Un economista che stimo, Daniel Cohen, presidente dell’Ecole de l’Economie di Parigi, ama citare spesso Henri Bergson, il quale aveva detto a proposito della Prima Guerra Mondiale, che appariva prima che scoppiasse “allo stesso tempo come probabile e come impossibile”. Vale lo stesso oggi. Putin ha aperto il vaso di Pandora. La Nato si è blindata ad est. Domenica 19 giugno si è conclusa l’esercitazione navale “Baltops 2022” organizzata dal comando delle forze navali Usa in Europa che ha visto mobilitati 45 navi, 75 aerei e 7500 uomini di 14 paesi aderenti all’Alleanza (non l’Italia), coi russi che a loro volta hanno schierato una sessantina di navi da guerra. Sfoggio di muscoli, in nome della deterrenza (reciproca), in un’area sempre più strategicamente cruciale, mentre in Ucraina infuria un conflitto violento e devastante. Infine, come ciliegina sulla torta della tensione internazionale, ecco la piccola Lituania che osa sfidare l’Orso russo. Per l’Europa, ormai, si aggira lo spettro di un gigantesco caos (un tempo, lo spettro era quello del comunismo…). L’escalation ricorda tanto la crisi dei missili di Cuba, a cominciare dall’aggressività dei toni – mediatici, informatici, diplomatici – tra Occidente e Russia. Sono trascorsi sessant’anni e le analogie si amplificano. Purtroppo.

Ma è meglio cominciare dal fatidico venerdì 17 giugno. Il giorno in cui le dogane lituane hanno bloccato il traffico ferroviario delle merci sottoposte a sanzioni in transito dalla Russia per l’exclave di Kaliningrad, e viceversa. L’iniziativa ha sorpreso tutti. La Russia che ha minacciato la Lituania. L’Europa che si è chiesta: come mai ora e non prima? L’Alto Rappresentante dell’Ue, Josep Borrell, ha dichiarato che sono state applicate le norme Ue sulle sanzioni. Ma ha subito messo le mani avanti, ben conscio dei timori suscitati e dell’inevitabile replica di Mosca: “Sono sempre preoccupato dalle rappresaglie russe, ma siamo fattuali: il transito terrestre tra Kaliningrad e la Russia non è stato fermato. La Lituania non ha adottato alcuna restrizione unilaterale nazionale, ha soltanto applicato le sanzioni Ue”.

Il tempo di somatizzare l’affronto – perché tale è percepito da Mosca – che sono arrivate, quasi in automatico, le proteste russe. Ha cominciato Anton Alikhanov, governatore del delicato territorio exclave, incuneato tra Polonia e Lituania, collegato alla Bielorussia da quello che viene chiamato “corridoio di Suwalki”, una porzione di un centinaio di chilometri di frontiera e larga 35, condivisa dalla Polonia e dalla Lituania. Questa regione prevalentemente agricola è considerata il tallone d’Achille della Nato. Perché è attraverso questo “corridoio” che la Nato dovrebbe trasportare il materiale e i rifornimenti necessari per la difesa dei Paesi Baltici, in caso di crisi: alla Russia basta poco, con mezzi relativamente limitati, passando dalla fida Bielorussia, per tagliare rapidamente e isolare questi Paesi dal resto dell’Alleanza.

