Si è conclusa la missione di una settimana dei Ros a Kinshasa, in Repubblica Democratica del Congo, dove finalmente, dopo oltre un anno di attesa e due rogatorie, i nostri inquirenti hanno potuto ottenere copia degli atti di indagine raccolti dalla magistratura congolese sul triplice omicidio dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e dell’autista del WFP Mustapha Milambo. Inoltre, hanno potuto incontrare e interrogare le cinque persone agli arresti dal gennaio scorso per il loro presunto coinvolgimento nel triplice omicidio, nonché acquisire tabulati telefonici e anche 40 video, riguardanti i sopralluoghi effettuati dalle autorità congolesi nella località di “trois antennes”, sulla route nationale 2, nell’immediatezza dei fatti, e anche video relativi agli arrestati. I Ros hanno potuto infine recuperare il telefono satellitare di Iacovacci, trovato sul luogo dell’agguato, insieme al cellulare e a due schede telefoniche appartenenti a uno dei cinque arrestati. In base a quanto si viene a sapere, davanti ai Ros e in presenza di un avvocato i cinque indagati avrebbero affermato che al momento dell’agguato ignoravano che a bordo del convoglio ci fosse un ambasciatore: secondo quanto scrivono oggi Corriere della Sera e Repubblica, la banda avrebbe dunque tentato di mettere a segno una rapina, puntando a un bottino di 50mila dollari, ma poiché Attanasio e gli altri del WFP non avevano una tale somma, avrebbero optato per un sequestro-lampo, ambendo a un riscatto di un milione di dollari. Come già le autorità di Goma avevano annunciato lo scorso gennaio, mostrando gli arrestati, a capo della banda ci sarebbe stato un uomo soprannominato Aspirant, di cui ora viene reso noto il nome completo: Amos Mutaka Kiduhaye, tutt’ora latitante. Anche dei cinque arrestati il Corriere rende note le generalità. Secondo la testata, nelle loro confessioni avrebbero spiegato come agiva abitualmente il commando, con due uomini in moto che sorvegliavano la strada e avvertivano i complici del passaggio di eventuali “prede”. Sulle moto quella mattina del 22 febbraio 2021 ci sarebbero stati Issa Seba Nyani e Amidu Sembinja Babu, che avrebbero avvertito “Aspirant” che sarebbe uscito dalla boscaglia insieme ad altri due complici, Marco Prince Nshimimana (secondo il Corriere) o Nashimimana (secondo Repubblica) e Bahati Kiboko, tutti armati di Kalashnikov. “Nshimimana davanti alla prima intimando l’alt, Kiboko dietro la seconda per bloccare un eventuale tentativo di fuga”, scrive il Corriere. E– a differenza di quanto avevano annunciato gli inquirenti congolesi a gennaio – si afferma ora che a sparare materialmente su Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci sarebbe stato non “Aspirant”, ma Marco Prince Nshimimana, il quale però nega risolutamente, pur ammettendo la propria partecipazione all’agguato. Nei video forniti ai Ros, ci sarebbero anche – scrive sempre il Corriere – “i pedinamenti dei sospettati prima della loro cattura, avvenuta indagando su un altro sequestro — andato a buon fine, nel maggio 2021 — ai danni di un imprenditore locale. In uno di questi video si vedono i presunti colpevoli riuniti a cena, circostanza ritenuta rilevante perché alcuni di loro avevano negato di conoscersi.” Si tratta – aggiungiamo noi – del sequestro del noto uomo d’affari di Goma Sandro Shaka, rapito il 12 maggio 2021, ma su tutt’altra direttrice, sulla strada che da Goma porta verso il territorio del Masisi e non verso quello di Rutshuru. In quel caso, il ricco imprenditore era stato sicuramente seguito e scelto per la sua possibilità di pagare subito. Come infatti era avvenuto. Dopo pochi giorni, era libero. Sarebbe stato lui a portare gli investigatori congolesi sulle tracce della banda che l0aveva sequestrato e che – a detta dei magistrati congolesi – avrebbe in precedenza anche compiuto l’assalto al convoglio del WFP su cui viaggiavano Attanasio e Iacovacci.

Tuttavia, nella ricostruzione che Corriere e Repubblica attribuiscono ai cinque arrestati, diversi elementi non coincidono con quanto già emerso dalle carte processuali. Anzitutto, non corrisponderebbe al vero che la banda abbia aspettato “le prime vittime «bianche» lungo la Route nationale 2, com’era accaduto in altre occasioni”. Dalle carte e da diverse testimonianze sappiamo infatti che sulla medesima strada quella mattina era passato un altro convoglio umanitario con occidentali a bordo, che non aveva riscontrato il benché minimo problema. Non solo: dalle testimonianze di alcuni dei funzionari del WFP sopravvissuti all’assalto, sappiamo che dal ciglio della strada non sbucarono tre, ma sei/sette uomini armati. Così come sappiamo che fin dal sabato precedente la popolazione del villaggio di Kibumba aveva notato gente appostata e ne aveva allusivamente segnalato la presenza alle ecoguardie del Parco dei Virunga, con cui quella mattina si sviluppò poi lo scontro a fuoco. Se la banda era appostata da due giorni, a maggior ragione non si vede perché non abbiano assaltato altri e abbiano atteso proprio il convoglio di Attanasio. Non è un caso, forse, che i cinque (come scrive Repubblica) abbiano prima confessato e poi parzialmente “ritrattato o comunque non fornito una versione coerente” dei fatti. Per questo, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco si riserva di decidere se iscrivere o meno i cinque nel registro degli indagati. Resta uccel di bosco quello che gli inquirenti congolesi indicano come la mente del gruppo, di cui a gennaio era stato reso noto solo il soprannome, “Aspirant”, ma di cui ilfattoquotidiano.it conosceva il vero nome di Amos Mutaka Kiduhaye da fine febbraio, decidendo di non divulgarlo per non comprometterne l’eventuale ricerca. Alcune fonti vicine alle indagini avevano riferito al fattoquotidiano.it che l’uomo, cinquantenne, avesse trovato rifugio in Uganda, nel campo profughi di Chaka. Informazioni che si era preferito non divulgare, sperando in una sua cattura, visto che le forze di sicurezza congolesi avevano assicurato di essere sulle sue tracce. A distanza di mesi, però, nessuno si è mosso per andare a prenderlo.

Queste indagini riguardano il filone dell’inchiesta ancora aperto presso la Procura di Roma per terrorismo, mentre l’altro filone si è chiuso con due indagati per omicidio colposo: i funzionari del WFP Rocco Leone e Mansour Rwagaza, infatti, non solo trascurarono le più elementari norme di prudenza, ma falsificarono anche le carte di viaggio omettendo si segnalare a bordo la presenza di Attanasio e Iacovacci.

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