“Rabbia”, solo “rabbia”. “Oggi piangiamo insieme, amici”. “Sono disgustata”. “Ci guardiamo l’ombelico e andiamo dritti a sbattere contro un muro“. E ancora: “La colpa è dei partiti politici che hanno rifiutato di unirsi“. Il giorno dopo il risultato del primo turno delle presidenziali in Francia, a sinistra è il momento della delusione. Era prevedibile che la decisione di correre con più di sei candidati avrebbe atomizzato le preferenze, ma in pochi si aspettavano che il biglietto per il ballottaggio sarebbe sfuggito per soli 421mila voti. Un soffio, la prova tangibile che sarebbe bastato che i leader trovassero un accordo per evitare di trovarsi per l’ennesima volta spalle al muro e costretti a scegliere il meno peggio. La sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon festeggia il risultato eccezionale del 21,95%, ma si mangia le mani per non essere riuscita a fare quel punto scarso in più che l’avrebbe proiettata al secondo turno. E il giorno dopo, sui social e nei corridoi, c’è spazio solo per l’amarezza. Al leader dell’Union populaire, capace di strappare a Marine Le Pen il preziosissimo voto dei giovani (è il più apprezzato nella fascia 18-35 anni), sarebbe bastato l’appoggio del Partito comunista (2,2%) o dei Socialisti (1,7). Per non parlare dei Verdi (4,6%) che, rimasti sotto il 5 per cento, ora devono addirittura chiedere aiuto alla base per il rimborso delle spese elettorali. Senza dimenticare i decimali di Poutou (partito Anticapitalista) e Arthaud (lutte ouvriere) che avrebbero dato un’altra piccola spinta. La verità è che nei mesi scorsi qualcuno ci ha provato a cercare l’accordo che unisse la gauche, ma personalismi e “calcoli meschini” dei leader (citazione della vice sindaca di Parigi in persona) hanno impedito che si lavorasse per il tanto proclamato bene generale. E il risultato è inevitabile: una disfatta e la condanna di dover sostenere uno dei presidenti più odiati di sempre a sinistra, Emmanuel Macron.

Dalla rimonta allo sconforto: la difficile notte elettorale per la sinistra – Prima i pianti, poi l’attesa con il fiato sospeso e poi di nuovo le lacrime. Nel quartier generale di Mélenchon la notte è stata a dir poco tormentata: dopo i primi exit poll che hanno sancito l’esclusione al secondo turno, le proiezioni delle 22.30 sembravano anticipare la possibilità di una rimonta all’ultimo minuto. Ma i risultati reali, arrivati nella notte, hanno spento definitivamente ogni speranza. “Siamo realisti, ormai è finita“, erano i messaggi che circolavano intorno alle 3 del mattino. E proprio l’aver sfiorato per un attimo l’impresa, ha aperto una ferita che già sanguinava da tempo. Il “ve l’avevamo detto” è risuonato per primo tra i 400mila che hanno partecipato alle primarie organizzate dal basso (la Primaire populaire) di gennaio scorso: un voto che è finito in niente, tra candidati che hanno disconosciuto la competizione e liti interne. “Alla fine, tutti avevano ragione in questa storia”, ha scritto su Twitter uno dei portavoce del comitato per le primarie Samuel Grzybowski. “Da qui l’interesse a lasciare la cultura dell’egemonia a favore della cultura della cooperazione. Se questi 600mila voti in più rispetto al 2017 non sono stati sufficienti a fare la differenza, è perché mancava il secondo ingrediente: l’unione“. Parole che nessuno ha voluto ascoltare prima e che trovano spazio solo quando è ormai troppo tardi.

