Dopo oltre due mesi dall’inizio della guerra in Ucraina, ne abbiamo viste abbastanza sui media – tutti, dalla stampa alla tv ai social – da poterci permettere qualche riflessione generale. Che la tendenza dominante dell’intero sistema mediatico sia spettacolarizzare qualunque evento, anche il più tragico, non è una novità. La novità è il tipo di tragedia, purtroppo. Vediamo allora come i media stanno costruendo, ora dopo ora, lo spettacolo della guerra in Ucraina. Focalizzerò solo i tratti che si ripetono con più insistenza. Il che non vuol dire che non ci siano eccezioni. Onore a loro.

L’eccitazione di chi parla in studio. Di fronte a un aggiornamento inaspettato, una breaking news, ma anche all’inizio o nel bel mezzo di un tg o talk show, la faccia del conduttore o della conduttrice, del commentatore o della commentatrice in studio, la loro gestualità, il tono e il volume della loro voce hanno spesso un che di eccessivo, sopra le righe. È tensione per lo stato di allerta perenne, a ben pensare. Ma a volte sembra quasi contentezza, purtroppo. Eccitazione per la straordinaria audience che la guerra induce, purtroppo. Anche perché, spesso, l’eccitato/a di turno ci aggiunge un sorriso: il mestiere gliel’ha insegnato, ma durante una tragedia sarebbe meglio non sorridere. Controprova. Guardate le facce degli inviati e delle inviate al fronte: occhi rossi, lineamenti tesi, nessun sorriso.

Il commento musicale. Tutte le carrellate di immagini e le videoriprese delle scene più crude, quelle con i palazzi sventrati, i morti riversi per strada, i bambini che piangono, le madri disperate, sono accompagnate da musica drammatica di repertorio. Serve a sottolineare il dolore e suscitare nel pubblico ancora più empatia di quanto le sole immagini farebbero, a ben pensare. Ma è lo stesso genere musicale che accompagna gli spot che vogliono emozionare, le scene drammatiche nelle serie televisive, i momenti di suspense nei thriller. Risultato: la realtà si confonde con la fiction e le immagini dall’Ucraina perdono realismo invece di acquistarne. Controprova. Pensate a quanto sono inquietanti, addirittura angoscianti, in tv o al cinema, le immagini di morte se, dopo voci e frastuono, scorrono nel perfetto silenzio.

Le immagini sfocate. Per proteggere la privacy delle persone coinvolte e tutelare il pubblico dalla visione di dettagli cruenti, le foto e le videoriprese sono sempre opportunamente sfocate. Giusto, non potrebbe essere altrimenti, a ben pensare. Ma questo contribuisce, da un lato, a togliere realismo a ciò che vediamo, dall’altro, a diminuire la nostra capacità di empatia, perché gli esseri umani risultano spersonalizzati. Inoltre, stimola la curiosità morbosa: non riuscendo a vedere i particolari, siamo infatti portati a indugiare sulle scene fotoritoccate e a tornarci, sia per capire meglio cosa c’è, sia perché sappiamo di essere protetti dal peggio. Controprova. Pensate a quanto rapidamente tendiamo a distogliere lo sguardo davanti a un dettaglio raccapricciante. Voltandoci subito, vediamo poco e niente, ma l’intensità del turbamento rende più probabile provare empatia e ricordarsi del brutto momento.

L’insistenza sui bei volti. I tratti somatici prevalenti nella popolazione ucraina sono per noi non solo familiari, perché simili ai nostri, ma spesso ci sembrano gradevoli, attraenti, perché hanno qualità incluse in un certo standard di bellezza occidentale, specie femminile e infantile: occhi grandi e chiari, zigomi alti, incarnato bianco, capelli biondi o castano chiaro. È inevitabile, allora, che le foto e le videoriprese di guerra includano primi e primissimi piani su volti, occhi e bocche di donne, ragazze, bambini che ci appaiono belli, spesso bellissimi. È inevitabile, inoltre, che si moltiplichino le apparizioni televisive di donne ucraine, in studio e a distanza, anche quando non sono né giornaliste né esperte di niente, ma solo testimoni. Certo, il contrasto fra la bellezza e la devastazione trasmette con più efficacia l’atrocità del conflitto, perché evidenzia ciò che distrugge. Ma condire la guerra di “belle presenze” contribuisce a renderla morbosamente attraente e finisce addirittura per estetizzarla. Per non dire della strumentalizzazione di cui sono oggetto le donne e i bambini coinvolti. Controprova. Pensate a quanto sono rare le apparizioni di persone e donne afrodiscendenti, come esperte o testimoni, quando si parla di migrazioni dal continente africano.

La rissa. Si dice spesso che il linguaggio dell’odio, l’aggressività verbale, il flaming e altre nefandezze siano una prerogativa dei social media. O siano addirittura “colpa” dei social. In realtà stanno in tv almeno dagli anni Novanta. Durante la pandemia abbiamo visto risse fra virologi e virologhe, fra scienziati e no vax, fra politici che cavalcavano o l’una o l’altra onda. In televisione e online. Oggi vediamo risse fra storici e tuttologhe, fra esperti/e di geopolitica e giornaliste/i, e persino fra pacifisti/e. In tv e sui social. È giusto, perché siamo in democrazia, c’è libertà di espressione e tutti hanno diritto di esprimere la loro opinione. Ma dare spazio alle più ignobili sciocchezze, affiancandole ai pareri più fondati e alle competenze più solide rende tutto uguale a tutto, e non aiuta il pubblico a distinguere. Inoltre, violenza chiama violenza, anche se solo verbale, il che fa male in tempo di pace, figuriamoci in guerra. Controprova. Osservate con quanto rispetto il pubblico segue, nelle piazze italiane, i dibattiti fra studiosi/e autorevoli e capaci di fare divulgazione, durante i migliori festival culturali.

La ripetizione ossessiva. Tutto ciò è ripetuto, ripetuto, ripetuto. Su ogni canale, in ogni trasmissione, a ogni ora. Su tutti i social. È giusto, perché sta accadendo qualcosa di grave ed è sacrosanto informarsi. Ma il troppo stroppia: viene voglia di spegnere la tv, scollegarsi da Internet, darsi allo svago più frivolo. Tutto ciò è insostenibile, appunto. Come dicevo nel titolo.

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