Agli antipodi del modello svedese “laissez faire” per la gestione della pandemia, c’è il modello cinese “zero Covid”. Rigido e per certi versi spietato, punta ad annullare i contagi tamponando, tracciando e isolando le persone positive con o senza sintomi. E’ il modello attuato già lo scorso 2020, quando tutto è iniziato, lo stesso che presumibilmente ha permesso alla Cina di mantenere un bassissimo tasso di mortalità per Covid rispetto a molti altri paesi. Ed è il modello che, a distanza di due anni, le autorità cinesi – che non possono contare su un vaccino efficace – continuano a perseguire anche per affrontare questo nuovo aumento delle infezioni in corso.

Per capire nel concreto in cosa consiste basta guardare quello che sta succedendo a Shanghai, dove la maggior parte dei suoi 25 milioni di residenti è stata messa in lockdown. Un lockdown rigido con poche, anzi nessuna scappatoia. Per le strade deserte del più importante polo economico cinese, operatori e robot quadrupedi sui quali sono stati installati megafoni, intimano alle persone a rimanere chiuse nelle proprie abitazioni. I residenti di Shanghai non possono varcare la soglia delle loro case per nessun motivo. Non si può portare il cane a spasso neanche per fargli fare i propri bisogni. Non si può uscire per comprare il riso o l’acqua o anche solo per andare in farmacia. Tutti vengono costantemente tamponati e ogni positivo al virus Sars-CoV-2, sintomatico o asintomatico, viene portato in un campo creato proprio per le quarantene con decine di migliaia di posti e non sempre in condizioni igieniche ottimali. Anziani, adulti e bambini vengono strappati – a volte letteralmente – dalle proprie case e dai propri affetti per essere isolati in uno di questi campi. Nel frattempo, con tutte le attività chiuse o quasi, i beni scarseggiano. La popolazione è frustrata e a nulla è servito il recente e leggero allentamento delle regole concesso a Shanghai. Al momento, dei quasi 22 milioni di abitanti della megalopoli cinese, sono solo 6,6 milioni quelli autorizzati a lasciare le proprie abitazioni, ma solo perchè vivono in quartieri dove da una settimana non si sono registrati nuovi casi. Per gli altri, e sono 15 milioni di persone, è ancora vietato uscire all’aperto. La popolazione protesta, ma rimane inascoltata.

Pechino ha promesso di voler provare a ridurre il costo umano ed economico della sua strategia “zero Covid”, ma il Presidente Xi Jinping ha categoricamente escluso la possibilità di seguire quello che possiamo definire il modello occidentale prevalente che punta a “convivere con il Covid”. Insomma, in Cina non si vuole mollare la presa e le restrizioni rimangano la principale arma con cui contrastare l’avanzata del virus. “Il lavoro di prevenzione e controllo non può essere allentato”, ha affermato chiaramente Xi. “La tenacia è vittoria”, ha sottolineato.

Ma così tanta fermezza ora non convince più. Se infatti fino all’estate scorsa, questa strategia si è rivelata efficace nel mantenere un livello estremamente basso di infezioni, ha però iniziato a vacillare già con la diffusione della variante Delta. In seguito, precisamente in questa primavera, con l’arrivo dell’ondata Omicron l’obiettivo “Covid zero” sembra ancora più utopistico. I dati infatti mostrano che l’epidemia è tutt’altro che sotto controllo. Giovedì scorso il governo ha segnalato 29.411 nuovi casi, di cui solo 3.020 sintomatici. Shanghai rappresenta il 95% di questo totale, ovvero 27.719 casi, di cui 2.573 con sintomi.

Eppure, le chiusure non riguardano solo Shanghai. Questa settimana è stato sospeso l’accesso a Guangzhou, un centro industriale di 19 milioni di persone vicino a Hong Kong. Altre città stanno bloccando l’accesso o chiudendo fabbriche e scuole. Suzhou, un centro per la produzione di smartphone e altre industrie high-tech a ovest di Shanghai, ha ordinato a 18 milioni di persone di rimanere a casa quando possibile. Taiyuan, una città operaia di 4 milioni di abitanti nella Cina centrale, ha sospeso il servizio di autobus interurbani. Ningde nel Sud-Est ha impedito ai residenti di andarsene. Secondo Gavekal Dragonomics, una società di ricerca, tutte tranne 13 delle 100 città più grandi della Cina per produzione economica sono soggette a restrizioni.

Il perché la Cina continui a scegliere questa strategia rigida per il controllo della pandemia è ora oggetto di varie ipotesi. Tra queste c’è quella secondo cui si teme che questa ondata di contagi possa avere conseguenze molto drammatiche, considerato che la popolazione cinese anziana è molto meno vaccinata rispetto a quella dei paesi europei. Nel complesso in Cina ci sono 264 milioni di persone sopra i 60 anni: il 16 per cento non è vaccinato, il 4 per cento ha ricevuto una dose di vaccino, il 31 per cento due dosi e il 49 per cento tre dosi. Tra gli over 80, la fascia d’età con tasso di letalità per Covid più elevato, il 42 per cento non è vaccinato e solo il 20 per cento circa ha ricevuto tre dosi. Da non sottovalutare neanche l’efficacia del vaccino con cui la popolazione cinese è stata immunizzata. I vaccini cinesi Sinovac e Sinopharm sono notoriamente meno efficaci nel prevenire il rischio di morte rispetto a quelli di Pfizer/BioNTech o Moderna. Per farsene un’idea basta guardare ai dati di uno studio dell’Università di Hong Kong, secondo i quali due dosi del vaccino Sinovac sono efficaci solo al 77 per cento contro il rischio di morte da Covid-19, mentre quello Pfizer al 92 per cento.

Se a questo chiaro rischio di registrare un numero enorme di vittime si aggiunge anche il fatto che un passo indietro rispetto alla strategia “zero Covid” può danneggiare la legittimità dell’attuale regime cinese, che si ritiene superiore a quello occidentale, è difficile immaginare che nel prossimo futuro qualcosa cambi. Un blogger nazionalista, immaginando un futuro in contrapposizione con le scelte occidentali, ha scritto che se il mondo si prepara a convivere con il virus Sars-CoV-2, la Cina dovrebbe “prepararsi a convivere con ‘zero Covid’ per almeno dieci anni”.

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