“Il libero mercato non può essere guidato da un metodo valutativo”. Tre righe per smontare quasi 200 pagine di accuse e imputazioni. Potrebbe sintetizzarsi così la grande inchiesta della FederCalcio sulle plusvalenze. O meglio, l’enorme bolla di sapone, per come è finita. Tutti assolti. La sentenza, che aveva superato le già tenere richieste del procuratore Giuseppe Chinè (squalifiche solo per i dirigenti ma nessuna penalizzazione, senza andare a toccare i club nei loro veri interessi), è stata un’autentica figuraccia per la Figc: il tribunale federale che smentisce la procura federale, nel più classico dei cortocircuiti istituzionali. Adesso sono uscite anche le motivazioni di quella decisione. Nelle 22 pagine del documento, è spiegato perché la corte presieduta dal giudice Carlo Sica ha ritenuto di assolvere tutti i 59 e le 11 squadre imputate, dalla Juventus in giù. La chiave è tutta in questa frase: “Il valore di mercato di un diritto alle prestazioni di un calciatore rappresenta il valore pagato dalla società acquirente al termine di una contrattazione libera, reale ed effettiva di quel diritto sul mercato di riferimento; e il libero mercato non può essere guidato da un metodo valutativo (quale che esso sia)”. Tradotto: è impossibile dire quanto vale davvero un giocatore, dunque è impossibile anche dimostrare l’illecito.

Di fatto, i giudici hanno accolto tutte le tesi della difesa. Compreso anche il “giallo” sulla lettera inviata dalla Procura federale alla Covisoc (l’organo di controllo contabile delle società calcistiche) nell’aprile 2021, da cui ha origine la segnalazione che fa partire l’inchiesta, che il procuratore Chinè per ragioni misteriose non ha mai voluto produrre in sede processuale, alimentando i sospetti dei club. Ovviamente non è per questo che la sua inchiesta è crollata come un castello di carte, ma per lo strampalato metodo di “valutazione” creato a tavolino dalla Procura, basato su criteri del tutto aleatori (età, ruolo, carriera, risultati conseguiti), non quantificati con precisione. Per non parlare dell’assurdo confronto con Transfermakt, portale privato senza alcuna attendibilità.

“Il metodo di valutazione adottato può essere ritenuto ‘un’ metodo di valutazione, ma non ‘il’ metodo di valutazione”, si legge nel dispositivo. “Si potrebbe pure pensare alla fissazione di criteri valutativi, (…) ma a ciò non potrebbe che provvedere la Fifa”. Non un procuratore federale qualsiasi, insomma. Dunque nonostante le cessioni individuate dalla Procura (non tutte però, solo alcune) “destavano e destano sospetto, tuttavia non attinge la soglia della ragionevole certezza”. Insomma, il tribunale ha messo per iscritto quello che tutti sapevano già (impossibile stabilire il valore del cartellino di un giocatore), tranne la procura Figc, che esce con le ossa rotte da questa vicenda. L’altro grande sconfitto però è il calcio italiano: è evidente che questa sentenza da “liberi tutti” rischia di scatenare dalla prossima sessione di mercato le operazioni più fantasiose.

Lo scandalo plusvalenze però non è ancora del tutto chiuso: resta infatti aperta l’inchiesta della Procura di Torino, che ha a disposizione ben altri strumenti (intercettazioni, sequestri, ecc.) di cui oggettivamente un procura federale non dispone, e da cui potrebbe emergere un illecito, specie per una società quotata in Borsa (come la Juventus). Sul piano sportivo, è stato acclamato per la terza (dopo i precedenti del 2008 e del 2018) e a questo punto probabilmente ultima volta che le plusvalenze non sono perseguibili a livello disciplinare: la sfida resta disinnescarle con una riforma di sistema. Il presidente Gravina ne parla da anni. Il calcio italiano sta ancora aspettando.

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