Sempre Daniel Cohen è assertore di un vecchio principio, derivato dalla antica saggezza popolare: “Immaginare il peggio per impedirlo”. Kaliningrad, uno dei porti principali del mar Baltico (dove sono stato qualche volta per ragioni di servizio ai tempi della mia corrispondenza dalla Russia), è stata tedesca sino al 1946, storicamente si chiamava Königsberg, la città di Emanuele Kant e in cui è cresciuta Hannah Arendt; poi, i sovietici l’hanno ribattezzata col nome del primo presidente del Soviet Supremo, Mikhail Kalinin, eroe della rivoluzione, e hanno cominciato a trasformarla in un avamposto militare. Dal 1952, infatti, ospita la base della Flotta Baltica, ma è diventata strategicamente rilevante con l’avvento di Putin, che l’ha rafforzata, in risposta all’adesione delle tre repubbliche baltiche alla Nato, nel 2004. Kaliningrad ha circa mezzo milione di abitanti, il suo centro storico è in fase di restauro (finanziato con fondi tedeschi), ospita gruppi missilistici anche nucleari. I razzi possono facilmente raggiungere Berlino e le principali città del centro Europa. E’ uno dei cardini della strategia militare putiniana. Ed è anche potenzialmente l’eventuale casus belli contro la Lituania, la regione europea più vulnerabile ad un attacco russo. Basta un pretesto. Come quello del blocco delle merci sotto sanzione.

Perché solo ora, in un contesto così precario e drammatico? Sui social si è scatenato lo tsunami propagandistico dei troll, dei siti e di chi ha già condiviso le argomentazioni del Cremlino: quel che è successo in Lituania dimostra come la Nato manovri i suoi burattini per provocare la Russia e accendere così la miccia della terza guerra mondiale. Chiaro il tentativo di diffondere il panico. Ma non è una novità. Il refrain è noto. Da mesi le tv russe ospitano appelli costanti alla creazione di un corridoio diretto tra Kaliningrad e il resto della Russia, spodestando polacchi e lituani: cosa possibile soltanto con un attacco militare.

Però, il gesto di Vilnius potrebbe essere stato motivato non solamente dalle pressioni di Bruxelles, ma pure da una grossolana provocazione russa. L’8 giugno scorso Evgenij Fiodorov, membro di Russia Unita (il partito di Putin) e deputato della Duma, ha presentato un progetto di legge federale sulla “abrogazione del decreto del Consiglio di Stato dell’Urss sul riconoscimento dell’indipendenza della repubblica di Lituania” (n°139560-8). La Russia, ha commentato Margarita Seselgyte, direttrice dell’Istituto lituano di politica estera, “ha sempre questi politici oltranzisti da cui il Cremlino poi si smarca. E’ un modo per provare le nostre reazioni. La Lituania è fra i più ferventi sostenitori dell’Ucraina, i lituani esigono che la Russia sia punita. Da parte di Mosca, forse è anche la maniera di dire: non provocateci”.

Già due mesi fa Darius Jauniskis, direttore dell’intelligence lituana, aveva individuato questo tipo di offensiva ibrida: “A Mosca ci sono molti propagandisti che affermano apertamente che la Lituania vuole bloccare la ferrovia e che il corridoio di Suwalki dovrebbe essere preso con la forza dalle truppe russe”. Più o meno in quei giorni Mantas Adomenas, il viceministro degli Esteri lituano, per smorzare le tensioni crescenti con Mosca aveva dichiarato a Le Monde: “Il transito è protetto dagli accordi internazionali, ed è escluso da ogni sanzione”. Due mesi dopo, il capovolgimento. Ufficialmente, il ministro degli Esteri Gabrielus Landsbergis ha scaricato la responsabilità del blocco: “Non siamo noi che abbiamo preso questa decisione, è l’Unione Europea”. Per questo, la Lituania si è subito affrettata a precisare (lo ha fatto anche l’Ue) che il traffico passeggeri e quello delle merci non sanzionate continuava come prima. Ogni mese, infatti, un centinaio di convogli non militari collegano Kaliningrad al resto della Russia, passando per Vilnius e per la Bielorussia. L’attuazione di questa linea ferroviaria fu una delle condizioni imposte alla Lituania per la sua adesione alla Ue.

