Cosa nostra odia e non dimentica. Neanche trent’anni dopo. Non si spiega altrimenti il comportamto di uno dei presunti boss, arrestati nell’ultimo blitz antimafia della procura di Palermo. Aveva vietato alla figlia di partecipare con la classe alle iniziative per commemorare la strage di Capaci. Siamo nel maggio del 2019, durante i preparativi per il ricordo di Giovanni Falcone e al boss veniva prospettata l’intenzione della moglie di un affiliato di far partecipare la figlia alle relative iniziative scolastiche sul 23 maggio. La reazione dell’uomo d’onore fu feroce: dopo aver apostrofato la parente dell’affiliato come “sbirra”, aveva sottolineato come lui non avesse mai prestato il consenso alla partecipazione a queste iniziative, definite “vergogne“, ribadendo che loro non potevano “immischiare le carte con Falcone e Borsellino”. Per il gip si tratta di un “atteggiamento sconcertante, il fatto che la “formazione” mafiosa non abbia risparmiato nemmeno una bambina in tenera età che, dopo lunga preparazione, si accingeva a partecipare a una iniziativa scolastica in memoria dei rimpianti Giudici Borsellino e Falcone”. D’altra parte trent’anni dopo la strage di Capaci i cognomi che finiscono nelle carte degli inquirenti sono sempre gli stessi nella maxi operazione congiunta della Squadra mobile e del Nucleo investigativo dei Carabinieri, coordinati dal pool antimafia di Palermo, guidato dall’aggiunto Paolo Guido, è finito anche Antonio Lo Nigro, detto Ciolla, cugino del ben più conosciuto Cosimo Lo Nigro, famoso per avere procurato l’esplosivo per la strage di Capaci.

I numeri del blitz – Sono 29 gli arresti in carcere disposti dal gip Lirio Conti, più due ai domiciliari perché ultrasettantenni. E nella ampia ordinanza (1270 pagine) sono tanti gli episodi estorsivi. Commercianti, imprenditori, che non hanno denunciato ma si sono piegati al sistema mafioso, anche rivolgendosi direttamente ai boss per “mettersi a posto”. Gli inquirenti hanno ricostruito addirittura fino a 50 episodi di estorsioni ed è stata depositata un’informativa in cui risultano indagati una 40ina di imprenditori per favoreggiamento alla mafia. Un contesto sociale ancora asservito al potere mafioso nei quartieri di Brancaccio, Corso dei Mille e Roccella, nella zona est di Palermo. Quello che emerge dalle indagini è il controllo totale sulle attività commerciali, sulla compravendita di terreni e perfino sull’irrigazione dei campi: l’acqua pubblica gestita dalla Regione veniva sottratta dall’organizzazione mafiosa e rivenduta ai privati. Uno spaccato che riporta indietro nel tempo anche attraverso le famiglie mafiose. Come quella dei Lo Nigro: da Cosimo protagonista della fase stragista, ad Antonino, 43enne, uscito dal carcere per riprendere in mano le redini di Corso dei Mille, e gestire il traffico di droga, hashish e cocaina che “non possono entrare a Palermo senza l’assenso di Cosa Nostra”. Durante le indagini sono scattati 16 arresti in flagranza per detenzione di sostanza stupefacente e sequestrati circa 80 chili di droga tra cocaina, purissima ancora da tagliare, hashish e marijuana per un valore sul mercato di oltre 8 milioni di euro.

Gli affari con l’acqua – Una mafia che si sostituisce in tutto e per tutto allo Stato. Che addirittura “spartisce l’acqua”. Come nel caso dell’irrogazione dei terreni. L’acqua gestita dal consorzio di Bonifica Palermo 2, di competenza della Regione. “Eh mi dice una cosa “zu Pinu”‘…ma qualche cinque ore di acqua si possono avere per giovedi?”, così a giugno del 2019 Emanuele Prestifilippo chiedeva acqua a Giuseppe Cottone. I due, assieme a Francesco Greco e Simone Romano si spartivano la competenza delle acque. La sottraevano alla condotta “San Leonardo” e la ripartivano in cambio di soldi agli agricoltori di Ciaculli – Croceverde Giardini e Villabate, per un costo che andava dai 13 ai 15 euro per un’ora di irrigazione. E non si limitavano certo a fornire l’acqua, offrivano perfino un servizio di “guardiania” per “8 euro a tumulo di terra”. Un servizio pubblico completamente privatizzato e gestito dal consorzio mafioso.

