accusa si trattava di una “bolla” frutto di “precisa pianificazione” e “necessaria” per non rinunciare ai “giocatori di maggior rilievo”, compreso Cristiano Ronaldo. In prima battuta, insomma, gli scambi erano “piegati non ad esigenze tecnico-sportive ma di bilancio”. Per dirla con le parole di Massimiliano Allegri in un’intercettazione: “Il mercato di oggi è quello vero, dove uno va a comprare il giocatore che gli serve – dice il tecnico, estraneo all’inchiesta – Il mercato dell’anno scorso era solo plusvalenze (…) e quindi un mercato del cazzo”. Sul tema il direttore sportivo Federico Cherubini, non indagato, mette a verbale: “L’aumento dei costi degli scorsi anni ha determinato che il ricorso alle plusvalenze fosse un asset su cui puntare per riuscire ad avere dei ricavi”. Di che volumi si parla? E quale fu l’impatto sui conti? Nell’esercizio 2018/19 le plusvalenze avevano generato 126 milioni, pari al 20,4% dei ricavi del club, l’anno seguente il picco con 166 milioni (29,1% dei ricavi) e nel 2020/21 la discesa a 29 milioni e un impatto pari al 6,4% sui ricavi. Una buona parte di queste operazioni erano senza cash: “Permute a tutti gli effetti”, secondo la tesi dei pubblici ministeri. Attorno al fatto che quelle operazioni fossero effettivamente permute, accusa e difesa si daranno battaglia in caso di processo. Perché il principio contabile, in caso di permuta, è quello di registrare l’immobilizzazione immateriale (i diritti delle prestazioni del calciatore scambiato, in questo caso) al valore contabile netto (cioè il suo valore iscritto a bilancio al netto di ammortamenti e svalutazioni). Una contabilizzazione secondo questo standard delle operazioni di mercato al centro dell’inchiesta, sostiene la procura, avrebbe generato un impatto negativo per 44,6 milioni sul bilancio chiuso nel giugno 2019 e di 84,76 milioni su quello dell’anno seguente.

Le “partnership” e l’accusa dei magistrati
Che queste operazioni venissero eseguite come “permute” all’interno della società emergerebbe anche da alcune conversazioni intercettate dalla Guardia di finanza. Sul tema, nella richiesta di misura cautelare avanzata il 29 giugno al giudice per le indagini preliminari e respinta, è riportata un’affermazione di Cherubini nel novembre 2021: “Io mi sono sempre interfacciato con Fabio, prima c’era Marotta ma negli anni di Marotta c’era un mercato più florido per le plusvalenze cash. Con Fabio siamo più andati nella direzione di fare plusvalenze da scambio”. Di “tenore confessorio” e “probante” è ritenuto soprattutto il “libro nero FP”, gli appunti di Cherubini su Paratici. È lì che si legge come l’utilizzo “eccessivo plusvalenze artificiali” porti a un “beneficio immediato, carico ammortamenti”. Il modus operandi della Juventus si avvale, sempre secondo l’accusa, anche delle “partnership” con società terze tra cui “Sassuolo, Sampdoria, Atalanta” che “unitamente ad ‘impegni morali’ rivelatisi ‘scritti’, inquinano ulteriormente il settore in questione ed il valore attribuito ai calciatori”. Molteplici le operazioni finite al centro degli accertamenti e ritenute “unitarie”: Kamerai-Masciangelo, Masciangelo-Brunori, Rovella-Petrilli-Portanova e Tongya-Akè. Un quadro di fronte al quale la procura di Torino sostiene: “L’ordinamento non può tollerare che due società private, indebitate, mettendosi d’accordo, possano incrementare artificialmente il valore dei beni scambiati, portando così in bilancio un ricavo immediato, tale da ingannare i destinatari delle comunicazioni sociali”.

