“Noi persone con disabilità ancora considerati di rango inferiore. La politica? Ferma a pietismo e assistenzialismo”
È un’assistente sociale e dopo la nascita della figlia scopre di avere una patologia cronico-degenerativa. Si chiama Alessandra Strano, si occupa di formazione e diritti delle persone con disabilità, oltre ad aver collaborato con il mondo associativo locale. Negli ultimi anni, fino a luglio scorso, ha anche ricoperto l’incarico di Garante delle persone con disabilità dove abita a Giarre (Catania). A Febbraio 2026 è uscito il suo libro intitolato “La dialettica del mio corpo disabile” con la prefazione di Jacopo Melio e la postfazione del professor Ivo Quaranta. Ha partecipato al Taobuk Festival di Taormina con il suo testo che presenterà anche al XIII Convegno della Società Italiana di Antropologia Applicata che si svolgerà a dicembre a Siena. Come esperta sul tema appronta progetti sull’educazione alla diversità/disabilità per scuole secondarie di primo e secondo grado.
Ilfattoquotidiano.it sta facendo una serie di interviste sulla disabilità in Italia per dare voce ai protagonisti e ha deciso di farle alcune domande.
Non è nata con una disabilità. Come è cambiata la sua vita?
Ho scoperto di avere una patologia cronico-degenerativa dopo circa un anno dalla nascita di mia figlia Ambra: la funzionalità del mio corpo era mutata e sembravo non recuperare mai la mia precedente condizione. Così ho intrapreso una serie di visite ed esami diagnostico-strumentali che hanno condotto, faticosamente, ad una diagnosi funzionale.
Da neo-mamma con disabilità quali sono state le difficoltà maggiori?
Il cambiamento che ha investito la mia vita si è manifestato in un momento che rappresenta uno spartiacque nella vita di una donna e si è man mano rivelato un’esperienza che marcava non solo il mio corpo, ma la mia intera esistenza. Ad oggi sono certa che i passaggi più difficili sono stati due: integrare la disabilità nel mio profilo identitario ed il relazionarmi con una società che ha ancora una visione molto limitata della disabilità/diversità.
Ha ricevuto un supporto in particolare?
In questo quadro è stato fondamentale mio marito. Insieme abbiamo rimodulato abitudini e organizzazione della vita. Muovermi in un contesto di relazione ha fatto la differenza.
Ha trovato differenze nei suoi riguardi rispetto alle persone che conosceva prima della disabilità?
In verità, poco a poco sono stata io a cambiare rispetto ad un “prima”: nelle abitudini, nelle esigenze e nelle preferenze. Questo mi ha spinta ad allontanarmi da alcune persone e a consolidare nuovi legami ed affetti.
È un’assistente sociale e ha collaborato con il mondo associativo nel terzo settore. Che esperienze ha avuto?
Inizialmente ho messo al servizio le mie competenze verso chi affronta una situazione analoga alla mia. Ho svolto attività di segretariato sociale e formato i soci sui diritti esigibili. Ho sposato l’advocacy quando ho cominciato a sperimentare quotidiane forme di discriminazione e di violenza simbolica.
Di recente?
Negli ultimi due anni mi sono dedicata a condurre gruppi di auto mutuo-aiuto e a formare anche operatori e professionisti per un approccio inclusivo all’ utenza con disabilità.
Qual è stata l’iniziativa più bella che ha contribuito a realizzare?
Un progetto che ho ideato pensando a come avvicinare i ragazzi al mondo della disabilità, ragionare con loro sul tema e orientarli verso un pensiero più vicino ai contenuti della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità: l’ho chiamato Embodied Cognition.
Ha ricoperto anche il ruolo di Garante delle persone con disabilità a Giarre. Quali strumenti ha avuto?
Il/la Garante si pone come organo a tutela dei diritti delle persone con disabilità e, da regolamento, non ha facoltà di sanzione ma solo di segnalazione. È perciò importante, per dare un senso alle sue finalità, che governo ed amministrazione vi instaurino un rapporto di scambio e collaborazione e viceversa, naturalmente.
