di Giuseppe Mammana

In una calda giornata del 24 marzo inizia a serpeggiare tanta delusione fra gli attivisti e le attiviste della Laboratoria Ecologista Autogestita Berta Caceres. Uno spazio occupato appena due settimane prima in uno dei parchi più belli del territorio romano.

All’esterno della villetta si intravedono i blindati della polizia e gli agenti che notificano agli occupanti il provvedimento di sgombero. Dall’interno gli occupanti provano a contattare con i social le centinaia di persone che in questi giorni hanno attraversato la spazio: “Venite a via della Caffarella 13, ci stanno sgomberando!”. Le notizie girano velocemente e mentre le camionette della polizia bloccano l’ingresso vicino al parco, centinaia di persone inscenano un presidio spontaneo all’incrocio tra tra via della Caffarella e l’Appia antica. Ma perché quest’attenzione verso questo spazio? Che cosa rappresenta questa occupazione?

Il Berta Caceres nasce il 6 marzo, quando un gruppo di attivisti decide di occupare una villetta di proprietà della Regione Lazio. La villa, costruita negli anni 50, doveva essere la sede del parco regionale dell’Appia antica e del Corpo forestale e della Protezione civile. Inutilizzata e abbandonata da anni, nel 2016 la Regione Lazio decide di cederla alla società partecipata con il Ministero dell’Economia, Invimit, per venderla ad una base di asta di 3 milioni di euro. Simbolicamente questa villa rappresenta il “trait d’union” delle amministrazioni politiche che si sono susseguite negli ultimi anni: la volontà di svendere ai privati il patrimonio pubblico sottraendo risorse e beni comuni alla collettività. Ma non solo: la villa, che presenta al suo interno due casette di legno e un’ampia area verde, si focalizza sulla questione ecologica in un’epoca in cui l’emergenza climatica diventa sempre più centrale nelle nuove agende politiche. Infatti, una parte importante del collettivo proviene dall’esperienza del Climate Camp, una rete formata da realtà territoriali ecologiste radunatesi a Roma nell’ottobre del 2021.

Per questo motivo un gruppo di attivisti decide di occupare questa area nel cuore della Caffarella: per creare uno spazio di socialità che metta al centro del dibattito politico le lotte ecologiste con quelle transfemministe. Lo spazio viene intitolato a Berta Caceres, assassinata il 3 marzo del 2016 da alcuni sicari di una multinazionale spagnola che voleva costruire delle dighe idroelettriche sul fiume Gualcarque in Honduras. Sin dal primo giorno di occupazione la Laboratoria Ecologista Autogestita prova a dare vita ad uno spazio che si presenta a prima vista in modo drammatico: la muffa che aleggia fra le pareti, cavi elettrici staccati, controsoffitti saltati. Insomma, girando per i locali della villetta si palesa l’ingente danno che la chiusura ha causato in questi anni. Lo spazio viene rimesso a nuovo, viene costruita una cucina e resi agibili gli altri locali. Si susseguono assemblee, laboratori sulla cura, cineforum, l’incontro con mercati contadini e artigiani. Il Berta diventa uno spazio di aggregazione sociale, punto di riferimento della città, luogo dove tessere relazioni. E da qui inizia un’altra storia, quella che De Andrè definirebbe una “storia sbagliata”.

Come si arriva allo sgombero? Il primo elemento di preoccupazione emerge il 19 marzo e proviene dal mondo della comunicazione: un articolo del Messaggero dal titolo eloquente, “Abusi alla Caffarella”, invoca un immediato sgombero dell’edificio, sottolineando come all’interno ci fossero dei “volti noti” di un’altra occupazione. Nello stesso tempo la giornalista lamenta la lentezza della macchina per il ripristino della legalità: l’articolo afferma che nonostante la denuncia di Invimit e la discussione dentro il Comitato per l’ordine e la sicurezza (in Prefettura) lo sgombero tarda ad arrivare. Il secondo campanello d’allarme è politico e si annida dentro i partiti del Consiglio comunale: in primis, la lista Calenda che chiede lo sgombero dell’edificio affermando che quest’occupazione impedisce alla cittadinanza di poter usufruire di uno spazio pubblico. E mentre gli occupanti ricevano la notizia della volontà della Regione Lazio di convocare un tavolo insieme agli attivisti per affrontare le questioni urgenti dell’edificio, lentamente si dipanano le tessere del mosaico e il 24 marzo avviene lo sgombero.

In un colpo solo vengono cancellate le virtù di questa esperienza che restituendo per alcune settimane un bene comune alla città svela l’esistenza di un’area verde chiusa al pubblico e inutilizzata. Ma ci restano le immagini della lotta e di quello che ci ha lasciato quest’occupazione. Il volto degli attivisti, che nonostante lo sgombero subito escono dallo stabile in bicicletta e con lo sguardo fiero gridano: “Difendere la terra non è reato. Berta dall’Honduras ce l’ha insegnato”.

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