Si sa: dopo il 1990 o giù di lì, una “gambeta” ben fatta e una carta d’identità argentina sono stati spesso elementi sufficienti per appiccicare l’etichetta di “Nuovo Maradona” praticamente su chicchessia. Aggiungere a quegli elementi pure il nome di Diego e il soprannome di “gambetita” ed ecco il primo in assoluto dei “Nuovi Maradona”.

E stante l’inidoneità assoluta delle vesti del Pibe alle fattezze di chiunque dopo di lui, c’è da dire che Diego “Gambetita” Latorre non fosse affatto male. Lontano dal cliché del bimbo argentino che usa il pallone per uscire dalla miseria, Latorre viene da una famiglia di lavoratori, è molto intelligente e sogna di diventare un tennista famoso. Il calcio non è un’ambizione, almeno finché non viene fuori che quando ci gioca è di parecchio superiore ai compagni: ha un controllo strepitoso, è veloce, ha un gran destro ma sa usare benissimo anche il sinistro. Lo nota prima il Ferro Carril Oeste, poi gli osservatori del Boca capiscono che quel ragazzino di 12 anni ha qualcosa in più degli altri e lo portano in maglia gialloblù: mamma e papà sono restii, però, per loro conta di più la scuola, e allora il Boca dà l’ok a fare un solo allenamento a settimana più la partita. I compagni mormorano un po’: “Chi è questo qui per fare un solo allenamento?”. La risposta arriva in partita, con gol, assist e giocate da urlo che continuano per tutta la trafila delle giovanili fino all’esordio in prima squadra a 18 anni.

Diego diventa ben presto la stella di quel Boca in cui ci sono pure Josè Cuciuffo, Alfredo Garciani e un giovanissimo Gabriel Omar Batistuta, che gioca all’ala. Un Boca che arriva a vincere Supercoppa Argentina e Recopa nel 1989 e poi un torneo di Clausura con l’arrivo di Tabarez nel 1990, con il maestro urugaiano che intuisce le potenzialità di Batistuta e lo sposta al centro: con Latorre accanto gli xeinezes sono una macchina da gol. Intanto a Firenze c’è Vittorio Cecchi Gori che pensa in grande: c’è da sostituire Baggio e ricucire la profonda ferita col pubblico prodotta dalla sua cessione alla Juve e le magie di Latorre e gli echi che arrivano dall’Argentina sembrerebbero perfetti per la maglia viola numero 10. Ma osservando le partite di Latorre il presidente viola si accorge che c’è altro che brilla con la maglia gialloblù: Batistuta, appunto. La volontà sarebbe prenderli tutti e due, anche per spingere una campagna abbonamenti che non decolla, ma in mezzo arriva la Copa America: l’Argentina vince, Batistuta stupisce diventando capocannoniere del torneo e scatena l’interesse di mezzo mondo, e allora Cecchi Gori dà mandato al suo intermediario, l’avvocato Gallavotti, di chiudere subito.

C’è un problema però: vendere assieme Batistuta e Latorre equivarrebbe per il Boca a vedere i tifosi in strada a protestare, e allora si procede con un’operazione dispendiosa e complicata. Batistuta subito a Firenze, Diego Latorre resta per un anno al Boca in prestito con stipendio pagato da Cecchi Gori stesso a cui tocca addirittura comprare pure un sostituto di Batigol per il Boca: El Turco Mohamed, che da giocatore ricordano in pochi, da allenatore molti di più per la vittoria col Monterrey dedicata al figlio scomparso in un incidente stradale. Costo totale dell’operazione tra cartellini e ingaggi: tra i 15 e i 18 miliardi di lire. Il primo anno di Bati in viola è in chiaroscuro: ci mette un po’ ad adattarsi, ma segna comunque 13 reti e il sogno di replicare la gran coppia con Latorre fa immaginare una stagione esplosiva. Ma è sfortunato: appena arriva in Italia il suo agente viene arrestato, passa settimane in albergo senza allenarsi per vedere la prima panchina a dicembre, contro il Parma.

Chiuso da Orlando e Baiano gioca soltanto due spezzoni di gara, contro Foggia e Genoa, in totale diciotto minuti prima di dire addio per sempre alla Serie A. Vola a Tenerife, dove trova un compagno d’attacco che aveva in comune con lui l’esperienza sfortunata in viola: Dertycia. Gioca buoni campionati in Spagna, dove veste anche la maglia del Salamanca, poi torna al Boca, ma ormai non è più il giocatore di una volta. Parla della squadra come di un “cabaret” per via di troppe fughe di notizie dallo spogliatoio e si trasferisce al Racing: segna contro l’ex squadra esultando turandosi il naso…causando una rottura irreparabile. Lascia l’Argentina allora, e vola in Messico, concludendo poi la carriera in Guatemala per poi passare dal calcio giocato a quello commentato: con buon successo peraltro. Ieri ha compiuto 53 anni e i tifosi della Fiorentina ancora lo ringraziano: grazie a lui hanno avuto Batigol in viola.

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