Mentre in Italia la radio trasmette notte e giorno “Vola, colomba bianca, vola/Diglielo tu (diglielo tu)/che tornerò (che tornerò)…”, la canzone strappalacrime di Nilla Pizzi vincitrice del Festival di Sanremo giunto alla seconda edizione (la Pizzi spopolò anche con Papaveri e papere, seconda classificata e pure col terzo posto di Una donna prega), nella notte del 6 febbraio re Giorgio VI si spegne a Sandringham, nella residenza dei Windsor (Norfolk). Aveva appena 57 anni: il fisico stroncato dalle sigarette, ma anche dilaniato dalla tensione della guerra in cui aveva impersonato coraggiosamente la resilienza britannica contro i nazisti.

Non se l’era svignata in uno dei suoi dominions, al sicuro dalle bombe di Hitler. Anzi. Era sempre accanto ai suoi sudditi, per dimostrare – con lui la moglie e le figlie – che la famiglia reale condivideva la sofferenza del popolo; era riuscito a superare con tenacia l’handicap della balbuzie (magnifico il film Il discorso del re con Colin Firth), aveva affiancato Churchill nei momenti più drammatici del conflitto.

Nel difficile dopoguerra, e con l’insorgere della guerra fredda, Giorgio VI si preoccupò di istruire Elisabetta alle responsabilità che competevano al sovrano. Tra lui e lei c’era un fortissimo rapporto di amore, fiducia, sicurezza. Giorgio VI era consapevole della propria fragilità, conscio che la sua grande forza era stata corrosa dallo stress bellico. Gli rimaneva ancora poco tempo da vivere: così lo spese educando la figlia al mestiere del re, permeato attorno al principio che lui aveva adottato come regola esistenziale. Ossia, il dovere di pensare e privilegiare la propria patria, prima di ogni altra cosa. E di esprimersi in pubblico lo stretto necessario, dosando le parole: “Studia la poesia”, le disse un giorno, “i poeti hanno il dono di essere concisi, ma dicono grandi cose”.

Quel triste giorno Elisabetta era con Filippo in Kenya, una visita ufficiale, al posto del padre che non se l’era sentita di viaggiare tanto lontano. Le cronache raccontano che stesse tra i rami di un gigantesco sicomoro, dove era stato allestito il più esclusivo e originale dei resort di allora (tanto raccontati da Hemingway), il “Treetops Hotel”, nel cuore dell’Aberdare National Park. Lei aveva quasi ventisei anni. Quando le comunicarono che il padre era morto, contenne l’emozione, e se poi pianse lo fece lontano dagli sguardi di tutti, anche di Filippo che comunque si premurò di consolarla e rassicurarla che le sarebbe stato sempre vicino e che l’avrebbe assecondata sino alla fine di suoi giorni. Le chiesero che nome avrebbe scelto per fare la regina e lei, al barone Charteris di Amisfield, il suo segretario privato, rispose quasi piccata: “Ma il mio nome: Elisabetta”. Decisa, impavida. E ambiziosa. Così è stato.

Sono trascorsi settant’anni, da allora. Il mondo è radicalmente cambiato. Ma Elisabetta II no. Nemmeno i suoi estrosi, improbabili cappellini che esibisce soprattutto nelle tribune degli ippodromi. O le tinte pastello dei suoi soprabiti, o i vivaci corgi reali che ha smesso di allevare per non lasciarli soli dopo la propria morte. Essa resta saldamente sul suo trono, guida la famiglia con cipiglio – la famiglia che gli inglesi hanno ribattezzato la Ditta (perché fanno un sacco di soldi). È la regina britannica più longeva della storia. Il lunghissimo regno e la sua maestria nell’interpretare il ruolo di monarca costituzionale hanno guadagnato a Elisabetta II il rispetto del mondo intero.

Però è anche quella che ha dovuto affrontare il maggior numero di scandali. Senza quasi mai vacillare. Per riuscirci, si è attenuta ad una regola cara a tanti scafati politici: “Never complain, never explain”. Mai lamentarsi, perché così non devi spiegare… per esempio, pochi giorni fa è saltato fuori che Lizbeth (il soprannome di casa) non voleva Elton John ai funerali di Lady D, nel settembre del 1997. Quella struggente esibizione commosse mezzo mondo, non Elisabetta. A imporlo fu l’arciprete di Westminster, il reverendo Wesley Carr, come hanno rivelato alcuni documenti desecretati. La casa reale fu al centro di virulenti polemiche perché non aveva dimostrato adeguato cordoglio per la principessa Diana.

