Ogni volta che si mette mano a una storiaccia dell’Italia di oggi, si finisce inevitabilmente per ritrovare nel piccolo i paradigmi dell’Italia in grande. Comportamenti e linguaggi mutuati dalla malavita organizzata, considerazione delle regole solo quando servono a fregare gli altri, uso così disinvolto del potere da ingenerare sconforto in chi crede ancora che la democrazia si preserva e si sviluppa con la pratica quotidiana del rispetto della res publica.

E’ di questi giorni la notizia di un’altra prodezza finanziaria dei vertici dell’Enpam (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Medici e degli Odontoiatri), forse l’ordine professionale che più negli ultimi decenni ha dato prova di essere il perfetto paradigma del connubio fra politica, affari, corporazioni e spolpatori delle risorse pubbliche. Me ne sono già occupato in passato invidiando gli emolumenti del suo presidente, oltre 600mila euro l’anno, quasi il triplo di Mattarella e quelli in proporzione dei componenti il consiglio di amministrazione; poi di nuovo a proposito della condanna di due suoi amministratori del passato che avevano investito i tre quarti circa del patrimonio finanziario dell’ente in titoli “tossici” accompagnando il consiglio di amministrazione nella scelta che ha mandato in fumo 65,8 milioni di euro accertati.

Arriviamo così all’oggi. Enpam (insieme con Inarcassa, l’equivalente degli ingegneri e degli architetti) decide di investire 30 milioni di euro dei fondi pensione nell’operazione di aumento di capitale della Banca Monte dei Paschi di Siena. Comprano le azioni a inizio novembre a 2 euro e in soli tre giorni vedono precipitare il loro valore a 1,50, una perdita del 25%, parzialmente compensata da un lieve rimbalzo al 1,78% di questi giorni, comunque oltre il 10% di perdita, in meno di un mese.

L’adesione all’aumento di capitale di Mps pare che sia stato proposto a tutte e diciotto le Casse degli ordini professionali, ma solo Enpam e Inarcassa hanno aderito. Potrebbe essere che le altre abbiano preferito stare lontani da un investimento che non ha capitale garantito. È evidente che i vertici di Enpam hanno impegnato l’ente in un investimento assai rischioso a spese del patrimonio destinato alle pensioni dei medici e odontoiatri, forse per ingraziarsi i nuovi politici al potere oggi per mantenere l’autonomia di cui godono. Dati i trascorsi, comunque non c’è da stare tranquilli.

Nell’ultimo decennio Enpam ha già perso parecchi soldi per investimenti sbagliati. Nel 2011 la vicenda Cdo, con perquisizioni della GdF nelle sedi Enpam e, dopo anni, conclusasi con la condanna dell’ex presidente fattosi manager. Seguì l’affaire Parnasi, l’immobiliarista che voleva fare delle Casse professionali il proprio portafoglio. Circa 80 milioni investiti e persi in poco più di un anno in progetti immobiliari di un gruppo che già nel 2012 aveva debiti per oltre 900 milioni e che poi è fallito (Report 2018).

Intanto nel 2015 nasceva Enpam sicura, una società creata con l’obiettivo di svolgere attività di assistenza in ambito assicurativo per i camici bianchi iscritti all’ente previdenziale di categoria. Tra le altre cose, il progetto si proponeva di gestire in proprio la copertura assicurativa per la tutela assistenziale degli iscritti nei primi trenta giorni di malattia. Solito rosario di assunzioni clientelari, fiore all’occhiello di una gestione che si concluderà il 9 marzo 2021 con lo scioglimento della società, la condanna del presidente Giacomo Milillo e del direttore Giulio Santini a risarcire a Enpam 1,7 milioni di euro.

Insomma, un ente pubblico niente male anche nelle sue diramazioni locali evidentemente incoraggiate a investire con fantasia e creatività i soldi dei loro contribuenti. Giusto per fare un esempio, sei anni fa l’Enpam provinciale di Catania decise l’acquisto per 2,8 milioni della “Ville della discordia”, un complesso immobiliare di pregio da ristrutturare per adibire alla sede dell’ente e dei suoi servizi. Per finanziare l’acquisto e la ristrutturazione, l’Enpam ha acceso un mutuo di durata venticinquennale di 3,8 milioni di euro indebitando così anche i medici ancora non nati (si osservi l’analogia con la gestione del conti del nostro paese). Nei successivi cinque anni niente, una raffica di polemiche e azioni giudiziarie che hanno messo in dubbio sostanzialmente la correttezza dell’operazione e la sua economicità.

Poi a marzo 2021 la convocazione da parte dei vertici locali dei circa 10 mila medici catanesi iscritti per deliberare la cessione del complesso immobiliare, nel frattempo ulteriormente degradatosi. Tutto puntualmente deliberato insieme al pagamento di 66mila euro di tasse (Irap, Imu e Tari) ogni anno.

La storia catanese meriterebbe di essere raccontata con dovizia di particolari, ma interessa segnalare che questa vicenda e larga parte delle altre sono diventate pubbliche perché un ex membro del CdA di Enpam, il prof. Giansalvo Sciacchitano, non ha avuto paura di denunciare pubblicamente ciò che accade nell’ente, a Roma e localmente, resistendo alle calunnie, alle minacce e alle iniziative giudiziarie nei suoi confronti. Lui è a fine carriera, ma colpisce l’afonia dei tanti giovani medici che, decidendo di dedicarsi alla professione privata, devono confidare nella buona salute dell’Enpam per sperare che i lauti contributi versati oggi si traducano, fra tanto tempo, in pensioni accettabili.

A meno che non pensino di provvedere alla loro vecchiaia con le parcelle salate di oggi, ritenendo che occuparsi dei soldi che versano all’Enpam non sia degno della loro attenzione. Oppure sperando che, se il fondo pensione non sarà più sufficiente a pagare l’assegno a tutti, con qualche protesta e tanti appoggi politici potranno ottenere ciò che la cassa dei giornalisti ha già avuto, l’intervento dell’Inps a ripianare le perdite e a garantire le pensioni a rischio.

Dati i chiari di luna e con questi esempi di gestione del denaro di tutti, non stupirebbe, fra qualche anno, di trovare anche medici e dentisti a fare la coda alla Caritas. Ma naturalmente, allora non sarà già più colpa di nessuno.

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