Gli sfoghi dei militanti: dai Verdi ai Socialisti. La vice sindaca di Parigi: “Ora sono gli elettori a raccogliere i pezzi” – Mentre Macron cerca un modo per conquistare gli elettori di sinistra (impresa difficilissima), a sinistra è iniziata una resa dei conti che mette sotto accusa prima i leader incapaci di parlarsi e poi i militanti che non hanno scelto il voto utile per Mélenchon. Il clima è quello del “tutti contro tutti” e non fa che complicare le prospettive per il dopo. “Rabbia! Rabbia!”, ha scritto su Twitter Alain Coulombel, economista e portavoce del partito dei Verdi (EELV). “La sinistra e gli ecologisti hanno fallito di nuovo come nel 2017. Era prevedibile vista la dispersione delle nostre forze, mentre eravamo numerosi ad aver lanciato l’allarme senza essere ascoltati. Tutto è da ricostruire!“. In molti, raccontano, si sono sentiti inascoltati. Così anche l’economista delle decrescita e consigliere dei francesi all’estero Vincent Liegey: “Senza riunirsi, senza un approccio collettivo, ci compiacciamo di noi stessi, guardiamo il nostro ombelico, siamo soli”. E ha chiuso paragonando la situazione a quando, come nell’ultimo film di Adam McKay, sta arrivando un meteorite e nessuno ci crede finché non schiaccia la terra. “È un po’ come nel film Dont Look Up“, ha continuato, “siamo sicuri di andare dritti contro il muro“. Su Instagram è intervenuta Laurent Bastide, femminista, giornalista e autrice del famoso podcast La Poudre: “Piangiamo insieme amici. Cerco di non odiare nessuno oggi, ma è molto difficile. Intanto forza a tutte le persone che subiscono il razzismo in questo Paese ogni giorno”.

Molto duro anche il messaggio della vicesindaca di Parigi Audrey Pulvar, quindi diretta collaboratrice della sindaca Anne Hidalgo e candidata socialista che ha ottenuto meno del 2 per cento: “La sinistra non si è data i mezzi per presentarsi al secondo turno”, ha scritto su Twitter. “Ancora una volta ha preferito i suoi interessi di parte e i suoi calcoli meschini all’interesse generale. Di conseguenza, saranno ancora una volta gli elettori di sinistra a dover raccogliere i pezzi“. Pulvar interpreta gli umori di tanti elettori a sinistra, che il 24 aprile si troveranno a dover decidere tra Le Pen e Macron: “Starà ancora a noi fare il lavoro votando a destra, per salvare i nostri valori di sinistra e preservare la Repubblica dagli attacchi dell’estrema destra. Ancora una volta, metterò una scheda di destra nella scatola, per limitare il punteggio dei propagatori di odio. Non mi faccio illusioni. Emmanuel Macron vuole mobilitare la sinistra per il secondo turno, con bei discorsi e due o tre piccole misure? Faremo il nostro dovere, ma non ci facciamo ingannare da nulla”. Pulvar si è quindi rivolta a chi invece ha deciso che non andrà alle urne: “Per quanto riguarda coloro che preferiscono correre il rischio di una vittoria dell’estrema destra scommettendo su un terzo turno nelle elezioni legislative: bisogna davvero essere senza vergogna per fare tali scommesse“.

E chi non voterà Macron? Resta la piazza o l’asse per le legislativeC’è una base elettorale che cerca rappresentanza e che fatica a essere riconosciuta: “Il disagio è profondo” e tante spinte non “hanno sbocco politico”, spiegava due giorni fa a ilfattoquotidiano.it il sociologo Yves Sintomer. Molto significativo il tweet di Priscilla Ludosky, una delle fondatrici del movimento dei gilet gialli che ha travolto il quinquennato di Macron: “Sono disgustata”, ha scritto. “Preparatevi a scendere in strada per protestare“. Proprio Ludosky ha detto che non andrà a votare al secondo turno e ha chiamato altri come lei a fare lo stesso: “Non voto per chi ha mutilato persone e ci ha trattato come spazzatura per 5 anni”, ovvero Macron. Ma “non voto” neanche per Marine Le Pen. E soprattutto, ha aggiunto: “I partiti politici che hanno rifiutato di unirsi sono anche responsabili del risultato“. Quello di Ludosky suona come un vero e proprio avvertimento: “Questi cinque anni sono stati difficili. La differenza con prima è che ora ci conosciamo. Questo mandato ha collegato le lotte. Che questi due candidati si preparino. Il prossimo mandato non sarà un fiume lungo e tranquillo. Riuniamoci per avere un impatto nelle strade e nell’assemblea”.

