Dopo il rimbalzo registrato nel 2021, la guerra in Ucraina affonda la crescita del Pil 2022: si fermerà al 2,9% “a bocce ferme” – in forte calo rispetto al 4,7% scritto nella Nadef – e dovrebbe arrivare al 3,1% con la spinta dei provvedimenti del governo. Il primo trimestre si chiuderà con una contrazione dello 0,5% nonostante il buon andamento della produzione industriale a febbraio e sul secondo, che dovrebbe vedere una ripresa, pesano rilevanti “rischi al ribasso”. Le nuove previsioni sono nella bozza del Documento di economia e finanza approvato mercoledì all‘unanimità dal consiglio dei ministri. E va detto che risultano decisamente ottimistiche rispetto al +1,9% previsto dal Centro studi di Confindustria e al 2% di Ref ricerche, che fa parte del panel di previsori di cui tiene conto l’Ufficio parlamentare di bilancio quando viene chiamato a validare le previsioni governative. Ma se a breve arrivassero a livello europeo sanzioni su petrolio e gas russi andrebbe molto peggio, avverte il Tesoro: la crescita potrebbe crollare sottozero, portando il consuntivo del 2022 a un misero +0,6% nonostante il +2,3% ereditato dal rimbalzo dello scorso anno.

Entro fine mese nuovo decreto anti rincari. Intanto c’è proroga del taglio delle accise – Il deficit programmatico nonostante il calo della crescita viene confermato al 5,6% del pil a fronte di un +5,1% tendenziale: il margine di 0,5 punti, pari a 9,5 miliardi, che si apre in questo modo sarà utilizzato per ripianare i 4,5 miliardi di fondi del Mef congelati con il decreto bollette e per varare entro fine aprile un nuovo provvedimento da 5 miliardi circa per contenere i prezzi di carburanti ed energia, “coprire l’incremento dei prezzi delle opere pubbliche“, fornire nuove garanzie sul credito, assistere i profughi ucraini e “alleviare l’impatto economico del conflitto sulle aziende italiane”. L’impatto di queste misure sul Pil è stimato in 0,2 punti percentuali 2022 e 0,1 nel 2023. In attesa del nuovo provvedimento “con decreto ministeriale firmato da me e dal ministro Cingolani abbiamo esteso di 10 giorni, al 2 maggio, l’abbattimento di 25 centesimi dell’accisa su benzina e gasolio utilizzando il sovra-gettito iva“, ha annunciato il ministro dell’Economia Daniele Franco al termine del Cdm.

“Siamo molto consapevoli del disagio sociale, soprattutto per chi teme l’impatto dell’inflazione e siamo pronti e intervenire”, ha detto il premier Mario Draghi. “L’abbiamo già fatto nel recente passato, sono stati stanziati 15,5 miliardi. Nelle prossime settimane comprenderemo meglio le dimensioni dell’intervento necessario e come finanziarlo”. Sia il capodelegazione M5S Stefano Patuanelli sia il dem Andrea Orlando in cabina di regia hanno chiesto che il governo dica chiaramente di essere pronto “a fare di più” – leggi uno scostamento di bilancio se ce ne sarà bisogno. Orlando avrebbe chiesto di iniziare subito a ragionare sugli ulteriori interventi da mettere in campo in futuro perché bisogna “valutare i rischi della situazione attuale sull’impatto sociale e sulla crescita della povertà“.

L’inflazione si impenna al 5,8% – Il governo prevede in parallelo al rallentamento dell’economia “un’impennata” dell’inflazione nel 2022. “Il deflatore dei consumi delle famiglie, che nel 2021 è cresciuto dell’1,7 per cento, – si legge nella bozza del Def – è previsto aumentare del 5,8 per cento nel 2022, contro una previsione dell’1,6 per cento nella Nadef. La previsione di crescita del deflatore del Pil, anch’essa dell’1,6 per cento nella Nadef, sale al 3 per cento”. A fronte di questa fiammata si prevede però “un’accelerazione più moderata delle retribuzioni e dei redditi da lavoro”.

Il debito viene rivisto leggermente al rialzo nel 2021, al 150,8%, per effetto della revisione al ribasso del Pil nominale effettuata dall’Istat. Per quest’anno è previsto poi in calo di 4 punti, al 146,8%, seguito da una discesa al 145% nel 2023, al 143,2% nel 2024 e al 141,2% nel 2025. Nel quadro programmatico il rapporto diminuirà al 147% quest’anno (dal 150,8% del 2021) fino al 141,4 per cento nel 2025, un livello lievemente superiore allo scenario tendenziale.

Gli scenari in caso di maggiori sanzioni alla Russia – Negli scenari di rischio per le previsioni economiche il governo evidenzia quello legato alla guerra in Ucraina e “in particolare all’eventualità che un ulteriore inasprimento delle sanzioni porti all’interruzione degli afflussi di gas e petrolio dalla Russia”, ipotizzando “un blocco delle esportazioni a partire da fine aprile 2022 che perduri per tutto il 2023” che nello scenario peggiore – se l’Italia non riuscisse a diversificare gli approvvigionamenti come programmato – abbasserebbe la crescita del Pil nel 2022 di ben 2,3 punti nel 2022 e 1,9 nel 2023 (-1,3% punti per quanto riguarda l’occupazione) e in quello migliore di 0,8 punti nel 2022 e 1,1 punti nel 2023 (-0,6% per l’occupazione).

Lo scenario più favorevole ipotizza che “le aziende del settore sarebbero in grado di assicurare le forniture di gas necessarie al Paese grazie ad un incremento delle importazioni dai gasdotti meridionali, un maggior utilizzo di Lng (la capacità di rigassificazione aumenterebbe sensibilmente già nel 2023) e un aumento, inizialmente modesto ma crescente nel tempo, della produzione nazionale di gas naturale e biometano“. Anche in questo caso, in presenza di analoghi sforzi di diversificazione degli approvvigionamenti da parte degli altri Paesi europei “si assisterebbe a un rialzo dei prezzi molto superiore a quello incorporato nelle esogene del quadro macroeconomico tendenziale”. Il prezzo del gas dagli attuali 100 euro/MWh potrebbe arrivare “al di sopra di 200 euro/MWh del periodo novembre 2022-febbraio 2023 (contro una media di 90,8 nel periodo novembre 2021-febbraio 2022)”. Nei mesi successivi e fino alla fine del 2023, “il prezzo sarebbe pari a circa il doppio degli attuali livelli dei futures sulle scadenze corrispondenti”.

Il secondo scenario di rischio considerato ipotizza che non tutte le azioni intraprese per diversificare gli approvvigionamenti producano i risultati desiderati per via di problemi tecnici, climatici e geopolitici e che anche gli altri Paesi Ue si trovino a fronteggiare carenze di gas. Per l’Italia si ipotizza una carenza di gas pari al 18% delle importazioni in volume nel 2022 e al 15% delle importazioni nel 2023. I prezzi salirebbero allora di un 10% in più rispetto allo scenario precedente e il pil crollerebbe di 2,3 punti rispetto al tendenziale nel 2022 e 1,9 nel 2023. La crescita in termini reali nel 2022 sarebbe in questo scenario pari a 0,6% e nel 2023 scenderebbe a 0,4 per cento. Visto che il 2022 eredita 2,3 punti percentuali di crescita dal 2021, l’andamento del pil 2022 sarebbe nettamente in negativo.

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