Cassa integrazione, prolungamento delle chiusure estive, fermate temporanee e flessibilità degli orari di produzione. Le acciaierie italiane producono ormai a singhiozzo. Da Aosta, dove la Cogne acciai speciali, mille dipendenti, ha prolungato la sospensione degli impianti per tutta la prima settimana di settembre e applica flessibilità ai nastri orari già da luglio, fino alle Acciaierie Sicilia dell’Alfa Acciai, dove i 500 operai resteranno a casa per almeno un’altra settimana. Scendendo da nord verso sud, la mappa delle difficoltà della siderurgia disegnata dalla Fiom-Cgil è costellata di siderurgici costretti a fare i conti con i costi del gas e dell’energia, oltre che con le difficoltà di un mercato in contrazione come sanno bene all’Ast di Terni del gruppo Arvedi, l’ultima ad aggiungersi alla lista di impianti in cui la proprietà ha chiesto di attivare la cassa integrazione per il venir meno di alcune commesse.

Tra i grossi gruppi che si salvano dal momentaccio ci sono la Tenaris di Dalmine, dove gli ordinativi sono in crescita e per i 2.200 dipendenti non si prevede alcun ricorso a diminuzione degli orari lavorativi né ad ammortizzatori sociali, e l’Abs del gruppo Danieli, dove si stanno evitando fermate e ripartenze anche nelle ore di picco dei costi dell’energia. Una sorta di resistenza. Oltre agli annosi problemi dell’ex Ilva gestita da Acciaierie d’Italia e dell’ex Lucchini di Piombino, ora in mano a Jindal, i metalmeccanici della Cgil segnalano interventi per mitigare la crisi nelle Acciaierie Venete di Padova e Brescia, con due turni in cassa da luglio e il rallentamento degli ordinativi, così come il prolungamento della chiusura estiva di Marcegaglia. All’Ori Martin di Brescia, a settembre, si sono valutati giorno per giorno i processi di produzione. Una situazione simile alla Ferriera Valsider e alla Trametal con flessibilità degli orari a Verona e Udine. Per le Ferriere Nord del Gruppo Pittini sono state chieste 5 settimane di cassa integrazione per 751 lavoratori, al momento non utilizzata, ed è possibile che lo stesso ammortizzatore divenga realtà per i dipendenti dalla Feralpi di Brescia.

Il Gruppo Beltrame di Vicenza si è fermato per due mesi e ha riavviato la produzione solo l’1 settembre, quattro giorni prima di Duferco che ha tenuto chiusi più a lungo del previsto gli impianti dove si producono travi e profilati. Il minimo comun denominatore è il problema sottostante: in quasi tutti i casi è l’impennarsi dei prezzi dell’energia, di fronte al quale il governo con il decreto Aiuti ter ha messo in campo una rateizzazione delle bollette a costo zero. “Fino allo scorso anno i costi per l’energia non erano marginali, ma mai così alti. Per produrre una tonnellata di acciaio con un forno elettrico a gennaio ci volevano 688 euro, oggi 746. Con l’altoforno si è passati da 720 a 845 euro. Questo elemento ha avuto un impatto dirompente”, spiega a Ilfattoquotidiano.it Gianni Venturi, responsabile siderurgia della Fiom. “In tanti hanno dovuto ridurre la produzione. Come primo effetto abbiamo avuto una flessibilità esasperata, con la produzione in fasce orarie serali e notturne, oppure nei week end, quando l’energia costa di meno – aggiunge Venturi – Quindi in estate c’è stata una fermata prolungata dai canonici 15 giorni a 4-5 settimane. Ora in tanti si stanno appoggiando alla cassa integrazione”.

Anche perché, mentre i prezzi dell’energia salgono, la siderurgia deve fare i conti con un anno in controtendenza al precedente: “Rispetto al 2021, quando la domanda di acciaio è stata considerevole, c’è stato un deciso rallentamento nei settori delle costruzioni, degli elettrodomestici e dell’automotive – fa di conto Venturi – Per l’ultimo trimeste e buona parte del 2023 è prevista calma piatta nelle costruzioni, che vale il 35% del mercato, e un leggero aumento di elettrodomestici e automotive, che vale il 18%”. Ciliegina sulla torta, i prezzi dei prodotti finiti che “sono aumentati perché si è scaricato lì il costo degli aumenti” durante il processo di lavorazione: una mossa che ha sta contraendo il mercato europeo a favore delle importazioni da Paesi extra Ue. Risultato? Venturi è chiarissimo: “Incertezza. Negli stabilimenti ormai si vive alla giornata. Spesso alle 14 si decide cosa e quando produrre. Un modus operandi che non può diventare strutturale, perché la siderurgia ha bisogno di programmazione. Lavorare a singhiozzo significa ‘maltrattare’ gli impianti, danneggiandoli, e intanto si trasformano i lavoratori da dipendenti a operai a chiamata”.

Twitter: @andtundo

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