Ma nella testa di chi non andrà a votare al secondo turno non c’è solo la prospettiva di tornare in piazza. C’è anche l’orizzonte delle elezioni legislative, in programma il 12 e 19 giugno prossimo e che rinnoveranno l’Assemblea nazionale. In quell’occasione, “si tratterà di fare ciò che è necessario perché Emmanuel Macron potrebbe non avere la maggioranza nell’Assemblea“, ha dichiarato l’eurodeputato della France Insoumise Adrien Quatennes. Questo non esclude il sostegno al presidente uscente al secondo turno, ma sicuramente sposta l’obiettivo della sinistra radicale alle prossime elezioni: perché se il fronte si ricompatterà, come fatto ieri, sul voto utile, possono ambire a una “coabitazione” e quindi ad avere una maggioranza che tenga testa a chiunque sarà all’Eliseo. Il problema però, è che già si è sempre più spaccati. E i sondaggisti non vedono l’ipotesi così facile. “Questa mattina, il futuro sembra (ancora) più cupo di ieri“, ha scritto su Twitter Elodie Nace, attivista verde di Alternatiba e AnvCop21. “E’ facile arrendersi, girarsi ancora un po’ verso l’interno. Ma ogni battaglia conta”. Alle elezioni legislative “possiamo ancora votare per il clima, la giustizia sociale e la parità di diritti per tutti. Il colore dell’Assemblea Nazionale avrà un impatto sui prossimi 5 anni. Ma è chiaro che il voto non è più sufficiente”. E se si perde definitivamente la fiducia nel voto, non restano che la piazza e la contestazione.

La distribuzione dei voti: la vittoria di Mélenchon nelle città più grandi. L’aumento di consensi a destra – Ora ci si chiede che impatto avrà la delusione della sinistra sul ballottaggio del 24 aprile. Quanti torneranno a votare? E soprattutto, quanti staranno con Macron contro Le Pen? Mélenchon ha avuto un grande successo: è riuscito a essere il più votato nella fascia dei più giovani, conquistando un elettorato di solito molto vicino all’estrema destra. Ma questi torneranno alle urne e per votare un candidato percepito a destra? E’ molto presto per dirlo. A preoccupare è, ancora una volta, l’astensione. Nel primo turno di ieri ha toccato il 26,7% e ha quasi battuto il record negativo del 2002 28%) ed è stata quattro punti più alta del 2017. Tra i posti dove è andata peggio c’è la Corsica: qui, zona già travolta dalle proteste indipendentiste dopo la morte in carcere del leader Yvan Colonna, ha superato il tasso del 37% (+6%). Alta l’astensione (+26%) anche nelle Regioni dell’Alta Francia, Paca e Grand Est. L’affluenza più alta (78%) è stata in Occitania, Nuova Aquitania e Bretagna.

Come analizzato da le Parisien, è importante capire cosa è successo sui territori. Macron ad esempio ha vinto in 12.700 Comuni, Marine Le Pen in quasi 20mila e Mélenchon ne ha conquistati 3mila. Il leader della sinistra radicale ha però ottenuto il 31% dei voti nelle città con più di 100mila abitanti, meglio di Macron (26%) e Le Pen (16%). Mélenchon ha vinto anche nella regione parigina dell’Ile de France, superando (di poco) Macron: 30,2 vs 30,1. La Capitale ha scelto il presidente uscente nel complesso (35,3%), mentre Mélenchon ha ottenuto il 30% dei consensi e Le Pen solo il 5,5% (meno di Pécresse al 6,5% e Zemmour all’8%). Il leader della sinistra radicale ha vinto nella sua roccaforte Marsiglia (oltre il 31 per cento dei consensi), ma anche nel dipartimento periferico di Parigi della Seine Saint-Denis (49%). A Lione, dove alle ultime municipali hanno ottenuto la vittoria i Verdi, ha vinto Macron, ma di poco davanti a Mélenchon: 31,8 vs 31% dei consensi. Il presidente uscente è arrivato primo anche a Bordeaux (33,5%) Il leader della sinistra radicale ha confermato invece la vittoria nella città di Lille (49%). In queste ore diventa fondamentale studiare mappe e flussi elettorali per capire cosa faranno gli elettori delusi a sinistra. Perché è loro che Macron deve riuscire a convincere se vuole restare all’Eliseo.

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