La prima sfida per i candidati alle elezioni presidenziali in Francia è riuscire a convincere gli elettori ad andare alle urne. Secondo Yves Sintomer, sociologo e politologo dell’Universita Paris 8, a causa dell’attenzione mediatica sulla guerra “l’affluenza sarà ancora più forte di quanto ci si aspettava”. Lo studioso dei sistemi di democrazia partecipativa e deliberativa, intervistato da ilfattoquotidiano.it, parla di “una insoddisfazione profonda degli elettori” e di una grande “distanza” tra la domanda di politica e il sistema partitico. E, dice, dopo il movimento dei Gilet gialli “Macron ha perso “l’opportunità” di cambiare il sistema “e la tendenza di crisi di legittimità del sistema va avanti”.

Che peso ha la guerra sulle elezioni?
La campagna elettorale non è stata appassionante per gli elettori, poi con la guerra la tensione si è spostata su questo invece delle elezioni. E ha già un po’ influenzato il risultato: il candidato della sinistra radicale Mélenchon, inizialmente aveva qualche simpatia per Putin e per lui è stato difficile cambiare direzione. Ma è intervenuto in tempo. Invece un candidato dell’estrema destra, Zemmour, che era apertamente pro Putin, ha subito una retrocessione nelle intenzioni del voto. Probabilmente la guerra avrà ancora più influenza sull’astensione, che sarà più forte di ciò che ci si aspettava.

Già alle Regionali di giugno scorso l’astensione ha superato la soglia record del 66%.
Il fenomeno è strutturale: sempre più cittadini si sentono lontani dal sistema politico istituzionale. Cioè votano più contro qualcuno che in favore di qualcuno. E l’astensione cresce specialmente tra i giovani e le classi popolari. In questo periodo in più, la gente ha visto le notizie sulla guerra e meno quelle sulle elezioni. Dunque la tendenza strutturale è accentuata dal contesto. Ma di fondo c’è una diffidenza crescente della cittadinanza rispetto all’offerta politica .

Chi sarà favorito se meno gente va a votare?
I candidati di governo, Macron e Pécresse. Ovvero la destra classica che ha il sostegno più forte tra la terza età e le persone che hanno più educazione e reddito. Invece, dato che l’astensione è più forte tra i giovani e le classi popolari, se cresce diminuisce il voto per quelli che si indirizzano verso queste categorie: Mélenchon e Jadot per quanto riguarda i giovani; Mélenchon e Le Pen per le classi popolari.

Però negli ultimi anni abbiamo visto forti movimenti di protesta, ma anche partecipazione dal basso. Come i gilet gialli.
La domanda di politica è molto forte. Ma c’è un gap crescente tra questa e la politica istituzionale: da una parte ci sono la protesta, il tessuto associativo, gli esperimenti di democrazia deliberativa o partecipativa e dall’altra il sistema di competizione partitico che invece sembra sempre più lontano.

Come valuta la reazione di Macron ai gilet gialli?
Ha dato risposte superficiali, almeno in un primo tempo. Poi però ha fatto qualcosa che ha potuto soddisfare parzialmente le classi popolari: durante la pandemia ha lasciato andare il deficit statale e ha tutelato il reddito di quelli che sono stati toccati dalla recessione, impedendo perdite di posti di lavoro. Solo che non ha fatto niente di strutturale e l’intervento è rimasto limitato alla pandemia. Così un anno dopo, anche chi ha potuto apprezzare l’aiuto, riprende la posizione che aveva all’inizio del governo. E pochi tra le classi popolari lo andranno a votare.

Che effetto ha avuto la pandemia sulla partecipazione?
È ambivalente. Da una parte le politiche pubbliche del governo Macron sono state non molto efficienti e si è cambiato tante volte di orientamento. Ma dall’altra parte i francesi, anche perché i soldi sono arrivati, hanno l’impressione che il presidente non abbia fatto poi così male il lavoro. I due effetti si annullano. Macron ha poi giocato sulla polarizzazione del movimento No Vax e No Green Pass per spingere nell’angolo opponenti politici come Le Pen, Mélenchon, Zemmour. Che invece erano più comprensivi. Ma è stato un gioco politico che non ha avuto molto successo.

Macron ha sottovalutato la campagna elettorale?
Era veramente ben posizionato. L’estrema destra era molto divisa, la destra tradizionale debole e la sinistra completamente atomizzata. Quindi aveva una strada spianata davanti. Poi è arrivata la guerra e classicamente, quando c’è una guerra, il governo uscente viene rafforzato. Ha sottostimato due cose: innanzitutto il fatto di avere un tasso di soddisfazione che non è molto alto. Ha 1\4 dell’elettorato che vota per lui con convinzione, ma è poco. Gli altri votano per lui al secondo turno per evitare qualcun altro. E poi ha giocato una carta che avevano già giocato altri prima: rimanere nella figura del presidente e non del candidato il più a lungo possibile. Questa volta non è servito molto perché c’è un’insoddisfazione così profonda che è tornata anche con la guerra. Se ci fossero state le elezioni un mese prima, avrebbe potuto stravincere. Ma il tempo passa, la gente si abitua e ci troviamo con una sua elezione molto probabile, ma non assicurata.

