La guerra si deciderà forse più nelle piazze di Germania che sui campi di battaglia dell’Ucraina. Per una serie di ragioni il paese sembra essere il più esposto alle ricadute economiche del conflitto e delle sanzioni. Berlino è molto dipendente dalle forniture di Mosca, su cui ha impostato le politiche energetiche degli ultimi decenni e che vanno ora, forse, tutte ripensate. La Germania è il primo partner commerciale europeo della Russia. E lo è della Cina che, seppur indirettamente, non è immune dalle ricadute delle nuove barriere commerciali. Tanto che lo scorso maggio la bilancia commerciale tedesca è finita in disavanzo per la prima volta da 30 anni. L’Europa si sta dimostrando più dipendente dalla Russia di quanto la Russia lo sia dall’Europa. O almeno altrettanto. Le sanzioni sembrano, per ora, fare quasi più male alla Germania che a Mosca.

Gli Stati Uniti lo sanno ma, secondo più di un analista, questo effetto collaterale non dispiace, anzi. Sono anni che Washington è insofferente verso le politiche tedesche di intensificazione dei rapporti con Mosca e Pechino e la Germania non è certo considerata da un Washington un alleato su cui fare troppo affidamento. “Le sanzioni non funzionano contro la Russia ma assicureranno agli Usa l’indebolimento irreversibile della Germania sulla scena mondiale. L’unica utilità delle sanzioni sul piano globale è di imporre dei limiti alla cooperazione tra Cina e Russia, perché Pechino non vuole rischiare sanzioni secondarie”, scrive su Limes lo storico dell’economia Giulio Sapelli.

Le previsioni sono fosche. Berlino ha ammesso che, anche con gli impianti di stoccaggio di gas pieni al 100%, in caso di stop completo alle forniture di gas russo il paese potrebbe resistere al massimo due mesi e mezzo. Dopo di che un razionamento sarebbe inevitabile. Razionamento che in una qualche misura viene comunque dato per scontato nei prossimi mesi, al punto che, riporta il quotidiano londinese Financial Times, alcuni grandi gruppi industriali prendono in considerazione ipotesi di delocalizzazione della produzione. Le industrie energivore come fonderie o produttori di alluminio iniziano a fermarsi. Con i prezzi dell’energia sotto fortissima pressione l’inflazione galoppa, secondo la Bundesbank il carovita raggiungerà il 10% già in autunno ed è noto come la Germania sia, anche per ragioni storiche, particolarmente allergica ad un’inflazione elevata.

“Un calo della crescita economica è diventato più probabile”, aggiunge la banca centrale tedesca. “L’inflazione sta prosciugando i risparmi dei tedeschi” nota allarmato l’istituto economico Ifo che spiega “Fra aprile 2020 e marzo 2021, sul fronte dei bilanci privati si era registrato un risparmio di 70 miliardi di euro in più rispetto agli anni ordinari nei conti bancari, ma dalla fine dell’anno scorso i risparmiatori hanno fatto ricorso in modo massiccio a queste risorse”. Va da sé che questi problemi non sono un’esclusiva tedesca ma la Germania è il peso massimo europeo. Per gettare altro scuro su un quadro già cupo il ministro della Sanità Karl Lauterbach ha affermato di attendersi una nuova ondata di Covid durante l’autunno. Va da sé che quando sta male soffre anche il resto d’Europa. A cominciare dal Nord Italia, la cui manifattura è pienamente integrata nelle filiere produttive tedesche.

Mosca annusa l’aria e bastona dove fa più male. La decisione di ridurre ad appena il 20% dei volumi abituali il gas inviato in Germania è una mossa politica incisiva. Gli operatori nazionali sono in gravissima difficoltà. I loro modelli di business sono costruiti sul gas russo a basso costo. Ora che viene centellinato per onorare i contratti di fornitura sono costretti a reperire la quota mancante sul mercato, dove i prezzi però sono esplosi. Il più grosso fornitore di tutti, Uniper, è sull’orlo della bancarotta, tenuto in piedi solo dal sostegno pubblico con il governo che ha sborsato sinora 15 miliardi di euro. L’esecutivo è stato quindi obbligato a scaricare il fardello sui consumatori. Dal prossimo ottobre i fornitori potranno ricaricare fino al 90% dei maggiori costi sui consumatori, con un aggravio stimato in almeno 500 euro per ogni famiglia.

Il problema è quello che accadrà nei prossimi mesi alla luce delle evoluzioni negative per economia, occupazione e prezzi. In Germania il sostegno tra la popolazione alle azioni contro Mosca è sempre stato piuttosto tiepido. Secondo un sondaggio dello scorso luglio il 51% degli intervistati pensa che attraverso le sanzioni la Germania stia danneggiando sé stessa più della Russia. È basso, e si riduce di giorno in giorno, il sostegno dell’opinione pubblica a un possibile embargo Ue sul gas. Mentre il costo dell’elettricità è salito sopra i 700 euro al megawattora, il livello più altro di sempre, quasi la metà dei tedeschi afferma che parteciperebbe a manifestazioni di piazza contro i rincari delle bollette. Malumori che rimbalzano nella politica, con un governo sin dall’inizio non monolitico nelle sue posizioni verso Mosca. La settimana scorsa ha suscitato grandi polemiche la dichiarazione del vice-presidente del partito liberale (al governo con Spd e Verdi) Wolfgang Kubicki secondo cui la Germania dovrebbe “aprire il gasdotto Nord Stream 2 il prima possibile, per riempire i nostri serbatoi di stoccaggio del gas per l’inverno. Non c’è motivo per non farlo”. L’inverno in Germania è lungo e deve ancora cominciare.

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