Il ragazzo che siede sulla barricata lo chiamano “le chouf”. Si dondola sulla poltrona mentre beve da una lattina. In testa ha un cappello e sopra un cappuccio nero, sul volto una maschera di plastica gialla che gli cerchia gli occhi e la bocca come fosse un mutante. Ma non è un mutante. Perché le chouf viene dall’arabo, significa “guardare”, e a La Castellane, citè a nord di Marsiglia, è la sentinella di un checkpoint blindato giorno e notte. Qui o si entra sempre o non si entra mai. Dipende da chi sei. Ouali è il primo militante de La France Insoumise (“La Francia non sottomessa”) ad arrivare nel quartiere-Stato: parcheggia la macchina, scende e sfida le decine di occhi puntati che all’improvviso vedono solo lui. Jean con il suo metro e 90 e i capelli bianchi gli sta subito dietro: non si abitua mai alla tensione e si muove impacciato. Il primo lo prende per un braccio: «Sai come funziona. Non devono vedere la paura nei tuoi occhi».

Siamo nel cuore del narcobanditismo marsigliese, il centro di spaccio di gang che negli ultimi anni sono entrate anche nel mercato delle armi, soprattutto kalashnikov. A settembre solo qui sono state uccise quattro persone, 19 dall’inizio dell’anno. Da queste parti ci sono abituati, ma ultimamente l’aria è ancora più pesante. Il coraggio tocca a Estelle, che nella vita fa la professoressa a pochi chilometri di distanza. Arriva e si trascina il gruppo. «Come va?», sorride invece di dare spiegazioni. La maschera non reagisce: è il segnale che per ora va tutto bene. I tre scompaiono nelle stradine dentro la selva di palazzoni fatiscenti: decine di teste li osservano dietro i fili di panni stesi mentre alcuni ragazzini li seguono in motorino. Ogni tanto gridano: è il segnale che è tutto sotto controllo. «Veniamo da un anno e mezzo», spiega Estelle Barral. «Ci conoscono. Abbiamo spiegato che siamo attivisti di un partito di sinistra e che il nostro leader è Jean-Luc Mélenchon. Siamo qui per parlare dei loro diritti. Ma anche per dare sostegno. A giugno è morto Engin, un ragazzo di 29 anni colpito per sbaglio da un proiettile: abbiamo marciato insieme agli abitanti del posto per una fiaccolata. Facciamo quello che dovrebbe fare la politica: stare vicino al popolo».

Qui visse Zinédine Zidane 
L’accoglienza non è sempre buona. A inizio estate per esempio c’è stata una retata: la polizia ha sequestrato 200 kg di hashish, armi e migliaia di euro in contanti. «I nuovi chouf all’ingresso non ci riconoscevano più e volevano buttarci fuori. Per fortuna è intervenuto Zahid, il proprietario del bar. Ne ha presi due per i capelli e ha urlato: “Stampatevi queste facce in testa perché qui sono le benvenute”». Una volta andati oltre la barricata di pezzi di cassonetti, cemento e carrelli della spesa, La Castellane è anche un quartiere popolare come un altro: ci abitano circa 7 mila persone, la maggior parte disoccupate e che vivono sotto il livello di povertà. È domenica pomeriggio. Le donne si fermano a parlare sui gradini, mentre i piccoli giocano nella spianata dove un tempo sorgeva la casa di Zinédine Zidane, quello che ce l’ha fatta e che ormai è storia del passato. Che il mare è a due passi lo si capisce solo dall’aria che appiccica di maestrale. «Nessun politico ha il coraggio di mettere piede qui dentro», dice Ouali Brinis, lui che ha origini algerine e per un soffio non è stato eletto in Parlamento. «Se vengono, lo fanno scortati da guardie del corpo e di solito prima del voto. Il ghetto l’hanno creato loro: non passano autobus dopo una certa ora, non ci sono metro o biciclette da noleggiare. Gli abitanti sanno che le istituzioni li vogliono chiusi qui e l’esclusione si è radicata nella loro testa. Per protesta non votano o al massimo scelgono il Front National, che comunque non si vede mai a fare campagna. Noi siamo sempre qui». Mentre parla si appoggia al cofano di una macchina. «Che fai poliziotto…», grida un ragazzo da una moto di fronte al negozio di alimentari. Cade il silenzio. Poi Ouali scoppia a ridere, così forte che non succede niente: «Visto? L’unico pericolo è l’isolamento».

