“La torre della televisione e le torri radio sono sotto il controllo delle forze armate russe. Nonostante in questa città l’occupante si senta a casa, non ci arrendiamo. Espelleremo questo male dalla nostra terra lottando insieme”. Diceva così ai propri concittadini Ivan Fedorov, sindaco di Melitopol, 150mila abitanti a metà strada tra Mariupol e Kherson. Era il 7 marzo: quattro giorni dopo i russi lo hanno sequestrato in pieno centro città, mentre distribuiva aiuti umanitari. In un video pubblicato dal governatore dell’oblast’ di Kharkiv, Oleg Synegubov, lo si vede con un cappuccio in testa mentre viene trascinato via da alcuni militari in tuta mimetica, tra gli sguardi dei passanti. “Si era rifiutato di collaborare con i russi, aveva tenuto la bandiera ucraina nel proprio ufficio”, ha scritto su Telegram il consigliere del ministro degli Interni di Kiev, Anton Gerashchenko. Nemmeno 48 ore più tardi la stessa sorte è toccata a un altro sindaco in una città a pochi chilometri di distanza: Yevhen Maveev, primo cittadino di Dniprorudne, ventimila abitanti sul fiume Dnipro. “I crimini di guerra commessi dalle forze russe sono ormai sistematici“, ha scritto il governatore dell’oblast’ di Zaporizhia, Oleksandr Starukh, dando la notizia su Facebook. E il capo della diplomazia europea Josep Borrell definisce i sequestri “un altro attacco alle istituzioni democratiche in Ucraina”, accusando Mosca di voler imporre “illegittime strutture di governo alternative” nel Paese.

Già, perché a Melitopol il sindaco deposto è stato rimpiazzato in un soffio da Galina Danilchenko, consigliera comunale filorussa che ha invitato gli abitanti ad “adattarsi alla nuova realtà” chiedendo lo stop alle manifestazioni contro l’occupazione russa, definite “azioni estremistiche” che rischiano di “destabilizzare la situazione“. Il giorno prima infatti migliaia di persone erano scese in piazza di fronte al municipio per chiedere la liberazione del sindaco, con l’organizzatrice del sit-in, l’attivista Olga Gaisumova, arrestata dagli uomini di Vladimir Putin e condotta in un luogo ignoto. Nel frattempo il rapimento di Fedorov suscitava lo sdegno della comunità internazionale: il governo di Kiev, attraverso il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba, ha accusato la Russia di crimini di guerra “secondo la convenzione di Ginevra e il protocollo aggiuntivo, che proibisce la presa di ostaggi civili“. Un punto di vista condiviso da rappresentanti di tutti i gruppi politici all’Europarlamento, che in un comunicato congiunto chiedono “con forza alle autorità militari russe di liberare Fedorov immediatamente e di tutelare la sua salute”, rispettando “il diritto internazionale nonché la Convenzione di Ginevra in merito ai civili combattenti e non combattenti e ai prigionieri di guerra. Le violazioni dei diritti fondamentali dei civili e gli attacchi contro infrastrutture civile non saranno dimenticati e gli autori saranno perseguiti nelle sedi internazionali“, scrivono.

Il sequestro “è il segno della debolezza dell’invasore che non ha trovato sostegno sulla nostra terra: loro ci contavano e raccontavano da anni come in Ucraina li avrebbero accolti con gioia. Invece non hanno trovato collaboratori che gli consegnassero le città e il potere e quindi sono passato al nuovo livello di terrorismo, cercando di liquidare i rappresentanti legittimi del governo“, ha affondato il presidente ucraino Zelensky, chiedendo il “rilascio immediato” di Fedorov e sensibilizzando sulla questione i leader di Francia e Germania, Emmanuel Macron e Olaf Scholz. Zelensky ha anche paventato il rischio che il sindaco venga torturato per costringerlo a esprimere sostegno agli occupanti in un video. E ha chiosato: “Evidentemente in Russia durante gli anni del potere autocratico le persone non sono più abituate al fatto che il sindaco è la persona scelta dai cittadini di una determinata città”.

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