La guerra in Ucraina ha messo ancora una volta in rilievo come la cattiveria dell’uomo possa arrivare a livelli tali da causare morte e sofferenza abominevole. Tra gli uomini e pure tra gli animali. Nella guerra a rimetterci sono sempre i più deboli, coloro che non possono impedire la sofferenza che viene loro imposta. Donne, bambini, anziani, vittime di violenze indicibili e di morti atroci, come vediamo in questi giorni.

E tra le vittime innocenti e senza colpa ci sono anche gli animali, dimenticati esseri viventi in tutte le guerre. Un fatto, parlando di animali proprio a Borodyanka, ci dà il senso ineluttabile della violenza tremenda e assurda di una guerra. Qui un canile-rifugio che aveva al suo interno 425 cani è stato isolato dall’improvvisa invasione delle truppe russe. Ma cosa è successo a Borodyanka durante l’invasione? Ne ho parlato con Natasha Mazur, veterinaria e responsabile del canile di Borodyanka, ma che vive a Kiev, a circa 50 km dalla zona.

Lei mi ha raccontato che hanno avuto accesso al rifugio nei primi giorni di guerra (24 febbraio). C’era accesso alla città e al rifugio potevano entrare i dipendenti e collaboratori. Il primo giorno di occupazione è avvenuto il 4 marzo. L’ultima visita al rifugio è stata il 3 marzo, poi nessuno poteva assolutamente entrare in città. I soldati russi non lo permettevano a nessuno. Non c’era comunicazione con Borodyanka, nessuno sapeva cosa c’era lì o cosa stesse accadendo. Coloro che stavano cercando di scappare sono stati fucilati.

Le telecamere di sorveglianza del canile si sono spente il 25 febbraio, quando la connessione è venuta a mancare. Poi la fibra ottica è stata danneggiata e nulla ha funzionato. Nel racconto, la veterinaria – che è sempre rimasta a Kiev – non è mai fuggita e tuttora presta servizio lì; mi racconta che nessuno sospettava o sapeva che l’occupazione avvenisse così rapidamente, senza poter agire per tempo. Nessuno sapeva, altrimenti tutti sarebbero stati evacuati. Nessuno poteva controllare la situazione. E non è stato possibile durante l’occupazione, per nessuno, raggiungere Borodyanka. Non c’erano veri e propri corridoi.

Molta gente, on-line e dalle proprie tranquille abitazioni, critica l’operato di questa donna, affermando che poteva aprire i box per lasciare liberi i cani. Ma come lei stessa afferma, non si aspettavano un’occupazione così repentina. Lei a Kiev era tagliata fuori da ogni possibilità di intervento diretto. E chi collaborava con lei in loco, preso dal terrore della guerra che si avvicinava, ha lasciato il canile scappando. Questa occupazione russa ha determinato l’abbandono dei cani nelle gabbie. E molti di loro sono morti! Di una morte atroce, senza cibo e senza acqua.

Riguardo a lasciare liberi i cani, poi, mi chiedo: davvero sarebbe stato meglio? Non pensate che 425 cani liberi sarebbero stati massacrati dai russi a fucilate? Perché nella grande atrocità di questo ulteriore esempio di violenza, almeno 226 di loro sono sopravvissuti, rimanendo isolati in un luogo non oggetto di guerra.

Da quello che ora si sa, pare che Borodyanka sia anche peggio di Bucha e le foto di Bucha hanno scioccato il mondo intero. Ci sono stati contatti continui con le forze armate per tutto questo tempo e la veterinaria stessa ha cercato di sfondare i posti di blocco a tutti i costi, mai riuscendoci. Poi, miracolosamente, il 1° aprile alcuni volontari sono arrivati al rifugio e sono riusciti ad entrare e occuparsi dei cani superstiti, trovando una scena apocalittica. Il giorno dopo anche Natasha è giunta al canile, prendendo atto delle morti avvenute ma anche delle vite ancora presenti. Tutto nonostante il coprifuoco ancora in vigore e con la concessione di soli 20 minuti di visita e scortati dai militari. Una situazione terribile, perché c’erano animali morti insieme a quelli vivi. Ora, per fortuna, la situazione è un po’ migliorata perché il luogo è accessibile.

Sono in corso i trasferimenti del cani superstiti in posti sicuri, grazie ai volontari che stanno adoperandosi per le operazioni di rimozione degli animali deceduti e per il trasporto di quelli vivi che necessitano di cure. Natasha Mazur è molto provata per questa vicenda; sta subendo una campagna di odio perché molte persone giudicano il suo operato lontano dalla guerra e da una situazione drammatica. Penso che criticare da lontano chi agisce sotto le bombe, con il pericolo di mine sulle strade, con l’angoscia di essere colpiti da un proiettile durante gli spostamenti, sia davvero una forma di odio e di assurda malvagità, specialmente nei confronti di una persona che è rimasta al suo posto, a Kiev, a dare aiuto a chi aveva bisogno, con assistenza ad oltre 200 animali domestici in questo periodo di guerra.

Natasha sa benissimo che ciò che è successo è un’ulteriore atrocità della guerra. Lei stessa, nel dialogo telefonico che ho avuto, mi ha detto di riconoscere il valore prezioso dei volontari che l’aiutano e che rischiano in prima persona. Poteva essere gestita diversamente la situazione? Forse, ma la guerra porta a drammi orrendi, dettati dalla pressione enorme che chi è invaso deve subire. E chi, come noi, ha la fortuna di stare comodamente seduto dietro una tastiera, al sicuro, non dovrebbe fomentare odio e minacciare chi ha cercato di fare del suo meglio in tempo di guerra.

Chi instilla odio e promulga minacce non può definirsi animalista; chi lo fa non può amare davvero la vita, già messa a dura prova per questa donna e per tutti i volontari della zona, che portano dentro un dolore enorme. Si chiama guerra, si legge atrocità dell’uomo che non sa riconoscere il valore della vita.

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