Mafia e sfincione – Dalla gestione dell’acqua a quella della libertà, il passo, a quanto pare, è breve: “Ti stiamo lasciando libero, perciò lo capisci, siccome ci sono esigenze … siccome per ora c’è urgenza che bisogna, qualche cento euro bisognano per questi poveri sfortunati non per metterceli in tasca! È per aiutare questi poveri sfortunati”, ecco il “bisogno” del pizzo, spiegato da Tommaso Militello ad un commerciante di Brancaccio che da poco aveva aperto un laboratorio dove produceva lo sfincione (la pizza tipica del Palermitano), e dove da poco un vicino aveva danneggiato la sua saracinesca con dell’Attack. Così Militello offriva la sua protezione, chiedendo in cambio un aiuto per i “poveri” detenuti. Dopo essersi assicurato l’assenso del commerciante, però, si congedava assicurandosi una correzione sullo sfincione: “Un’altra cosa, siccome giro a Palermo. Si lamentano di questo sfincione… che il condimento è poco”, riferiva Militello allo sfincionaro. Il laboratorio di Brancaccio, al quale si aggiungono bar, pasticcerie, gelaterie e, manco a dirlo, ditte di gestione di recupero e preparazione per il riciclaggio di cascami e rottami metallici.

La “sensaleria” – Una delle attività più floride emerse dall’operazione congiunta di Carabinieri e Polizia è poi quella della “sensaleria”. Il gruppo mafioso offriva, infatti, un servizio di mediazione per l’acquisto di terreni o di immobili, ovviamente in barba ad ogni registrazione alla Camera di commercio, con una percentuale fissa sul servizio svolto del 3 per cento. E chi acquistava cosa, lo dicevano loro. “… Ora noi dobbiamo acchiappare a quello egli dobbiamo dire “basta levati“. L’immobile era già stato destinato dal proprietario all’acquirente, con tanto di anticipo. Ma il proprietario viene avvicinato da Emanuele Prestifilippo per convincerlo a venderlo in favore di Girolamo Celesia. Il proprietario, però, è fermo: ha dato la sua parola e non vuole tirarsi indietro. È allora che il gruppo decide di cambiare strategia e indirizzarsi direttamente all’acquirente, per intimargli di “levarsi”. Così avviene e l’acquirente, meno deciso del proprietario, si sottrae dall’acquisto. La casa sarà venduta alla cognata di Celesia, in suo favore.

Il furto di mascherine – E non poteva mancare una parte di affari legata al Covid. “Quanti sono cinque cartoni”. “Cinquecento euro a scatola”. “Cinquecento euro a scatola?! Minch..!” così parlano il 19 febbraio del 2021 Pietro Garofalo e Guseppe Castelli, entrambi lavoratori del “Bacino di emergenza Palermo” (ex pip) in servizio all’ospedale Civico. I cartoni contenevano 16mila mascherine Ffp3, da rubare e rivendere alle cifre di cui parlano. Tutto a conferma di un contesto fondato “già in termini culturali e ideali – scrive il gip – proprio su un principio di contrapposizione ai fondamenti della libertà democratica e al rispetto delle regole, il reiterato utilizzo delle parole ‘sbirro‘ o carabiniere‘ quali vere e proprie offese che si ritrova in più conversazioni intercettate”.

Sostieni ilfattoquotidiano.it ABBIAMO DAVVERO BISOGNO
DEL TUO AIUTO.

Per noi gli unici padroni sono i lettori.
Ma chi ci segue deve contribuire perché noi, come tutti, non lavoriamo gratis. Diventa anche tu Sostenitore. CLICCA QUI
Grazie Peter Gomez

Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Amministrazione giudiziaria per Schenker Italia, “infiltrazioni della ‘ndrangheta. Impressiona cedevolezza e permeabilità”

next
Articolo Successivo

Strage di Capaci, la Fondazione Falcone: “Nessun candidato sarà invitato alle commemorazioni. In molti l’avevano chiesto”

next