E’ una figura che funziona nel rapporto cittadini-enti locali?
Essendo un ruolo prevalentemente consultivo, il rischio è che possa diventare un simbolo di facciata a fronte di realtà locali che si dichiarano inclusive formalmente ma che mancano nella sostanza. Anche nella mia esperienza, sovente, è stato cosi. Di base, la persona con disabilità viene pensata come “inferiore”, marginale e la soddisfazione dei suoi diritti può attendere: vale per i servizi, per l’abbattimento delle barriere architettoniche e per molti altri frangenti.
Ha anche scritto un libro intitolato “La dialettica del mio corpo disabile”. Come nasce l’idea?
Al principio l’intento era di affrontare il cambiamento che sperimentavo su un piano emozionale rendendolo comprensibile e comunicabile. Poi, man mano che procedevo, unitamente all’ausilio delle cornici teorico-disciplinari ed alla lettura critica che mi consentivano, è diventato un espediente per ri-pensarmi e ri-appropriarmi della mia storia. Questo mi ha spinta a rendere il testo non un mero racconto, ma un’analisi più ampia che si sviluppa su più piani e interroga il rapporto tra la persona con disabilità e la società contemporanea e mette in discussione gli assunti su cui si fonda il pensiero comune sulla questione.
Quali sono gli obiettivi e a che tipo di pubblico di lettori si rivolge?
Proprio perché volto a disarticolare la concezione dominante sulla disabilità, il mio è un testo rivolto a tutta la società affinché impari ad osservare il tema da un punto di vista che per lungo tempo è stato silenziato: quello delle persone che vivono la disabilità.
L’abbattimento delle barriere culturali quanto è importante per creare una società davvero inclusiva?
Ritengo che il problema nasca a monte. La mancanza di rispetto verso le leggi a nostra tutela discende da una concezione della disabilità profondamente radicata. La persona con disabilità viene ancora vista come oggetto di assistenza, da custodire e separare dalla società. Il problema ha natura culturale ed è attraverso l’educazione e la formazione che bisogna lavorare per un cambio di visione. È fondamentale ed è la ragione per cui mi dedico all’attività formativa.
Quali sono gli ostacoli maggiori per chi ha disabilità in Italia?
Sono le barriere culturali ad osteggiare una effettiva inclusione. La verità è che, anche a fronte di un innegabile cambiamento in corso, la persona con disabilità è ancora guardata come qualcuno che presenta rango inferiore, che si ritiene accettabile tralasciare per non sconvolgere gli equilibri della maggioranza e che si fatica ad intendere come soggetto di diritto avente pari dignità. Si tratta di meccanismi inconsapevoli che anche le persone con disabilità finiscono per assimilare ritenendosi, per conseguenza, essi stessi “inferiori” e “difettosi”.
Pensa che le persone con disabilità siano abbastanza considerate dalla politica?
Fatte salve le dovute eccezioni, anche la classe politica è ancora legata ad una cultura di stampo assistenzialista, improntata alla retorica ed al pietismo. Nella mia esperienza di Garante mi bastava davvero un breve scambio verbale per comprendere la mentalità al riguardo di chi avevo di fronte. Non siamo ancora abbastanza considerate ed interpellate.
E come vengono valutate dalla società?
Veniamo prevalentemente incasellate sulla base delle etichette cliniche. Le disabilità motorie vengono intese come persone deboli, improduttive e talvolta ingombranti. Poi c’è la grande categoria “pazzi”/”devianti” che viene pensata come pericolosa e incapace di vivere una vita in linea con le aspettative sociali.
E’ fiduciosa?
Ribadisco che il cambiamento è in corso, ma richiederà tempo ed impegno, dialogo ed anche lo scontro, se necessario. Ma, ad oggi, purtroppo, la società non è ancora in grado di vedere la disabilità come “parte della varietà umana”.