Marco Zennaro, l’imprenditore di 47 anni costretto a restare in Sudan per 361 giorni, torna a casa tra le polemiche. Nel momento in cui l’aereo diretto prima in Turchia poi in Italia, è decollato, il padre Cristiano, ha rilasciato una dichiarazione molto dura. “Confermo la partenza di Marco dal Sudan, finalmente l’incubo è finito. Ringrazio mio figlio per essere sopravvissuto a quei 75 terribili e infernali giorni di detenzione. Ringrazio la famiglia per aver trovato in tempi brevi le risorse finanziarie per far cessare la detenzione”. È stata necessaria, infatti, una colletta di 200mila euro per sbloccare la situazione e raccogliere la somma da destinare alla chiusura del contenzioso riguardante la fornitura di trasformatori elettrici che era all’origine del fermo dell’imprenditore veneziano. Era finito in carcere perché accusato di reati legati a una partita di merce inviata in Sudan, ma le accuse erano poi cadute, con un calvario giudiziario infinito. Alla fine ci si è messa di mezzo anche la burocrazia e, da ultimo, una tempesta di sabbia che aveva ritardato la partenza dell’aereo.

Il padre di Zannaro ha però polemizzato con il ministero degli Esteri italiano. “Devo purtroppo denunciare il totale fallimento dell’istituzione italiana che incomprensibilmente non ha voluto risolvere un palese sequestro di persona a scopo di estorsione. Mi auguro che la Farnesina abbia il pudore di non rilasciare retorici comunicati perché se Marco è uscito da quell’inferno lo deve solo ed esclusivamente a sé stesso”. In quel “sé stesso” includeva anche l’iniziativa della colletta promossa da Unioncamere, a cui il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro ha contribuito con 50mila euro attinti al fondo dove ha accantonato gli stipendi che percepisce in quanto primo cittadino e che non ha mai intascato, decidendo di devolverli a finalità sociali. Lo svincolo del denaro era stato reso possibile con una delibera della giunta comunale qualche giorno fa.

In qualche modo, però, Marco Zennaro ha rettificato il padre. Perché appena sbarcato a Fiumicino ha dichiarato: “La risoluzione del caso è stato frutto di un grande lavoro di squadra: a partire dal direttore generale per gli italiani all’Estero della Farnesina, Luigi Vignali, che ringrazio personalmente, coadiuvato dal professor Orsoni, dai nostri avvocati sul posto, e da tutte le realtà che mi hanno supportato economicamente”. Una dichiarazione conciliante, anche perché assieme a lui, sull’aereo, c’era anche Vignali. Zennaro ha quindi attribuito un ruolo alla nostra diplomazia nella soluzione di un caso che, nato da una contestazione di natura economica, si è trasformato in una vicenda penale, con tanto di arresto e detenzione per oltre due mesi in un carcere sudanese. L’imprenditore ha aggiunto: “È stato un anno lungo e duro. Chi ringrazio? Prima di tutto mia moglie, perché in tutto questo tempo ha tenuto saldi i valori più importanti che ho nella vita che sono rappresentati dalla famiglia e dai figli. Poi intendo ringraziare anche le due dottoresse che mi hanno supportato clinicamente durante questo anno in Sudan, Anna Paola Borsa e Lucia Ceschin”. E ha spiegato: “La libertà in Sudan è un concetto diverso dal nostro; la gente in Sudan non nasce libera come noi, possono prendere la tua libertà come se nulla fosse, mentre per noi è un valore assoluto che difficilmente viene capito se uno nasce e vive in Sudan”.

La notizia è stata accolta dalle dichiarazioni degli amministratori veneti. Il governatore leghista Luca Zaia, con l’enfasi che lo contraddistingue: “Oggi fa ritorno a casa un grande veneto, una persona che ha dimostrato di avere la schiena diritta, difendendosi come un leone. Festeggiamo la liberazione di Marco”. Il sindaco Brugnaro: “La notizia che tutti aspettavamo ci riempie di gioia. Finalmente Venezia torna ad abbracciare un suo cittadino. Tutta la città in questi mesi si è mobilitata con manifestazioni e attività di sensibilizzazione e, da ultimo, è stata fondamentale la generosità di chi ha donato del proprio per consentire a Zennaro di rientrare a casa”. Anche Brugnaro ha ringraziato la Farnesina e l’Ambasciata Italiana a Khartum, oltre ad Unioncamere Veneto, all’Unione degli industriali di Venezia e Rovigo, alla Fondazione di Venezia e al Patriarca Francesco Moraglia.

La vicenda di Zennaro è diventata una specie di intrigo internazionale. Ad un certo punto è stato trovato annegato nel Nilo il mediatore con il quale l’italiano aveva trattato la vendita di una partita di trasformatori elettrici destinata alla Sedec, la società nazionale di energia elettrica. Ayman Gallabi, che era morto durante un’immersione sub, aveva acquistato la fornitura con il finanziamento di Abdallah Esa Yousef Ahamed, un militare che fa parte del clan del potente generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemeti, capo di Rsf (Rapid Support Force), le milizie che operano nella capitale Khartoum e che furono protagoniste durante il golpe del 2019. Era stato Abdallah a far arrestare l’imprenditore italiano, accusandolo di frode nella fornitura di apparecchi elettrici. Zennaro era andato in Sudan lo scorso marzo proprio a seguito della contestazione di quella fornitura, ma era stato arrestato. È cominciato un calvario di istanze e udienze processuali, finché è stato scagionato dalle accuse penali, ma ha dovuto sborsare una somma residua di 200mila euro per tornare a casa.

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