Di questi giorni una notizia che è sfuggita a buona parte dei quotidiani – non al Fatto Quotidiano (Nicola Borzi, 5 agosto, pag. 13) – evidentemente impegnati a dar conto delle meno impegnative polemiche ferragostane.

Si tratta della sentenza 644 del 29 luglio scorso con cui la Corte dei Conti, sezione Lazio, ha condannato Maurizio Dallocchio (professore della Bocconi, noto per aver laureato Sara Tommasi) e Leonardo Zongoli a risarcire rispettivamente 23,7 e 15,8 milioni per il danno erariale che hanno causato all’Enpam, la cassa pensionistica dei medici e odontoiatri italiani. Il primo in qualità di consigliere d’amministrazione dell’ente fino al 2010 e Zongoli in qualità di direttore generale fino al 2005, poi consulente fino al 2007. A loro è stata attribuita la responsabilità della scelta di investire circa i tre quarti del patrimonio finanziario dell’ente, costituito dai versamenti obbligatori dei medici italiani, in titoli “tossici”, accompagnando il consiglio di amministrazione nella scelta che ha mandato in fumo 65,8 milioni di euro accertati.

Giusto per dare l’idea degli interessi in campo, in quegli anni l’Enpam vantava un patrimonio netto di 13,8 miliardi, 2,1 miliardi di entrate contributive, versate dai circa 260mila iscritti in attività. Pagava circa 93mila pensionati con una spesa di 1,2 miliardi e vantava un avanzo di amministrazione di 1,2 miliardi. Gli investimenti immobiliari ammontavano a 4,5 miliardi e quelli finanziari a 8,6 miliardi.

Tutto prende il via, scrive la Corte dei Conti nella sua sentenza, da un esposto presentato a Bologna nel 2011 da quattro presidenti di Ordini territoriali e dal professor Salvatore Sciacchitano, ginecologo e docente dell’Università di Catania, che allora sedeva nel consiglio di amministrazione dell’Enpam. Della questione si occupò anche il Fatto nel 2012 raccontando delle manovre messe in atto per estromettere Sciacchitano dall’Enpam, tutte perfettamente riuscite anche con la collaborazione della politica siciliana, poi ancora nel 2014, alla chiusura delle indagini.

Ciò che meraviglia è la posizione degli organi di governo dell’Enpam, quelli che sarebbero stati “ingannati” e indotti ad approvare gli investimenti in titoli tossici. Loro non sapevano, alzavano la mano e basta. Neanche i revisori – fra i quali oltretutto uno viene nominato dal ministero dell’Economia e uno da quello del Lavoro – hanno avuto nulla da eccepire. Gli uni e gli altri incassavano le loro prebende senza battere ciglio e, a quanto pare, ignorando completamente ciò che stava scritto nelle delibere che adottavano. Tutta questa attività “di governo” fruttava, e ancora frutta, oltre 600mila euro all’anno di emolumenti al presidente (quasi il triplo dell’appannaggio di Mattarella), oltre 200mila euro a ciascuno dei due vice e via a scendere per i semplici consiglieri. I Revisori costano 840mila euro (dato del 2018) in totale.

Una bella contraddizione, rilevata anche indirettamente nella sentenza della Corte dei Conti che definisce il consiglio di amministrazione “privo di adeguate competenze della materia” (pag. 10), ancora ribadita più volte nel resto del testo. Giusto per comparazione, il presidente dell’Enpaf – Cassa pensioni dei Farmacisti, circa un terzo degli iscritti dell’Enpam – percepisce 50mila euro l’anno, il suo vice 30mila. La contraddizione devono averla avvertita anche gli amministratori dell’Enpam che, all’avvio delle indagini, si sono lavati le mani costituendosi come parte civile, in quanto vittime del danno.

La sentenza della Corte dei Conti ha probabilmente generato un po’ di preoccupazioni anche negli organismi di gestione delle altre 18 casse previdenziali private (ognuna con il suo CdA, i suoi revisori, la sua struttura amministrativa, i suoi consulenti, i suoi investimenti eccetera) che affiancano l’Inps (22 milioni di utenti) nella gestione del sistema pensionistico nazionale. Sono diventate così potenti da quando i Dlgs 509/1994 e 103/1996 le hanno privatizzate, scimmiottando il modello pensionistico statunitense, senza stabilire condizioni, modalità di esercizio, limiti e vincoli. Risultato: emolumenti degli amministratori alle stelle, almeno nel caso dell’Enpam, e tanti aspiranti “finanzieri coi soldi degli iscritti”, in una euforica caccia al soldo che scimmiottava i racconti delle vicende dell’alta finanza americana modello lupi di Wall Street.

Anche oggi notai, avvocati, geometri, ragionieri, commercialisti, biologi, consulenti del lavoro, farmacisti, agrotecnici, medici e odontoiatri, psicologi, veterinari periti industriali, ingegneri, architetti, infermieri e assimilati hanno una loro cassa finanziata con i contributi previdenziali e assistenziali degli iscritti. E questo solo per richiamare le categorie principali, dotate di un Ordine che gestisce anche l’albo a cui è quasi sempre obbligatorio iscriversi per poter esercitare la professione, perfino quando si è lavoratori dipendenti. Quando i bilanci delle casse previdenziali private vanno in rosso, ecco il solito piagnisteo e la rivendicazione di un intervento dell’Inps a risanare il bilancio (modello Stato vs Mps, per capirci). Quando non è aria, si risana aumentando i contributi, alzando l’età della pensione, abbassando la rendita: è quello che ha fatto l’Enpam provocando la sollevazione degli iscritti.

Storie così ce ne sono tante, ma i problemi restano sempre gli stessi: la trasparenza, eliminata per legge quando le casse sono state privatizzate, e poi i controlli. Visto che i responsabili politici di questo scempio siedono ancora tutti in Parlamento e non sono molte le speranze che facciano diversamente da come hanno sempre fatto, molti hanno confidato nell’arrivo di ministri e vice pentastellati con apriscatole. Tocca constatare che un certo numero di loro si è trasformato in impiegato esecutivo di bassa qualifica e con coraggio inversamente proporzionale alla boria. Conte, c’è davvero molto da lavorare.

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