Tra Podemos e meetup
Quello di Jean, Estelle e Ouali è uno delle decine di “gruppi d’azione” che La France Insoumise (Lfi) sta provando a far nascere sul territorio per cercare di strutturare i consensi: sono cittadini che si mobilitano dopo aver completato una registrazione in rete. Se fossimo in Italia li chiameremmo Meetup, solo che in Francia fanno riferimento alla sinistra. Tutto inizia nel 2016. Jean-Luc Mélenchon, che nel 2008 ha rotto con i padri sacri del Partito socialista, decide di correre per le presidenziali e chiama a raccolta i suoi sostenitori: rispondono in 100 mila e lui crea il movimento che vuole espressione e motore del “populismo di sinistra”. Il concetto lo ha già preso e provato ad applicarlo Podemos in Spagna, ma lui l’ha imparato in America latina e ascoltando la filosofa Chantal Mouffe.

All’inizio ha solo un programma, “L’avenir en commun”, e nessuna rete di eletti. Si concentra sulla rabbia di chi vuole “mandare a casa i vecchi” senza piegarsi al liberismo di Emmanuel Macron e fa tentativi di democrazia diretta: organizza ateliers des lois durante i quali le persone in gruppo scrivono le leggi o regolarizza il sorteggio di attivisti che a turno partecipano alle riunioni interne del partito. Pianifica campagne nelle periferie: si sceglie come portavoce Sarah Soilhi, campionessa di kickboxing nata nel quartiere difficile de la Rose; sponsorizza il medico Karim Khelfaoui che gira i quartieri con una carovana per parlare di salute. Oppure lancia volantinaggi senza volantini, l’attivista Jordan Bochew si presenta al mercato con il pannello «sono arrabbiato perché» e fa partire comizi. Anche così Mélenchon tocca il 19,5 per cento dei consensi al primo turno delle presidenziali del 2017, con un sorpasso storico dei socialisti (bloccati al 6 per cento). Certo è poca cosa rispetto alla cavalcata di En Marche! di Macron o alla resistenza di Marine Le Pen in zone dove il primo problema è sempre la sicurezza, ma è un segnale a sinistra dopo tanto tempo. E in questa guerra contro l’establishment di cui Mélenchon stesso è stato parte, Marsiglia diventa un centro strategico. Qui si candida e qui viene eletto deputato. «Quando dicono che è un paracadutato», spiega la collega eletta con lui Sophie Camard, «rispondiamo che siamo noi che lo abbiamo chiamato perché si stava muovendo qualcosa».

In corsa contro il Front 
A Marsiglia qualcosa sta succedendo davvero. E non c’entrano le bande di narcotrafficanti o i morti ammazzati a colpi di kalashnikov. C’è un risveglio, culturale e politico, arrivato subito dopo la crisi che ha travolto il porto e le sue fabbriche. La disoccupazione è il problema, tanto che dietro la stazione c’è Felix Pyat, uno dei quartieri considerato tra i più poveri d’Europa. Ma con la crisi anche i sistemi di potere che per decenni hanno tenuto in piedi la città stanno vacillando e quel vuoto ora qualcuno deve riempirlo. In corsa c’è sicuramente l’estrema destra della stirpe Le Pen, accompagnata dal fantasma dell’astensione galoppante, ma pure la sinistra di Mélenchon. Perché stanno cambiando le dinamiche: «Quando facciamo i porta a porta per promuovere l’iscrizione nelle liste elettorali», racconta Ouali, «le persone ci chiedono che cosa gli diamo in cambio. Intendono cibo, lavoro, case. Sono stati abituati così dal vecchio sistema di clientelismo che ora senza consensi e fondi non sa più come sopravvivere. Noi ad esempio siamo riusciti a far tremare Samia Ghali».

