Nell’epoca delle semplificazioni e delle polarizzazioni – no-vax, sì-vax; pro-choice, pro-life; and so on –, la vera vittima designata è la lucidità del discorso. Il rischio, ovviamente, è tanto più alto quanto più ad oggetto vi sono temi sensibili. E poiché nessun tema è più sensibile della vita e del dolore, il dibattito sulla cosiddetta eutanasia legale – e sul referendum, e sulla sua inammissibilità – si presta forse più di tutti gli altri a questa sorte, perché quanto tiri fuori la sofferenza di qualcuno, lì non c’è spazio per la lucidità.

Il punto, però, è che qualcuno questa lucidità deve pur mantenerla. Anche perché altrimenti si rischia di perdere lo sguardo sull’altro. È questo il tema fondamentale: la parola della sofferenza – con il fantasma di immedesimazione che sempre genera – fa perdere di vista la complessità dell’altro, e costringe il discorso in strettoie asfittiche.

Conosceremo soltanto con il deposito della sentenza della Corte, i motivi in dettaglio che l’hanno condotta a dichiarare inammissibile il quesito referendario in questione. Ma, con un ragionevole grado di certezza – a costo di ripetere quello da cui già, a luglio scorso, si metteva in guardia da queste pagine –, si può ritenere che la Corte non si sarà allontanata di molto da quanto aveva affermato nel 2019 in merito al caso Cappato. Il punto centrale, lì, era proprio questo: non assecondare “una concezione astratta dell’autonomia individuale che ignora le condizioni concrete di disagio o di abbandono nella quali, spesso, simili decisioni vengono concepite”. Complessità, appunto.

A parte una certa quota di persone veramente toccate dalla sofferenza in modo tragico, di cui comunque – bisogna pur essere realisti – non conosciamo la posizione, se non quella di alcuni pochi casi isolati, il rischio è che la maggior parte di noi (quorum ego, beninteso) finisca per fare discorsi da divano. Bei discorsi da chi ha “una concezione astratta dell’autonomia individuale”, ma che sulla complessità del dolore non si è mai affacciato, e quindi non ha alcuna idea delle “condizioni concrete di disagio o di abbandono” che certe forme di sofferenza portano con sé. Se uno invece queste condizioni le conoscesse, avrebbe forse più chiaro quanto sia difficile garantire che la volontà di morire sia riconducibile realmente alla persona sofferente, senza interferenze per così dire ambientali.

Non si intende sminuire la tragedia di nessuno, ma è necessario uno sforzo – che non è di cinismo, ma di realismo – per recuperare uno sguardo più ampio. Da un lato, infatti, c’è il dolore di chi coscientemente decide di volersi congedare dalla vita: ed è una sofferenza che va rispettata e una volontà cui va data rilevanza. (E infatti, lo si dica per inciso ma neanche tanto, un primo strumento esiste già, dal 2017, ed è la dichiarazione anticipata di trattamento. Migliorabile, perfettibile, ma comunque qualcosa c’è). Ma c’è pure il dolore di chi questa decisione la subisce, senza avere capacità – fisica o morale – di porre opposizione.

Un referendum che intervenga ad abrogare con tratto di penna la norma penale sull’omicidio del consenziente – pur facendo salve alcune ipotesi di estrema minorità del soggetto passivo – è uno schiaffo alla complessità che lo sguardo lucido della Corte costituzionale ha davanti. Sì, perché, certo, verrebbe incontro al dolore di chi consapevolmente decide di congedarsi dalla vita, ma lascerebbe senza alcuna tutela l’altro dolore, quello – per usare ancora le parole della Corte del 2019 – di “persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine” che potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita per fattori di tipo ambientale, e – diciamolo pure senza timore – “magari per ragioni di personale tornaconto”.

Ora, “dov’è il dolore, il luogo è sacro”, scriveva Oscar Wilde. Ma tutto il dolore. E se il secondo è da certe parti condannato all’irrilevanza, è solo per la presunzione che viene da una certa semplificazione (che spesso è cultura di morte) per cui chiunque, in uno stato di sofferenza, avrebbe la genuina volontà di porre termine alla vita. Ma di questa presunzione un discorso giuridico lucido deve assolutamente sbarazzarsi.

D’altra parte, quello che stiamo dicendo ce l’avevano da subito chiaro anche i promotori dell’iniziativa referendaria. Non ci si venga a dire che l’intento del referendum non fosse anzitutto politico, nel senso di provocare il Parlamento ad intervenire a regolare la materia, contando sul fatto che non si sarebbe lasciata a lungo aperta la voragine lasciata dall’abrogazione referendaria. Sia consentito tuttavia notare che sarebbe stato un bell’azzardo contare su un intervento rimediale del Parlamento, caricato di un’ansia da prestazione che sarebbe andata sicuramente a tutto danno della qualità (anche in termini di condivisione) del risultato.

Qui si tratta di fare “delicati bilanciamenti” (è ancora la Corte, nel ’19) che richiedono una riflessione attenta e condivisa, e che un referendum abrogativo – c’è poco da fare – non è assolutamente in grado di realizzare. Ed è bene dirlo subito: l’esito di questo bilanciamento, fosse pure quello del migliore dei mondi possibili, lascerà sicuramente scontento qualcuno, nell’uno e nell’altro fronte. Altrimenti non sarebbe un bilanciamento. Qui ci sono due sofferenze di cui tener conto; due sofferenze cui venire incontro; due sofferenze egualmente sacre. E tutte e due il legislatore dovrà considerare, senza cedere alla presunzione di ritenere l’una più importante – o solo più diffusa – dell’altra.

Per fare questo, il referendum non è strumento idoneo. Qui serve la capacità maieutica di una dialettica, aperta alla società civile, ma che trova la sede propria nell’assemblea rappresentativa, in cui le idee e gli interessi si incontrino, si scontrino e in questo scontro si levighino, senza essere costretti in un’opzione binaria “sì” o “no”. Qui serve il Parlamento, che – come scrive di recente un Maestro, con bellissime parole – “può insegnare la moralità del discorso a più voci e delle decisioni legittimate: dalla partecipazione attiva delle minoranze prima ancora che dal consenso ragionato di una maggioranza” (A. Manzella, Elogio dell’assemblea, tuttavia). Speriamo solo che il nostro Parlamento, ora, ne sia in grado.

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