Durante l’adolescenza il ragazzo vive tre lutti.

1) Il lutto del ruolo infantile: prima poteva sentirsi un bambino deresponsabilizzato, ora invece la società gli chiede un atteggiamento responsabile e definito.

2) Il lutto dei ruoli genitoriali: quando era piccolo i genitori parevano capaci di risolvere ogni problema. Erano i grandi a cui demandare le difficoltà e a cui rivolgersi per qualsiasi incertezza. Ora il ragazzo scopre che i genitori hanno difetti e possono trovarsi in forte disagio di fronte agli eventi dell’esistenza.

3) Infine il lutto per il proprio corpo: prima il giovane aveva un corpo che bastava a se stesso. Ora avverte un cambiamento – sia di dimensioni che di qualità – rispetto a pulsioni che lo mettono a disagio e richiedono la presenza di un altro essere umano con cui affrontare la scoperta della sessualità.

Mentre prima il bambino bastava a se stesso, godeva dell’appoggio dei genitori e della comprensione sociale, ora il giovane adulto scopre di essere solo e di aver un assoluto bisogno di altre persone. Naturalmente i lutti portano sofferenza, momenti depressivi, angosce ma poi, col tempo, sono forieri di nuove opportunità, in quanto qualcosa di inedito emerge e compaiono insperate opportunità. Ad esempio, la libertà che il ruolo adulto permette, l’autonomia e la possibilità di soddisfare i propri desideri.

La fase dell’adolescenza esiste, da quello che si conosce, in tutte le culture e società. In alcune tribù si attuano riti che determinano simbolicamente il passaggio, come trascorrere una notte da soli fuori dal villaggio nella foresta per dimostrare di essere adulti o sottoporsi a una prova iniziatica. Nella nostra società il rito simbolico, di solito, è costituito dalla possibilità di votare, di possedere la patente di guida e dalla fine delle scuole superiori.

Ho fatto questa breve premessa sulla condizione adolescenziale per affrontare la notizia del giovane che ha ucciso in Texas 21 persone. Si trattava di un 18enne introverso, con problemi familiari. Non voglio entrare nel singolo caso che verrà eventualmente sviscerato dagli inquirenti, ma descrivere una situazione che appare, soprattutto negli Usa, relativamente ripetitiva. Dalla strage, divenuta famosa, Columbine del 1999 in poi con una certa costanza succede un evento con le seguenti caratteristiche:

1. Il protagonista è un giovane in fase adolescenziale o tardo adolescenziale che attraversa un periodo di sofferenza legata ai tre lutti tipici dell’età;

2. Il ragazzo subisce una situazione familiare complessa con sofferenze, presumibili, in ambito genitoriale, a contatto con adulti che non hanno tempo emotivo per lui;

3. un senso di solitudine esistenziale, accentuato dal fatto che i luoghi di aggregazione scarseggiano, mentre prevalgono i luoghi virtuali;

4. Il desiderio di apparire finalmente in questi luoghi virtuali;

5. Rabbia repressa e la tipica impulsività giovanile.

Se questi punti, che ho sommariamente descritto, si intrecciano fra loro emerge il profilo di un adolescente potenzialmente esplosivo. In questa età il tasso di suicidi è la seconda causa di morte e fra i più alti di tutta la vita (circa 10,9 ogni 100.000 in statistiche di alcuni anni fa). Sempre in questa età troviamo giovani che mettono a rischio la propria vita. Come nel film di James Dean “Gioventù bruciata” molti ragazzi iniziano ad usare droghe o elevate quantità di alcolici e partecipano a risse fuori dagli stadi o in altri luoghi, spesso scatenate da motivi futili. Naturalmente, se la possibilità di accedere ad un’arma è facile (come succede negli Stati Uniti, soprattutto del Sud), l’idea di usare questo strumento per esprimere rabbia, desiderio di autodistruzione, voglia di apparire sui social e uscire dall’anonimato può divenire una rilevante tentazione.

Cosa fare? Certamente non si possono “mettere le mutande al mondo”, intendendo con questa frase definire il desiderio di non fare soffrire i nostri figli che attraversano l’adolescenza. Si rischia di incorrere in quella che viene definita “adolescenza prolungata” in cui i genitori appoggiano il loro pargolo in tutto fino ai trenta o addirittura ai quarant’anni, tenendolo in casa a fare il bamboccione. Occorre conoscere le sofferenze dell’adolescente, aiutare i genitori a porsi in un nuovo ruolo rispetto ai figli, accettando però momenti di regressione, alternati a fasi di autonomia. Come società sarebbe opportuno prevedere luoghi di aggregazione giovanile come un tempo erano gli oratori, spazi di condivisione del disagio e momenti di decantazione della sofferenza.

L’adolescenza fisiologicamente trascorre e, una volta finita, porterà a giovani pieni di vitalità. Occorre essere positivi. Qualche aspetto repressivo, però, deve necessariamente essere presente e va evitata la possibilità di accedere facilmente ad armi che potrebbero amplificare il disagio dei ragazzi.

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