È stato un discorso sottotono, quasi pacato, senza alcuna punta di aggressività nei confronti del nemico quello pronunciato da Vladimir Putin in occasione della parata del 9 maggio per celebrare la vittoria della Grande Guerra Patriottica. Questa data così importante per Mosca, nella quale si ricorda la sconfitta del nazismo per mano dell’Armata Rossa, poteva essere l’occasione per il presidente russo per annunciare, come ipotizzato da alcuni analisti, una vera dichiarazione di guerra nei confronti di Kiev, per lanciare nuove minacce alla Nato e agli alleati di Zelensky, come ad esempio l’impiego di armi tattiche nucleari. Niente di tutto questo, però, è successo.

Il capo del Cremlino ha esordito con un parallelo tra la guerra combattuta dai soldati nel secondo conflitto mondiale, morti a milioni anche in territorio ucraino, allora Unione Sovietica, e quella in corso oggi, sempre contro “i nazisti”. Ma la retorica nazionalistica, l’esaltazione delle proprie truppe e della forza militare della Federazione finisce qui e lascia spazio a un breve discorso di appena 15 minuti nel quale Putin cerca di ritagliare alla Russia il ruolo di vittima dei piani d’aggressione della Nato. ” I Paesi della Nato non hanno voluto ascoltarci quando lo scorso dicembre abbiamo proposto di definire un accordo sulla sicurezza. Significa che avevano altri progetti. Avevano preparato apertamente un’altra operazione punitiva nel Donbass, un’aggressione nelle nostre terre storiche, inclusa la Crimea, a Kiev si è parlato di ripristinare le armi nucleari. Il blocco Nato ha iniziato a militarizzare i territori vicino ai nostri confini. E questo per noi rappresentava una minaccia inammissibile“, ha detto il capo del Cremlino cercando così di giustificare l’aggressione militare al Paese di Volodymyr Zelensky.

Ma ciò che è più importante è quello che non è stato detto. Innanzitutto, non è stata dichiarata apertamente guerra all’Ucraina. Aspetto che avrebbe portato cambiamenti sicuramente nella forma, ma anche nella sostanza del conflitto, dato che parlando apertamente di conflitto il presidente avrebbe aperto la strada anche a strategie militari ancora più spregiudicate. Tra queste poteva esserci anche l’impiego di un’arma tattica nucleare in territorio ucraino, ma dopo la smentita di Lavrov degli ultimi giorni, la seconda nell’arco di poche settimane, il presidente russo ha deciso di non tornare sul tema. E ha fatto di più, ha parlato per la prima volta dei caduti russi nel corso della “operazione speciale” in Ucraina, un numero troppo alto, probabilmente più di quanto ipotizzato prima del 24 febbraio, per essere ancora ignorato. Così ha rivolto un messaggio ai parenti assicurando che il governo russo farà di “tutto per aiutare le loro famiglie” e di aver firmato l’ordine di dare un’assistenza statale ai figli dei militari russi uccisi in Ucraina. Dopodiché, ha chiesto il minuto di silenzio per i soldati morti.

Un atteggiamento non certo da Paese sull’onda dell’entusiasmo per i successi ottenuti sul campo, più simile invece a quello di un governo che vuole condividere le proprie sofferenze sia con il popolo che anche con gli altri Stati, persino con gli avversari. Il perché di questo apparente cambio di strategia comunicativa di Vladimir Putin non è ancora possibile stabilirlo. Potrebbe trattarsi di una pausa prima di una nuova tempesta, magari con l’inizio di una nuova fase più cruenta del conflitto, oppure di un tentativo di allentare la tensione diplomatica verso un graduale ritorno al dialogo, magari seduti a un tavolo di trattative per la pace.

Twitter: @GianniRosini

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