“La Storia comincia laddove termina e si decompone la memoria sociale permettendo il fiorire di un punto di vista etico, dato dall’approccio da osservatore esterno e analitico. (…) La memoria invece implica lo sguardo di chi dentro al processo in questione ci sta, il punto di vista è emico e la percezione che si ha delle cose diventa più rilevante dei fatti in sé”. Con queste parole il filosofo francese Maurice Halbwachs parla della costruzione della memoria collettiva partendo dalla Storia ma anche in rapporto al rischio di perdere progressivamente la relazione con il fatto storico. La centralità che assume la percezione, ancora più che il dato, ci consente anche di riflettere su alcuni nodi come quello della “filiazione inversa” che allontana dalla consapevolezza delle radici storiche del presente: i figli non originano più dai padri, ma sono i padri a essere generati e modellati dai figli, che ricostruiscono il passato attraverso le lenti del presente. Da una parte questo ragionamento sembra inevitabile, poiché comunque la lettura di ogni processo lontano è e non può non essere influenzata anche dalle categorie del presente. C’è differenza però tra la consapevolezza (e magari il riconoscimento critico) di questa influenza del presente sulle analisi storiche e la distorsione del passato. Al di là delle interpretazioni differenti che si danno di tanti fenomeni, il discrimine sta forse proprio nell’attenzione ai fatti e, quindi, alle fonti storiografiche. A proposito di rapporto tra Storia e Memoria è interessante pensare alle due date, molto ravvicinate, che le commemorazioni pubbliche sottolineano in questi giorni: la Giornata della Memoria del 27 gennaio e il Giorno del Ricordo del 10 febbraio.

La prima, come noto, ricorda la liberazione – avvenuta il 27 gennaio 1945 – dei detenuti superstiti del lager di Auschwitz, per effetto dell’arrivo delle truppe sovietiche guidate dal maresciallo Ivan Konev. Un fatto che consentì di rivelare per la prima volta in modo compiuto, anche e soprattutto grazie alle testimonianze, l’orrore della deportazione e dei lager. La seconda data invece è l’anniversario del Trattato di pace di Parigi che, nel 1947, sancì la fine della Seconda guerra mondiale. Dal 2004 però, nel nostro Paese, è diventata la data in cui si ricordano le vittime delle foibe sul confine orientale e l’esodo giuliano-dalmata.

Al di là della dubbia decisione di assumere come data commemorativa la stessa che ha posto termine a uno dei peggiori conflitti globali, è rilevante notare la scelta di istituire il Giorno del Ricordo così a ridosso del Giorno della Memoria in relazione a una implicita tendenza all’assimilazione che si lega anche a una ripresa di terminologie come “genocidio” e “pulizia etnica”. Questa tendenza risponde in effetti all’affermarsi di una narrazione sempre più ricorrente nell’uso politico, che propende verso un’equiparazione tre le foibe e l’Olocausto. In questo passaggio si nascondono retoriche che appiattiscono la complessità dei fenomeni e che portano ad additare come negazionista chiunque tenti di argomentare lo scarso senso storico di tale paragone. Ci aveva provato tra gli altri il professor Alessandro Barbero e le reazioni furono vibranti.

Non di meno, è singolare pensare che, mentre di fatto il 27 gennaio ricordiamo specificatamente i massacri compiuti in un campo di concentramento nazista, non è esistito alcuno spazio nel discorso pubblico per i campi di concentramento italiani. Uno dei più cruenti fu quello instaurato dal regime d’occupazione italiano a Campora d’Arbe (in Dalmazia) nel 1942: in un campo gestito esclusivamente da italiani vennero imprigionati in condizioni disumane migliaia di civili slavi, tra cui donne, uomini e bambini delle zone occupate della Slovenia e anche alcuni civili della Venezia Giulia. Tra gli internati risultano inoltre circa 3.500 civili ebrei, sfollati dai territori della Croazia. Il campo fu successivamente occupato dalle forze partigiane di Tito, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e molti degli ebrei liberati combatterono nell’Eplj, l’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, contro l’Asse. Pensare a questo episodio, ampliando le riflessioni sui campi di concentramento italiani e sui conflitti che contrapposero le forze dell’Asse e quella della Resistenza anche sui territori di confine orientale, colloca il ragionamento sulle foibe in un contesto complesso che non ne avalla le retoriche di assoluta demonizzazione.

Ciò che più stride nel dibattito e nei vuoti che implica è soprattutto all’interno del momento storico e politico contemporaneo che, da un po’, vede polarizzarsi il conflitto con le radici antifasciste del nostro Paese – in parte già fragili in partenza, considerate le tante continuità politico-istituzionali e culturali tra regime e Repubblica. Riprendendo Halbwachs e il discorso sui rischi della distorsione delle percezioni collettive, può apparire perciò rilevante la capacità di riportare l’analisi verso i contesti, affrontando la complessità delle vicende storiche che, per quanto appaiano distanti, influenzano le nostre cornici culturali e la contemporaneità politica.

È quindi forse importante anche e proprio oggi, svelare alcune di queste contraddizioni, senza niente togliere all’importanza di ricordare il dramma dei campi di concentramento nazisti – che non furono gli unici – e al contempo senza volere in nessun modo sminuire crimini e tragedie che si verificarono sul confine orientale. Si vuole piuttosto cercare di ribadire l’importanza di coltivare la memoria antifascista, all’interno della quale si radica il senso profondo della stessa Giornata della Memoria e, in qualche modo, un approccio critico al Giorno del Ricordo, ci porta proprio in questa direzione.

