di Diego Battistessa*

È uno dei casi che più ha scosso l’America Latina negli ultimi tre anni. Il suo nome ha attraversato l’Atlantico, il suo ricordo è più vivo che mai ed ora, finalmente, anche la giustizia ha parlato. La notte tra il 2 e il 3 marzo del 2016, in una città chiamata “la Esperanza”, dei sicari si stanno preparando all’azione. Sono stati pagati, devono risolvere “una questione”, devono uccidere una persona che ha creato molti, troppi problemi. In una casa come molte altre, senza pretese, costruita a 1700 metri di altitudine, in uno dei punti più alti dell’Honduras, vive la donna la cui voce ha fatto tremare tutto il paese.

Probabilmente quando Berta sente che la porta si apre capisce che sono venuti per lei. Di sicuro realizza cosa sta succedendo… Pochi istanti dopo i suoi resti mortali giacciono sul pavimento. La stampa locale parla di furto andato male: dice che dei ladri sono entrati in casa e che l’omicidio di Berta e il ferimento di Gustavo Castro (che si trovava con lei) sono gli effetti collaterali della rapina. Un caso di cronaca nera come molti altri in un paese con il più alto tasso di assassini di tutta l’America Latina. Tutto passerebbe in sordina, tutto verrebbe insabbiato se quel corpo esanime non appartenesse a Berta Caceres.

Berta era un lideresa del popolo indigeno dei Lenca, la etnia indigena più popolosa dell’Honduras. Un popolo ancestrale che ha vissuto in armonia con l’ecosistema per secoli. Per la comunità di Berta il fiume Gualcarque era la vita. Nella tradizione Lenca gli spiriti femminili vivono nei fiumi e le donne sono le loro guardiane. Berta si dedicava anima e corpo a questa missione, lottando contro la deforestazione e contro i progetti idroelettrici che avrebbero compromesso irrimediabilmente l’ecosistema della zona.

Per questo nel 1993 insieme ad altri attivisti fondò il Copinh – Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras, per lottare contro la privatizzazione delle risorse naturali del suo paese. Nel 2013 Berta condusse una campagna contro la costruzione della centrale idroelettrica Agua Zarca sul fiume Gualcarque. La protesta ebbe una forte eco internazionale e venne utilizzata come difesa del popolo Lenca il Trattato 169 dell’Ilo, che prevede la necessità di una consultazione informata prima dello sviluppo di progetti di questa natura in territorio indigeno.

Dopo questi eventi Berta fu incarcerata ma le forti pressioni internazionali obbligarono il governo onduregno a liberarla. Il 20 di aprile del 2015 a San Francisco le venne assegnato il premio Goldman come la più prominente attivista ambientale della regione americana. Il suo discorso fu toccante, fu il suo testamento. Meno di un anno dopo l’impresa che gestiva il progetto della centrale idroelettrica Agua Zarca paga 16mila dollari per la sua morte. Questa impresa si chiama “Sviluppo Energetico S.a.” (Desa, per la sua sigla in spagnolo), una società anonima onduregna che nasce nel 2008 per approfittare degli ingenti investimenti stranieri per lo sfruttamento delle risorse naturali del paese.

Il 2 dicembre 2019, ben 44 mesi dopo quei colpi di pistola sparati a sangue freddo, la giustizia onduregna ha stabilito che ci fu premeditazione. Henry Hernández, Elvin Rápalo, Edilson Duarte e Oscar Torres sono stati condannati a 34 anni di reclusione per essere gli autori materiali dell’uccisione di Berta, che all’epoca era la coordinatrice del Copinh. La condanna è stata aumentata per ognuno di loro di altri 16 anni per il tentato omicidio di Gustavo Castro, ferito ma miracolosamente sopravvissuto all’agguato.

I quattro però sono solo il braccio dell’operazione. Il maggiore dell’esercito Mariano Díaz, Sergio Rodríguez, dirigente di Desa, e Douglas Bustillo, ex responsabile della sicurezza della stessa impresa, sono stati condannati a 30 anni per aver assoldato i sicari. Nel marzo 2018 anche il presidente di Desa, Roberto Castillo, era stato incarcerato per le sue responsabilità nella morte di Berta.

La corruzione e l’impunità sono due mostri che attanagliano la regione latinoamericana. Le popolazioni indigene combattono una guerra impari contro governi e multinazionali interessate a depredare il sottosuolo, le foreste e i corsi d’acqua. Ogni giorno difensori dei diritti umani vengono uccisi, ogni giorno la lista degli eroi morti per difendere la casa comune si allunga. Sono venuti “ad offrire il loro cuore”, come scriveva Fito Paez in una indimenticabile canzone del 1985. Per quel che vale però, oggi sappiamo chi ha voluto la morte di Berta: oggi quelle persone sono in carcere.

*Docente e ricercatore dell’Istituto di studi Internazionali ed europei “Francisco de Vitoria” – Università Carlos III di Madrid. Latinoamericanista specializzato in Cooperazione Internazionale, Diritti Umani e Migrazioni

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