Forse ci sono remoti traumi infantili: quando Elisabetta aveva dieci anni, Edoardo VIII fu costretto ad abdicare dopo nemmeno un anno di regno per aver voluto seguire le ragioni del cuore e non dello Stato. Fu infatti inflessibile nel volere sposare Wallis Simpson. Che era americana (giammai!) ed era divorziata (scostumata! Indegna dei Windsor…). O forse, le era solo antipatica quella nuora troppo indipendente, troppo invadente – a livello di immagine, oscurava la corona e mortificava l’amato figlio Carlo. Anche perché nel 1963 l’Inghilterra venne scossa dallo scandalo in cui era rimasto coinvolto John Profumo: il segretario di Stato aveva avuto una relazione due anni prima con la modella Christine Keeler, che era pure l’amante di Yevgeny Ivanov, una presunta spia sovietica. I tabloid ci andarono a nozze ma cominciarono a insinuare che in qualche modo il principe Filippo era legato allo scandalo.

Bisognava cambiar registro. Nel 1969 le telecamere della Bbc irrompono – beh, meglio dire: furono invitate – a Buckingham Palace. Una giornata da regina. Filippo al barbecue che griglia salsicce. Elisabetta che mescola l’insalata, sorrisi, qualche battuta… il documentario intitolato Royal Family vale l’audience di tre festival di Sanremo condotti da Amadeus: lo vedono oltre trenta milioni di persone. Ma il fumo delle carni arrostite non cela l’irrequietezza di Margaret, contessa di Snowdon, la sorella minore della regina. Un giorno i paparazzi la beccano in effusioni con un giovane tizio, in una spiaggia dell’isola Mustique, nelle Piccole Antille. Peccato che il bellimbusto non assomigli in alcun modo al marito Anthony Armstrong-Jones. Risultato: il tanto deprecato divorzio (1978) inquina le acque chete di casa Windsor.

Una macchia. È il primo divorzio che coinvolge la famiglia reale, dopo quelli famigerati di Enrico VIII, nel XVI secolo. È come se qualcuno avesse scoperchiato il vaso di Pandora. Dopo Margaret tocca a Carlo, il figlio maggiore. Lui non ama Lady D. Ha sempre amato Camilla, che aveva sposato l’ufficiale dell’esercito britannico Andrew Parker Bowles. Carlo e Camilla diventano amanti cornificando i rispettivi coniugi. Per la precisione, Carlo vedeva Camilla anche prima di sposarsi, riluttante, con Diana.

Non proseguo nei dettagli, rintracciabili in abbondanza su Internet. Per la gioia della stampa cosiddetta “people”, i settimanali ci sguazzano sulla fine del “matrimonio reale del secolo”, e la regina Elisabetta II è costretta a concedere il divorzio a Carlo. Del resto, pure Camilla si era appena liberata del suo ufficiale, al quale preferiva di gran lunga gli stalloni delle scuderie reali…Fatto sta che nello stesso fatale 1996, Elisabetta è costretta ad affrontare un altro divorzio: quello della principessa Anna che molla il capitano Mark Phillips, mentre il principe Andrea si separa dalla focosa Sarah Ferguson, celebre per essersi fatta fotografare mentre si lascia leccare l’alluce (il mio vecchio direttore Ezio Mauro mi inviò a Londra per intervistarla, ma lei ben se ne guardò).

Il nuovo millennio portò – grazie al web – a conoscenza di tutti le intemperanze, per usare un eufemismo di Harry, il nipote più irrequieto, quello della Megxit. Viene immortalato in divisa nazista, o nudo in una piscina di Las Vegas attorniato da un nugolo di escort. Le notti sfrenate nei locali di Soho. Le bravate che riempiono le pagine dei giornali. Sino al torbido coinvolgimento del figlio Andrea, coinvolto nei giri di Jeffrey Epstein e Guislaine Maxwell, che gli americani vorrebbero processare perché Virginia Giuffre lo accusa d’averla stuprata quando aveva 17 anni.

Senza dimenticare le liti tra i famigliari, la perdita di Filippo (quasi centenario), le accuse di razzismo, la secessione dell’isola di Barbados, le rivendicazioni di Harry e Megan che vogliono partecipare al Giubileo di Platino della nonna, ma esigono di riavere la scorta. Anche a costo di pagarsela da soli. Una pretesa che agli inglesi non è andata giù, così come non va giù il lusso della tradizione monarchica, 67 milioni di sterline all’anno di tasse per sostentare la Ditta reale. Disaffezione in aumento, dicono, verso la Corona, mentre diminuisce la popolarità di una regina che film e serie tv descrivono infatti “disgregata e anafettiva”, infelice, irosa, stufa delle magagne familiari.

Dio salvi la Regina, dunque? Macché. Lei si è sempre salvata, anche nello scabroso caso di Lady D è riuscita a cavarsela. È Lizbeth la vera dama di ferro della Gran Bretagna, altro che Margaret Thatcher. Lo è anche nello sbrigare le faccende della Ditta, la riottosa e intemperante famiglia che però, quando si tratta di business, è accorta e solidale… e tuttavia, Elisabetta II più di tutto vuole lasciare una traccia epocale dietro di sé, rispettando la volontà del padre: essere l’imparziale e quindi indispensabile garante della stabilità, della continuità nazionale e del prestigio della patria. La formula Re, Parlamento, Popolo. