di Sara Gandini e Francesca Capelli, sociologa e scrittrice*

Al 13 aprile 2022, meno del 40% dei bambini di 5-11 anni aveva completato il ciclo di vaccinazione Covid-19 in Italia. Questa percentuale è stata raggiunta grazie a ricatti e imposizioni, chiamati ipocritamente “spinta gentile”, che hanno portato a discriminazioni che impedivano ai giovani di poter andare a scuola o a fare sport nel caso non fossero vaccinati. Per il loro bene?

Ora emerge che questa campagna vaccinale molto aggressiva si basava su evidenze scientifiche scarse, almeno rispetto ai minori. Un recente studio pubblicato su The Lancet, basato sui dati dell’intera popolazione italiana pediatrica, ha mostrato che l’efficacia della vaccinazione rispetto all’infezione è stata significativamente inferiore a quella che ci si aspettava secondo lo studio clinico che ha portato all’approvazione del vaccino nei bambini: 90.7% nello studio di approvazione vs 29.4% in questo importante studio.

Speriamo che questi dati non vengano usati strumentalmente per ripartire di nuovo con le campagne vaccinali draconiane “modello italiano”. Come dire: se il vaccino sui bambini si dimostra poco efficace, peraltro sulla prevenzione di una malattia non grave per quella fascia di età, anziché abbandonare la strada della vaccinazione di massa, si insiste sulla necessità di vaccinare di più, sperando che quattro dosi di vaccino funzionino dove tre si sono rivelate di scarsa utilità.

Come più volte ho affermato in questi due anni e mezzo, le decisioni di politica sanitaria devono basarsi su evidenze scientifiche solide e tenendo conto del bilancio rischi/benefici che varia enormemente per età e altre patologie. Ancor più quando si tratta di interventi effettuati su individui sani e a basso rischio di malattia e con vaccini approvati per via emergenziale.

Bisognerebbe potenziare la farmacovigilanza e studiare la variabilità dei rischi, eppure il governo italiano sembra confermare la volontà di depotenziare ulteriormente l’azione dei Dipartimenti di Prevenzione, che devono poter contare – per funzionare bene – su dati certi e raccolti con metodi rigorosi. Invece, lo scorso 30 aprile, si è verificato l’ennesimo blitz: l’articolo 28 del dl n. 36, pubblicato in Gazzetta Ufficiale proprio in quella data, promuove l’esternalizzazione della gestione digitale di dati sino ad ora custoditi e gestiti in autonomia da Istat.

Come afferma un comunicato di Isde (International Society of Doctors for Environment): “La gestione delle banche dati sarà regolata da ‘contratti di servizio’, con possibili complicazioni organizzative e burocratiche e con enormi rischi per la credibilità del nostro Istituto Nazionale di Statistica e per la protezione dei dati messi a disposizione da cittadini e imprese. È stato inoltre stabilito un taglio al bilancio di 40 milioni e una diminuzione del personale che sarà attuata nei prossimi anni proprio a spese della produzione di dati”. Ricercatori, clinici, rappresentati di associazioni di pazienti, parlamentari potrebbero non riuscire ad accedere in modo trasparente a dati aggiornati, sui quali basare le scelte strategiche.

L’esternalizzazione rientra nella decisione di privatizzare di fatto l’Istat, che dipenderà da un consiglio di amministrazione con una maggioranza di rappresentanza da parte del governo. Come osserva Isde: “Interessi universali potrebbero essere subordinati a interessi di una parte politica”. E in questi due anni e mezzo non sono mancati esempi in questo senso.

Fortunatamente Omicron sembra meno severa di Delta. Infatti se la percentuale di bambini positivi alla Sars-CoV-2 ricoverati in ospedale è raddoppiata durante l’ondata Omicron rispetto alla Delta in molti paesi, tuttavia la mortalità in ospedale dei bambini nell’ondata Omicron è rimasta rara e simile alla Delta, come commentato anche recentemente su Nature Immunology, e la frazione di bambini sotto i 5 anni in terapia con ventilazione nel Regno Unito è stata quasi la metà con la Omicron rispetto alle ondate precedenti. Recentemente su Nature commentano che anche le più recenti variati di Omicron non sono più severe in termini di malattia grave.

Certamente le nuove varianti della Omicron sono più infettive e i vaccini ancora meno efficaci rispetto al rischio di infezione, ma l’efficacia rispetto alla malattia grave è rimasta abbastanza buona: del 38% rispetto alla Covid-19 grave nei bambini, anche con la ondata della Omicron, ma del 70% negli adulti come visto sul New England Journal of Medicine. Questo dovrebbe tranquillizzarci riguardo ai soggetti fragili e agli anziani.

Indubbiamente il vaccino non garantisce l’eternità e nelle persone più fragili un richiamo nel tempo potrebbe essere necessario, sperando che i vaccini che arriveranno siano efficaci anche rispetto alle nuove varianti. Siamo quindi felici che ci siano vaccini per chi ne ha bisogno, ma ognuno dovrebbe poter stabilire liberamente il proprio bilancio rischi/benefici in una relazione medico-paziente di fiducia e in un clima che permetta ai medici di potersi esprimere liberamente, senza minacce e scomuniche. Perché le “spinte gentili” viste in Italia non sono più accettabili.

*co-autrici del libro Dissenso informato, appena pubblicato da Castelvecchi

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