Secondo la Commissione europea parte della soluzione al rebus della dipendenza dal gas russo arriverà dalle importazioni di gas naturale liquefatto dagli Usa. Le quantità di cui si parla – 15 miliardi di metri cubi in più quest’anno, 50 a regime – ammontano però ad una quota assai piccola del fabbisogno dell’Ue, che consuma ogni anno quasi 390 miliardi di metri cubi di gas e attualmente ne compra da Mosca 155 miliardi. E non è chiaro come saranno ripartite tra i Ventisette. Per quanto riguarda l’Italia, nel breve periodo la strada della diversificazione attraverso l’import di Gnl via nave appare in salita anche per mancanza di infrastrutture. “L’importante è vedere se noi disponiamo dei rigassificatori” per ricevere quelle forniture, ha detto non a caso il premier Mario Draghi in conferenza stampa dopo il Consiglio europeo. Il governo ha dato incarico a Snam – la partecipata pubblica che gestisce la rete dei gasdotti, possiede uno dei tre rigassificatori italiani già attivi e ha quote degli altri due – di comprare una nuova nave per la trasformazione del gas liquido e noleggiarne un’altra. Sempre che le trovi, perché sul mercato di navi pronte all’uso e “libere” ce ne sono poche e la richiesta è fortissima. L’Olanda se n’è già assicurata una mentre la Germania ne ha appena opzionate tre.

Attualmente i rigassificatori attivi in Italia sono quello di Panigaglia nel golfo di La Spezia, operativo dagli anni Settanta, che è appunto di Snam e ha una capacità di 3,5 miliardi di metri cubi l’anno, l’Adriatic Lng di Rovigo da 8 miliardi di metri cubi di ExxonMobil e Qatar petroleum, e quello galleggiante al largo di Livorno da 3,75 miliardi di metri cubi, che fa capo per il 49% Snam e per il 48% al fondo australiano First Sentier investors. L’anno scorso non sono stati utilizzati al massimo delle potenzialità: hanno trattato solo 9,8 miliardi di metri cubi importati da Qatar, Algeria e Stati Uniti a fronte di 15,3 di capacità complessiva. Che potrebbe arrivare a 20 miliardi di metri cubi se Roma riuscirà ad aggiudicarsi almeno una di quelle che in gergo vengono chiamate “Floating storage regasification unit” con una capacità di 5-6 miliardi di metri cubi. Snam ha però risposto con un no comment alla richiesta del fattoquotidiano.it di sapere a che punto siano le trattative.

Posto che l’impresa vada in porto, “poi però dobbiamo trovare il gas”, commenta Gionata Picchio, vicedirettore del giornale online sulle fonti di energia Staffetta quotidiana. Al netto degli annunci di Washington, infatti, di gas liquefatto a disposizione sul mercato non ce n’è. “Gli Usa nel medio periodo possono sicuramente accrescere l’offerta (hanno in cantiere più del 50% dell’incremento produttivo alle viste nei prossimi anni a livello globale)”, continua Picchio, “così come il Qatar, che ha annunciato di voler portare la produzione da 77 milioni di tonnellate l’anno a 126” entro il 2027. Ma l’offerta “resterà limitata fino al 2025”, perché ogni fornitore ha contratti già siglati e non può ovviamente venir meno agli impegni con le controparti per dirottare Gnl verso l’Europa. Come dimostra il fatto che Berlino, alla disperata ricerca di alternative al gas russo da cui è più dipendente dell’Italia, nei giorni scorsi abbia siglato un’intesa con Doha per maggiori forniture ma riuscendo a ottenere solo un contratto “di lungo periodo”, che nell’immediato non cambia le cose.

In questo quadro “ci sarà inevitabilmente concorrenza tra Paesi per comprarlo”. Come è successo già nel 2021, quando l’aumento del fabbisogno della Cina per alimentare la ripresa economica limitando l’uso del carbone ha surriscaldato il mercato: “Le grandi società cinesi avevano mandato di comprare a qualunque prezzo e questo ha alimentato i rialzi, con impatto anche sui prezzi spot all’hub olandese Ttf, punto di riferimento per i mercati europei”. Di lì l’innesco della spirale di aumenti che, alimentata da altri fattori transitori, ha portato alle quotazioni elevatissime di fine anno. Prima ancora che l’invasione russa dell’Ucraina facesse saltare ogni equilibrio. Morale: per aggiudicarsi il Gnl, che si muove su nave e va dove c’è il miglior offerente, bisognerà essere disposti a non badare a spese. Il costo sarà probabilmente ben superiore a quello delle importazioni dalla Russia, che avvengono in buona parte sulla base di contratti di fornitura lungo periodo. Tanto più che all’esborso per la materia prima va sommata la tariffa per l’uso del rigassificatore.

Nel lungo periodo la possibilità di aumentare la capacità ci sarebbe, visto che il ministero dello Sviluppo anni fa ha autorizzato altri tre progetti per altrettanti terminali a Falconara Marittima (Api Nòva Energia), Gioia Tauro (MedGasTerminal, partecipata da Iren e Sorgenia), con una capacità di 12 miliardi di metri cubi l’anno, e Porto Empedocle (Enel), 8 miliardi di metri cubi l’anno. La costruzione si è arenata perché le condizioni di mercato, con un’offerta via gasdotto adeguata alla domanda, all’epoca li rendevano economicamente poco convenienti. “Con la crisi finanziaria e il boom delle rinnovabili tra 2010 e 2013 avevano perso di senso”, spiega Picchio. Nell’ultimo mese lo scenario è radicalmente cambiato e dai gruppi coinvolti sono arrivati chiari segnali al governo. “Se le autorità decideranno di velocizzare le cose, il progetto potrebbe essere pronto in quattro anni”, ha detto a Reuters l’ad di Sorgenia Gianfilippo Mancini riguardo all’impianto calabrese. Mentre Francesco Starace ha fatto sapere che Enel è pronta ad offrire il terminale “a qualsiasi investitore interessato e anche a partecipare per facilitare l’investimento”.

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