Che la scelta sia tra il gas russo e “spegnere i condizionatori“, come ha sintetizzato mercoledì Mario Draghi, è solo una parte residuale del dilemma morale ed economico con cui si scontrano Roma e le altre capitali europee fortemente dipendenti dagli idrocarburi di Mosca. La quale grazie al miliardo di euro al giorno tuttora incassato dall’Europa per metano e petrolio finanzia la guerra in Ucraina. In attesa di una decisione comune su un eventuale embargo, che al momento sembra molto improbabile, tutti si stanno comunque preparando all’eventualità che i flussi si fermino. Italia, Austria e Germania sono in stato di preallerta e il governo Draghi, come rivelato dal Foglio nei giorni scorsi, ha commissionato alle partecipate pubbliche attive nel settore energetico un report che dettaglia tutte le misure necessarie per far fronte allo stop dei 28 miliardi di metri cubi annui di gas importato dalla Russia (circa il 40% del totale) evitando impatti negativi sugli stoccaggi. L’operazione non sarebbe in ogni caso indolore: nel Def si stima che, anche se la diversificazione degli approvvigionamenti avesse successo, si assisterebbe a un forte rialzo dei prezzi del gas che abbasserebbe la crescita del pil 2022 di 0,8 punti, al 2,3%.

Il piano di emergenza si ferma un passo prima: stima in 20-27 miliardi, a seconda delle condizioni climatiche, i metri cubi da sostituire. La ricetta, molto simile per esempio a quella suggerita a livello europeo dal think tank Bruegel, prevede innanzitutto un mini incremento di 1 miliardo di metri cubi della produzione nazionale. Poi si prefigura un aumento di 5-10 miliardi delle importazioni. Su questo fronte, l’Italia potrebbe assicurarsi nel breve termine un aumento di 2-3 miliardi di metri cubi degli acquisti dall’Algeria, oggi secondo fornitore e stando agli annunci degli ultimi giorni ha già concordato con l’Azerbaigian l’invio di 2,5 miliardi aggiuntivi. Per quanto riguarda la Libia per ora non risulta siano stati firmati nuovi accordi.

Un’altra parte delle forniture alternative – 5 miliardi di metri cubi – dovrebbe arrivare sotto forma di gas naturale liquefatto, sfruttando al massimo la capacità del terminale di Cavarzere in provincia di Rovigo e di quello di Livorno. Nel documento non si fa cenno alle trattative di Snam, su incarico del governo, per l’acquisto o noleggio di una nave rigassificatrice: l’azienda sta valutando in questi giorni la possibilità di collocarla nel porto di Piombino. Poi bisogna trovare il gnl, impresa non semplicissima vista la forte domanda sul mercato, trainata dalla Cina, che fa lievitare i prezzi. I 15 miliardi di metri cubi in più offerti dagli Usa quest’anno andranno ripartiti tra tutti i Paesi Ue e non è chiaro se l'”impegno” del Qatar (da cui oggi arrivano circa 6,5 miliardi di metri cubi l’anno) a “rafforzare la partnership energetica con l’Italia”, annunciato dal ministro Luigi Di Maio a inizio marzo, possa tradursi in un potenziamento dei flussi nel breve periodo. Considerato anche che il Paese del Golfo deve rispettare i contratti di lungo periodo in essere con altri Paesi e ha appena firmato un accordo con la Germania. Di velocizzazione sul fronte delle energie rinnovabili non si parla, semplicemente perché il focus è sui consumi di gas. Ma nulla vieterebbe di modificare l’attuale mix riducendo il peso di questa fonte sui consumi finali.

Per quanto riguarda il contenimento dei consumi, l’indicazione è di chiedere ai cittadini ed enti pubblici di ridurre di 1 grado la temperatura impostata sul termostato e alle imprese industriali di ridurre “volontariamente” i consumi “cinque giorni al mese durante il periodo invernale”, cosa che avrebbe ovviamente un impatto sulla produzione. Insieme, i due interventi consentirebbero un risparmio di 3 miliardi di metri dubi l’anno. Un altro miliardo in meno può derivare dalla riduzione dell’illuminazione pubblica.

Questo pacchetto permetterebbe già, nello scenario migliore, di recuperare 20 miliardi di metri cubi. In aggiunta, la riattivazione delle centrali a carbone – da prendere in considerazione solo se i livelli di stoccaggio scendessero a un livello che consente meno di 60 giorni di autonomia – consentirebbe di fare a meno di altri 5 miliardi di metri cubi di gas. Ancora una volta: non significa che il passaggio non avrebbe conseguenze sull’economia italiana. Crescita e occupazione pagherebbero uno scotto.

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