Da dove nasce l’insoddisfazione?
Si trascina da anni e con presidenti di vari colori. Che promettono cose in campagna elettorale e poi non le fanno. I partiti politici classici sono a pezzi, quelli nuovi non sono forti: il partito di Macron è un movimento molto debole e tutto dipende dalla figura del presidente. Ma si potrebbe dire la stessa cosa di Mélenchon. Non ci sono più canali di comunicazione tra cittadinanza e quelli che governano, lo stato sociale è in declino, la posizione della Francia a livello internazionale diminuisce. E in questa situazione, la sensazione che i politici non ascoltino la gente normale è fortissima.

Quello per Marine Le Pen è ancora un voto contro il sistema?
Si, perché le élite economiche ancora non la sostengono. C’è un rifiuto molto forte della politica tradizionale e il suo partito, che non è mai stato al governo, sembra un’alternativa. Si deve riconoscere che Le Pen è al momento una delle leader più brillanti in Francia. Zemmour ha rappresentato un pericolo molto grande all’inizio per lei, ma non è riuscito a imporsi. E posizionandosi alla sua destra, in un certo modo l’ha normalizzata. Lei ha fatto una buona campagna.

Invece la sinistra non si è mai ripresa dall’uscita di Macron?
Il crollo è cominciato sotto la presidenza socialista di Hollande. Che aveva promesso una politica di sinistra e che alla fine ha fatto, nel migliore dei casi, una politica di centro. E su certi temi, come la società multiculturale o la repressione dei movimenti sociali, quasi di destra. La delusione è stata molto grande. Mélenchon è apparso come il candidato possibile, che poteva unificare la sinistra dietro di lui. Ma ognuno a sinistra fa il suo gioco, su una base di debolezza comune.

C’è stato un tentativo dal basso di fare le primarie per trovare un unico candidato. Ma i leader le hanno boicottate.
Era un’idea interessante, ma nella pratica è stata un fallimento. Alla fine questa visione settaria ha deluso tanta gente. E questo si traduce con un fracasso della sinistra istituzionale.

Mélenchon può ancora sorprendere?
Non è escluso, ma è poco probabile. La crescita di Mélenchon è dovuta al “voto utile”, al fatto che la gente pensa che abbia più possibilità di essere al secondo turno di altri. Ma non credo che sia una tendenza di fondo perché in altri momenti questa sinistra radicale non ha fatto buoni risultati.

Ci dobbiamo aspettare un effetto del voto verde?
Sì, in più il bilancio del presidente Macron sull’ecologia è molto negativo. Ma se i Verdi a livello locale hanno avuto risultati importanti, a livello nazionale il partito è molto debole e non ha figure di rilievo. Ma con la pandemia e la guerra non ha granché da dire che sia realmente diverso da Macron. E alla fine la preoccupazione ecologista, che cresce soprattutto tra i giovani, non trova un sbocco.

Le elezioni sono sentite come un evento per pochi?
Dopo il movimento dei gilet gialli, Macron aveva un’opportunità anche per rimanere nella storia del Paese. Se avesse accettato la richiesta di inserire referendum di iniziativa popolare, avrebbe potuto cambiare il sistema politico e dare alla cittadinanza la possibilità di essere protagonista nelle grandi decisioni. Questo, unito ad esperimenti di assemblee sorteggiate di cittadini, poteva trasformare il gioco politico. Ma Macron su questo tema ha una postura molto autoritaria che sta bene con il sistema francese cosiddetto di monarchia repubblicana. Ha perso l’opportunità e la tendenza di crisi di legittimità del sistema va avanti.

Però ha provato a organizzare occasioni di confronto. Ad esempio il cosiddetto Grand débat che ha coinvolto cittadini sorteggiati, associazioni e sindacati.
Ma non ha rispettato le proposte emerse dalle assemblee. C’è stata una grande delusione per il processo. Il pensiero di tutti è stato: “Ci fanno partecipare e poi non ci ascoltano”.

Che futuro ci aspetta?
Non penso ci sia solo uno scenario. Sono convinto che se va avanti così avremo crisi di grande intensità e lo scenario di governo autoritario è una possibilità reale anche per la Francia. Quando Marine Le Pen fa il 48% nei sondaggi, già il fatto che ottenga un simile risultato rivela qualcosa. Poi c’è lo scenario delineato da Colin Crouch, ovvero quello della post democrazia: alla fine le grandi decisioni non vengono prese con le elezioni o in Parlamento, ma altrove a livello di lobby. Infine c’è lo scenario di una sorpresa democratica, di rinnovamento della democrazia, che non è escluso, ma che non si può prevedere così. Ci vuole una confluenza dal basso e politici che capiscono il senso della storia.

E Macron non lo è stato?
Tutta la sua politica, in generale, è stata fatta di piccole mosse, legate al quotidiano piuttosto che a una visione storica. Il bilancio dei cinque anni passati è molto debole.

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