Lo storico Eric Gobetti è autore di E allora le foibe?, (136 pp, 13 euro, alla settima ristampa) che fa parte della collana di Laterza Fact Checking, diretta da un altro storico, Carlo Greppi. Il libro di Gobetti aiuta a indagare questi fenomeni attraverso una scrupolosa verifica dei fatti, permettendoci di interrogare il rapporto tra ricostruzione delle storie, costruzione della memoria, uso politico.

Gobetti delinea il quadro articolato del riferimento geografico e della presunta “italianità” di chi abitava quei luoghi. Qui vi era infatti una grande commistione di popolazioni che hanno vissuto assieme per secoli, mescolandosi e creando identità comuni locali, entrate poi in crisi dalla fine della Grande Guerra, quando queste zone entrarono per la prima volta a far parte di uno Stato nazione, il Regno d’Italia. Le costruzioni propagandiste su cui giocò il regime fascista restano storicamente poco fondate.

Lo storico affronta poi la questione della “pulizia etnica”: sottolinea come le violenze commesse dai partigiani jugoslavi non avessero logiche “etniche”, ma piuttosto politiche, decostruendo di per sé i tentativi di riferimento a un “genocidio”. Infatti, se si ragiona rispetto all’appartenenza “etnica”, si può notare che gli italiani stavano su entrambi i fronti, poiché molti italiani combatterono a fianco delle forze della Resistenza slava (nella primavera del 1944 si stima che fossero tra i 20mila e i 30mila i partigiani integrati nell’esercito jugoslavo). Inoltre le vittime delle violenze avvenute dopo l’8 settembre erano principalmente rappresentanti dello Stato italiano, delle istituzioni del governo fascista, colpite non perché italiane ma perché fasciste. Occorre poi ricordare che i fascisti contribuirono a enormi violenze sul territorio, costruendo campi di concentramento che servivano a recludere partigiani e civili e appoggiando i movimenti collaborazionisti come gli ustascia croati e i cetnici serbi. E infine l’esodo. La narrazione legata a una volontà di pacificazione nazionale ci parla di 300mila italiani costretti a lasciare le proprie abitazioni per fuggire oltre confine. Ma un’approfondita disamina delle fonti sottolineata da Gobetti porta a collocare questi flussi in un arco temporale di 15 anni, dal 1941 al 1956. In particolare, è del 1954 la firma del Memorandum che prevede il passaggio di Trieste definitivamente all’Italia ed è dal 1954 al 1956 che un gran numero di profughi abbandona questi territori. Questi dati scardinano l’idea di un “improvviso” esodo forzato.

L’operazione di Gobetti, dunque, non è negazionismo, ma piuttosto un’attenta disamina dei fatti, per restituire complessità storica alla vicenda e dignità umana alle vittime, oltre ogni uso strumentale. Coltivare e rielaborare questa memoria, mantenendo aderenza con la fattualità storica, assume oggi nuovamente senso, dopo una prima fase di demonizzazione in chiave anti comunista, una successiva fase di oblio e fino all’attuale ripresa della narrazione nazionalista e non di rado filo fascista. Come sottolinea di fatto Gobetti, è importante riportare la complessità nelle vicende storiche, anche per evitare di “vittimizzare i fascisti”. Parlare delle Foibe senza contestualizzare momento e fattualità storica e “dimenticando” di parlare dei campi di concentramento gestiti da italiani, rischia di condurci a un falso sillogismo, per cui siccome molti fascisti ne furono vittime, allora i fascisti furono in toto le vittime.

Tale passaggio appare non scontato, specialmente in un’epoca come quella attuale: un’epoca, dice Gobetti a ilfattoquotidiano.it, “di generale vittimizzazione della memoria, in cui gli eroi oggi sono le vittime”. “Di fatto la prospettiva sembra invertita – aggiunge lo storico – Un tempo gli eroi per le diverse parti sarebbero stati coloro che schierandosi agivano, fossero stati i militi della Repubblica di Salò o i partigiani della Resistenza; i primi eroi per i filofascisti, i secondi eroi per gli antifascisti. Oggi non è più così e questo in qualche modo corrisponde alla diffusa idea di essere e dover essere in un’epoca pacificata, in cui ogni ideologia è condannata, in cui nessuno si schiera”.

D’altro canto, però, questo stesso ragionamento, risulta di per sé erroneo, aggiunge Gobetti, “poiché la memoria stessa è composita e conflittuale e non si può pensare di pacificare la società parificando le responsabilità del passato. Anzi, nel processo di costruzione dell’identità nazionale, scegliere di accogliere in sordina valori in contrasto come quelli del fascismo e quelli dell’antifascismo, vittimizzando parallelamente i fascisti, porta come effetto reale percezioni distorte e una legittimazione e accoglienza sostanziale dei valori fascisti”. Non solo, aggiunge lo storico: “Tutto ciò è permesso anche da una generale mancanza di assunzione delle responsabilità del regime fascista, che fa sì che il nostro Paese non abbia mai realmente condannato il fascismo, non facendo quindi i conti con il suo passato. In particolare, rispetto alla specificità del Giorno del Ricordo, è singolare pensare alla sensata presa di distanza da parte delle forze politiche storicamente eredi della sinistra rispetto a vicende umanamente tragiche, in contrapposizione a nessuna presa di distanza della destra su molti dei crimini commessi dai fascisti in Jugoslavia, in Etiopia, in Libia e nella stessa Italia”. Nondimeno ciò vale per il Giorno del Ricordo e per i tentativi retorici di assimilare in esso altre forme di rielaborazione della memoria, che si radicano nella storia, che pongono al centro la dirimente questione della responsabilità e che accettano il carattere non pacificabile e sempre partigiano delle vicende storiche.

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