La tensione, tuttavia, è decisamente alta. La Lituania teme di essere la prossima vittima dell’espansionismo putiniano, e i suoi abitanti da tempo si aspettano un attacco, giustificato da Putin per controllare il “corridoio” di Suwalki e garantire i transiti di tutte le merci. Ahinoi, la storia d’Europa ci insegna quanto perniciosi siano stati i corridoi, e i lituani ricordano amaramente come la Russia abbia preso tutto, in passato, calpestando l’indipendenza e annettendola all’Urss dal 1940, per mezzo secolo. Da quando è iniziata la guerra, alla stazione di Vilnius appaiono manifesti, cartelli e attivisti che ricordano, con messaggi in russo ai passeggeri diretti in Russia, quel che succede in Ucraina, mostrando le foto delle distruzioni e dei massacri.

Mosca, ovviamente, si è inviperita. Ma con la Lituania le capita spesso. È un nervo scoperto. Una diatriba geopolitica che per il governatore Alikhanov può “essere risolta con mezzi diplomatici”. Il ministero degli Esteri russo ha convocato Markus Ederer, l’ambasciatore a Mosca dell’Unione Europea. Konstantin Kovachev, vicepresidente del Consiglio della Federazione russa (la camera alta del parlamento), ha ammonito che “l’insipiente blocco” viola gli accordi di partnership tra Ue e Russia. Il che potrebbe comportare “implicazioni di vasta portata”, gli ha fatto eco Alikhanov. Poteva mancare Dmitri Peskov, il portavoce del Cremlino? “E’ stata una decisione senza precedenti. Costituisce una violazione di tutto, in modo assoluto”.

Le tensioni tra i due Paesi sono ricorrenti, costanti, datano dal giorno in cui la Lituania riuscì a proclamare l’indipendenza, prima tra le repubbliche ex sovietiche, l’11 marzo 1990. Meno di un anno dopo, nel gennaio del 1991, l’Armata Rossa attaccò gli edifici governativi di Vilnius per stroncare il processo d’indipendenza. Dopo il 24 febbraio, molte piazze e strade lituane sono state dedicate alle vittime di quel famigerato gennaio 1991. Il 9 settembre dello stesso anno, la moribonda Urss riconobbe alla Lituania la sua sofferta indipendenza. Le ultime truppe russe si sono ritirate nel 1993. La Lituania, in seguito, ha rifondato l’economia per integrarsi nelle istituzioni dell’Europa occidentale, raggiungendo l’Ue e la Nato nella primavera del 2004, la zona euro nel 2015. Dal 2017 integra il gruppo di lavoro dell’Ocde sulla corruzione, tappa importante nel processo d’adesione all’organizzazione, avvenuto nel 2018.

La frontiera con la regione di Kaliningrad è lunga 261 chilometri, con essa condivide il paradiso naturale della laguna di Curlandia, la minoranza russa è del 5,8 per cento, il russo è parlato dall’8 per cento della popolazione (2.711.566 abitanti al luglio del 2021). Tra le manovre annuali della Nato, segnalo quella del 2017 chiamata “la tempesta di tuono lituana”, in cui si sono testate la flessibilità delle forze (Vilnius dispone di un esercito di 16mila uomini) e la capacità delle risposte agli attacchi missilistici e alle incursioni anfibie dal Baltico. Poco prima dell’invasione russa in Ucraina, la Germania ha mandato in Lituania 350 soldati che si sono aggiunti ai 500 già presenti, e i tedeschi hanno il ruolo principale in seno alla Enhanced Forward Presence, unità della Nato che conta tra i 1000 e i 1200 militari, avvicendati ogni sei mesi.

In verità, questa presenza multinazionale sul fianco est della Nato rappresenta più che altro un elemento di dissuasione. In caso di attacco russo per “liberare” Kaliningrad dal blocco (che riguarda il 40-50 per cento del traffico merci), sarebbero gli americani ad arrivare in soccorso, perché l’attacco contro uno dei paesi membri della Nato – recita l’articolo centrale del suo statuto – è considerato un attacco contro tutti.

Stiamo camminando su un filo di rasoio. Né Mosca né Washington vogliono tagliarsi i piedi. Almeno, speriamo.

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