Samia Ghali, marsigliese nata in un quartiere popolare del nord, milita dal 2001 nel partito socialista e dal 2008 è senatrice. È stata la Ségolène Royale del sud della Francia, finché nel 2016 non è finita indagata dalla procura finanziaria nazionale per appropriazione di fondi pubblici, conflitto d’interesse e riciclaggio. Non si è dimessa, ma ora la sua stella brilla un po’ meno. Quando Ouali dice che l’hanno fatta tremare si riferisce a 24 ore prima quel giro a La Castallane, il sabato del World Cleanup Day. Quel giorno i militanti si danno appuntamento alle 8.30. È la giornata mondiale contro i rifiuti e loro, che si professano ecologisti prima di tutto, partecipano a un’azione sul porto de l’Estaque. Ci sono Ouali, Estelle, Jean. Ma anche Bernard Borgialli, noto sindacalista dei capotreni locali e candidato alle Europee per Lfi. Il sole picchia, loro si arrampicano tra le fratte e raccolgono di tutto: pezzi di vetro, mozziconi di sigaretta e pure un estintore. Fanno foto e un video di denuncia. Sul posto però non sono soli, è un evento pubblico, e l’organizzatore non apprezza: «Venite con i vostri simboli, ma qui lavoriamo con tutti i partiti». «E dove sono oggi?», risponde Estelle che vaga con il suo sacchetto e la macchina fotografica. Lui taglia corto: «Stanno arrivando».

Non mente. Alle 12.30 due macchine con i vetri oscurati si fermano nel parcheggio rimasto chiuso fino a quel momento. Scende Samia Ghali: maglia di seta nera da cui pendono strass e scarpe da ginnastica color perla e argento. Dietro di lei si forma una coda: ci sono i suoi assistenti, poi vari consiglieri della circoscrizione e un ragazzo che riprende con la telecamera. Non la molla un secondo neanche Henri Jibrayel, deputato socialista dal 2007 al 2017, anche lui con un’inchiesta sulle spalle: è stato rinviato a giudizio per appropriazione indebita con l’accusa di aver fatto organizzare ad associazioni da lui controllate delle mini crociere per anziani a cui poi chiedeva una croce sulla scheda elettorale.

Il gruppo è arrivato sul posto giusto giusto per l’aperitivo. Samia Ghali la conoscono tutti: è la cenerentola che è passata dallo schifo delle banlieue ai salotti dei ricchi. E anche per le sue origini, tempo fa ha lanciato una proposta: «Per risolvere il problema della sicurezza nei quartieri del nord mandiamo l’esercito». I suoi ex vicini di casa non hanno apprezzato. E lei, che ora teme la rottamazione, non nasconde l’agitazione. Così quando la festa sembrava quasi finita, fa un segno alle guardie del corpo e va dritta sparata contro i militanti di La France Insoumise.

Il suo codazzo la segue in silenzio. «Ehi tu, sì dico a te». Grida rivolta a Estelle. «Voglio che la smetti di parlare di me in pubblico». La senatrice padrona di un pezzo di Marsiglia si mette a urlare contro una militante sconosciuta. La guardano tutti. «Ti vieto di dire in giro che io ho paura di andare nei quartieri popolari. Quella è casa mia. Se vuoi andiamo ora. Andiamo quando vuoi. Siete voi i bugiardi». Estelle non reagisce: «Io lì ci abito e non l’ho mai vista», è l’unica frase che le esce dalla bocca. Samia Ghali cambia cinque colori e fa per gridare di nuovo quando Henri, che se possibile di politica ne sa qualcosa di più, la spinge e la riporta alla macchina. La comparsata è finita. Ouali li osserva partire: «Eccola la paura. Sono rimasti senza soldi e militanti. Sono terrorizzati anche perché ora li trattiamo come meritano. Quando l’onorevole Jibrayel è venuto a presentarsi io gliel’ho detto in faccia: ‘Mi spiace, ma io non stringo la mano a un criminale’».

