“Siamo convinti che il provvedimento del giudice del lavoro di Trieste confermerà la condotta antisindacale dell’azienda“. È ottimista l’avvocato Vincenzo Martino, che insieme al collega Franco Focareta ha avuto il mandato da parte di Fim, Fiom e Uilm di impugnare la procedura di chiusura dello stabilimento della Wartsila di Trieste. Una decisione che, se confermata nelle modalità, porterà al licenziamento collettivo di 451 lavoratori. “L’azienda ha aperto questa procedura con modalità non esaurienti”, spiega l’avvocato a ilfattoquotidiano.it. Nell’udienza fissata per il 21 settembre non verrà in soccorso dei sindacati l’inasprimento delle norme sulle delocalizzazioni inserito dal governo Draghi nel decreto Aiuti ter: Martino e Adalberto Perulli, il giuslavorista che ha redatto il ricorso presentato dalla Regione Friuli Venezia Giulia contro la procedura, concordano sul fatto che quelle novità cambiano poco per le procedure in atto. L’unico vantaggio è che, allungando il periodo a disposizione per trovare un accordo con l’azienda, consentono di spostare più in là nel tempo i licenziamenti.

La presunta condotta antisindacale – Secondo Martino, l’informativa sui licenziamenti fornita dal gruppo finlandese è “carente, lacunosa e non veritiera“. Inoltre, avrebbe dovuto essere preceduta da un’altra consultazione in sede sindacale, prevista dall’articolo 9 del contratto collettivo nazionale di lavoro, che per i sindacati è stata bypassata. Sono questi i due profili di anti-sindacalità denunciati davanti al giudice del lavoro di Trieste. L’udienza è fissata appunto per mercoledì 21 settembre, quando i legali dei sindacati saranno affiancati ad adiuvandum da quelli della Regione. Non si avrà subito la lettura del dispositivo in aula: il giudice si riserverà e poi scriverà il provvedimento che verrà depositato in cancelleria qualche giorno dopo. In ogni caso, le tempistiche saranno abbastanza brevi. “Il quadro normativo sul tema si è rafforzato negli ultimi anni. Quando in passato sono stati conseguiti risultati positivi (come nel caso del giudizio del Tribunale del lavoro di Firenze sui licenziamenti della Gkn di Campi Bisenzio, ndr) non esisteva la norma contro le delocalizzazioni. A maggior ragione ora siamo convinti di ottenere un provvedimento favorevole“, afferma Martino. Secondo cui invece le ultime modifiche a quella norma non modificano il quadro: “Ancora non sono state inserite in Gazzetta Ufficiale e quindi il giudice non può tenerne conto. Inoltre, i cambiamenti riguardano principalmente il rafforzamento dell’apparato sanzionatorio e il dilatamento delle tempistiche, quindi non hanno impatto sulla condotta anti sindacale di Wartsila”.

Il ricorso per incostituzionalità – In parallelo la Regione in cui ha sede lo stabilimento attende per il 28 settembre l’esito del ricorso contro la procedura di delocalizzazione. Per la prima volta in Italia, è stata messa in dubbio la costituzionalità della norma in materia varata nel 2021. Nonostante le rivendicazioni del ministro del Lavoro Andrea Orlando e del titolare del Mise Giancarlo Giorgetti, le novità introdotte con il decreto Aiuti ter non modificano sostanzialmente il quadro perché, secondo Perulli, “non sembra che l’inasprimento sia tale da far venir meno i profili di illegittimità costituzionale che abbiamo sollevato, c’è solo una maggiorazione della sanzione in caso di licenziamento“. Ma l’aumento delle multe non è sufficiente per far invertire la rotta a una società che abbia deciso di andarsene. “Le aziende multinazionali hanno a budget somme enormi per il licenziamento dei lavoratori. Non è inasprendo la sanzione economica che si influisce sulla decisione della chiusura dello stabilimento”, ha ribadito l’avvocato. “Bisogna arrivare a un veto istituzionale, che, sulla base di una analisi delle ragioni per cui la multinazionale decide di chiudere uno stabilimento, valuta se questa ragione è valida o meno, altrimenti è solo una monetizzazione di una libertà assoluta arbitraria di decidere, che non influisce nella sostanza”.

Le nuove norme antidelocalizzazioni – Un passo indietro. Venerdì scorso, nel suo ultimo decreto, il governo dimissionario ha approvato all’unanimità il decreto Aiuti ter che contiene anche alcune modifiche alle precedenti norme anti delocalizzazione. In particolare viene aumentato del 500% il valore delle multe che le aziende dovranno pagare se delocalizzano senza aver prima raggiunto un accordo sul piano industriale con le rappresentanze sindacali. In caso di intesa, invece, il datore di lavoro sarà tenuto a fornire comunicazioni mensili sull’andamento del progetto e su eventuali ritardi previsti nella realizzazione. Come dichiarato dallo stesso Giorgetti, la misura approvata prevede anche la revoca per le aziende di ogni beneficio statale ricevuto in caso di delocalizzazione che comporti una riduzione del personale superiore al 40%. Infine, il periodo previsto per trovare un accordo tra il datore di lavoro e i sindacati sul piano industriale è aumentato da 30 a 90 giorni. Un allungamento delle tempistiche della procedura che potrebbe favorire, secondo il legislatore, le possibilità di raggiungere più facilmente un patto tra le parti.

I sindacati sottolineano come in effetti questi 60 giorni in più siano importanti nell’ottica di procrastinare i licenziamenti collettivi. Un congelamento che può giovare alle vertenze, anche a quelle in atto in questo momento, come quella su Wartsila. La scadenza per la trasmissione del piano industriale da parte dell’azienda finlandese, infatti, era fissata per il 12 settembre. Presentato al ministero dello Sviluppo Economico, il piano è stato ritenuto “irricevibile” da parte dei sindacati nazionali. Dopo le ultime modifiche le parti sociali, se lo vorranno, avranno adesso dei margini di tempo maggiori per provare a trovare una soluzione.

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