La “contabilità in nero” con gli agenti
C’è poi la questione legata a una “autentica contabilità ‘in nero'” che sarebbe stata tenuta in alcuni casi con gli agenti sportivi. Debiti “non registrati” e “non confluiti” in contabilità, almeno per un certo periodo, e che per quanto accertato dagli inquirenti avevano raggiunto la cifra di 8,78 milioni di euro alla fine di gennaio 2020. Per sanare quelle pendenze, secondo l’accusa, si ricorreva poi a “mandati fittizi” per operazioni ritenute inesistenti, come emerso da un documento sequestrato al consulente Claudio Chiellini, non indagato. E come sarebbe stato confermato a verbale da Cherubini, da un manager dell’Under 23 e dal segretario bianconero. In sostanza: un debito sorto in un affare reale, ma non ancora pagato all’agente, veniva “sistemato” su un altro affare nel quale il procuratore che vantava il credito riceveva il compenso “senza svolgere alcuna reale attività”, dando così una “coperta ufficiale” al pagamento. Gli agenti – tutti non coinvolti nell’inchiesta – che hanno sfruttato questo sistema sarebbero nove, tra cui Davide Lippi. Diverse le sue conversazioni intercettate sul punto con i dirigenti bianconeri. In una il figlio dell’ex allenatore della Nazionale dice: “Tu lo sai che cosa c’ho pendente ancora ballo? C’ho ancora 450.000 euro per aria di due anni fa!”. Alla base di quel debito, spiegava Cherubini ad Agnelli, ci sarebbe stato “il trasferimento di Spinazzola alla Roma”. E il presidente ribatteva: “Di fatto dico, che ha fatto? Niente, ha fatto una telefonata a Spinazzola”.

Il risvolto sui bilanci: “Patrimonio netto negativo”
Alla luce di quanto ricostruito nel corso dell’indagine, l’accusa inquadra come “allarmante” la situazione economica, patrimoniale e finanziaria della Juventus. I due aumenti di capitale per 700 milioni di euro totali vengono descritti come iniezioni “insufficienti”, anche dagli stessi indagati, e “aprono le porte ad un preoccupante scenario presente e futuro”, ad avviso dei pm. I magistrati supportano la loro tesi con un appunto ritrovato nel corso delle perquisizioni: “Riunione area sport 25.2.20… Aumento di capitale 300 ‘già bruciato'”. E poi le intercettazioni dell’ad Maurizio Arrivabene e dell’allora Cfo Stefano Bertola. “Fatti i conti della serva noi dovevamo fare, per star tranquilli, un aumento di capitale di 650 milioni, non di 400 (…) per sanare”, diceva l’amministratore delegato. Mentre l’ex direttore finanziario spiegava: “Siamo andati decisamente in over spending (…) Cioè 700 milioni in due anni stiamo chiedendo Andrea e non bastano”. E sempre Bertola in un verbale interno del 12 febbraio 2021: “L’obiettivo per questa stagione è non avere un patrimonio netto negativo”. Una insufficienza che, secondo i pubblici ministeri, è “confermata dagli accertamenti svolti” dal loro consulente tecnico: “Depurati i bilanci dei benefici illeciti (…) ha individuato per due dei tre esercizi” al centro dell’inchiesta un “patrimonio netto negativo”. L’obiettivo fissato dall’ex direttore finanziario, quindi, secondo l’accusa è stato fallito: apportate le rettifiche in negativo, quantificate dalla procura in 440 milioni di euro, al conto economico nei bilanci contestati, infatti, il patrimonio netto risulterebbe negativo nel 2018/19 e nel 2020/21. La Juve ha sempre respinto i calcoli dell’accusa, anche dopo la correzione del bilancio di venerdì sera, con il quale ha in minima parte aderito ai rilievi Consob. Nella versione che l’assemblea degli azionisti andrà ad approvare il 27 dicembre, il patrimonio netto non figura mai negativo, pur assottigliandosi fino a 8,7 milioni di euro al 30 giugno 2021. La contestazione della procura torinese è dirimente, perché “l’erosione del capitale in ben due esercizi (…) integra una causa di scioglimento” della società senza le opportune iniziative correttive previste dal codice civile. Era sempre Bertola, nell’agosto 2021, a spiegare la situazione: “Abbiamo un rapporto tra le risorse che siamo in grado di generare, anche con attività di sviluppo, di razionalizzazione, di efficientamento (…) e quello che spendiamo che non è sostenibile, questo deve emergere”. Dentro lo sapevano tutti, anche prima che arrivassero la Consob e i magistrati.

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