Abusivi e rifiuti
Nei quartieri popolari, là dove Samia Ghali li ha invitati prima di sfrecciare via in macchina, i militanti della France Insoumise vanno poco dopo. Mentre una parte si imbarca per andare a recuperare rifiuti di plastica in mezzo al mare, un gruppo guidato da Pierre Leroux (18 anni) e da Katia Yakoubi (32) organizza un’operazione di pulizia a Kallistè. Alle 4 del pomeriggio, la piazza del quartiere è deserta. Se non fosse per i rumori che arrivano dalle finestre aperte o per le macchine che sgommano nel parcheggio, sembrerebbe un luogo abbandonato. L’edificio H, sgomberato a febbraio dalle decine di abusivi che ci vivevano senz’acqua ed elettricità, sovrasta la zona con i piani sventrati e i segni delle bruciature sulle pareti. È uno scheletro.

«Dicono che lo butteranno giù, ma non credo succederà: lo dicono da mesi». Momo è un abitante qualunque. Ma lo chiamano tutti il sindaco. «Perché io un tempo provavo a fare qualcosa. Per esempio avevo creato un gruppo per pulire le zone comuni, ma ho rinunciato perché tanto non importa a nessuno». Oggi è uscito perché l’ha contattato La France Insoumise. Lui guarda gli attivisti un po’ ridendo sotto i baffi, un po’ compiaciuto: «Era tanto che non vedevo qualcuno venire a darci una mano. Arrivare qui è già qualcosa, ora l’importante è che ci rimangano». Momo è anche il responsabile del giardino condiviso al centro di Kallistè: uno spazio dove le famiglie coltivano l’orto e i militanti della Lfi gli danno una mano. «Nessuno crede più nella politica, ma è l’unico modo per cambiare le cose. Intanto veniamo per ascoltare», dice Katia. I sacchetti di rifiuti alla fine della giornata sono decine. Invece di buttarli via subito, il gruppo li prende e li trasporta in macchina fino all’ingresso del Comune del 15esimo Arrondissement: «Abbandonare queste persone non solo è un atto di disprezzo, ma è anche illegale», è lo slogan che recitano in coro. Una faticaccia per un’azione che non servirà a molto.

Questa è la pratica. La teoria, quella a cui Mélenchon e i suoi si ispirano, l’ha scritta la filosofa belga Chantal Mouffe e ancora prima il compagno Ernesto Laclau. «Parlare del populismo di sinistra significa prendere atto della crisi storica della socialdemocrazia che non permette più di ristabilire le frontiere tra destra e sinistra», spiegava nel 2016 alla rivista Regards in una delle sue rarissime interviste. Ovvero per la sinistra non basta più fare riferimento ai suoi militanti storici, ma, con «l’austerità e la precarizzazione della classe media», si può allargare la base della popolazione «che può aderire a un progetto di trasformazione radicale» della società. E questo comporta «un lavoro di costruzione di una nuova identità politica come quella del popolo, o per riprendere l’espressione di Gramsci, di una volontà collettiva».
Mouffe ha in mente «un progetto trasversale», tenendo presente che «il populismo di sinistra a differenza di quello di destra vuole estendere e radicalizzare la democrazia». Mélenchon si mette su questa scia quando crea il suo movimento. Per seguirne le evoluzioni intellettuali nasce pure un giornale di opinione in rete, Le Vent Se Lève, gestito da redattori volontari che non superano i trent’anni. «Quello che ha fatto Mélenchon in Francia», dice il direttore Lenny Benbara, «è stato riattivare i conflitti in un’epoca in cui si pretende che siano esauriti. Uno scontro non più tra destra e sinistra, ma piuttosto tra chi sta in alto e chi sta in basso. Poi ha sdoganato il ruolo del leader: Lfi ha successo anche grazie alla sua figura carismatica. Infine si è riappropriato dei simboli nazionalisti che erano stati presi dalla destra come la bandiera o l’inno nazionale e ha dato loro un’accezione di apertura».

Nel partito si parla formalmente di “teoria della rivoluzione cittadina” e la parola populismo si usa con parsimonia per evitare le facili strumentalizzazioni. «Lavoriamo», dice Manuel Bompard, ex direttore della campagna di Mélenchon e ora capolista alle Europee, «per creare un movimento di popolo che sappia affrontare le grandi sfide contemporanee. Quindi: lotta alla povertà per una diversa distribuzione delle ricchezze, lotta per una svolta ecologista del modo di produzione e consumare, lotta per la nascita di una sesta Repubblica». Per raggiungere questi obiettivi, Lfi si ispira alle idee populiste. Che nel concreto significa: «Portare avanti elementi capaci di federare, come il programma o i simboli o il leader; mostrare che noi siamo dalla parte dell’interesse generale di fronte all’egoismo di chi difende gli interessi dei singoli; parlare di scontro élite-popolo piuttosto che destra-sinistra e lasciare da parte tematiche tradizionali (dalla protezione degli animali alla Difesa); infine, costruire un racconto che tocca le emozioni e non restare a un approccio solamente razionalista».

Migranti? Li accogliamo
L’accusa che viene fatta a Lfi, in clima da campagna elettorale pre Europee, è quella di avere posizioni estremiste che, specie sul tema dell’immigrazione, si toccano con quelle espresse a destra: «Il metodo populista», continua Bompard, «è un elemento della battaglia culturale che non può essere confuso con gli obiettivi politici. A destra costruiscono il popolo su una base etnica, linguistica, culturale o religiosa. Noi lo costruiamo sulla base di principi politici. E non siamo disponibili a compromessi nemmeno sull’immigrazione». Nel merito è stato detto, specie da sinistra, che le loro posizioni sono tiepide sull’apertura delle frontiere. Bompard smentisce: «Noi siamo per l’accoglienza degna e incondizionata di chi fugge la guerra e la povertà e al tempo stesso per la lotta ai fenomeni della mondializzazione capitalista che costringono alle migrazioni». Le elezioni Europee stanno agitando molto gli animi in casa di La France Insoumise: c’è la pressione di fare un buon risultato per non scomparire e non mancano le polemiche per la formazione delle liste definita da alcuni “poco democratica”. Mélenchon si guarda intorno e pure verso l’ala sinistra dei socialisti. Cosa che ha creato non pochi malumori: «La spinta di rottura non è esaurita», è la critica di François Cocq, uno dei fondatori, «non ha senso mettersi a correre dietro il vecchio».

La strategia scelta comunque è quella di presentare il voto come un referendum anti Macron, così da riuscire a sfondare il muro dell’astensione. Mélenchon ha firmato un manifesto insieme a Podemos e al portoghese Bloco de Esquerda che si chiama “Ora il popolo”: obiettivo ripensare l’Europa rinegoziando i trattati a qualsiasi costo. Per farlo serve l’impresa quasi impossibile di vincere in Francia, ma anche avere alleati: «In Italia», conclude Bonpard, «abbiamo avuto contatti con Potere al popolo, Stefano Fassina, Luigi De Magistris e il movimento Senso comune. Speriamo che possa nascere qualcosa come La France Insoumise perché non possiamo accettare che la spinta progressista sia monopolizzata da un Movimento 5 stelle al potere con l’estrema destra».

Se dev’essere una rivoluzione, i numeri sono ancora molto piccoli e non basterà la crisi nei consensi di Macron a dare la spinta. Intanto i militanti ignorano le previsioni negative e continuano con quella che hanno preso per una missione. Da qualche settimana a Marsiglia la star è Sébastien Delogu. Giovane papà della periferia, stanco di vedere il degrado dell’asilo della figlia, ha raccolto 6mila euro e radunato un centinaio di volontari per rifare la facciata e piantare qualche fiore. È finito su tutti i giornali e ha fatto infuriare il Comune. «Quando gli elettori», dice, «vedranno il nostro nome nell’urna, voteranno per noi per quello che abbiamo fatto senza nemmeno pensare di che partito siamo». Se bastasse solo quello, forse avrebbero davvero una chance.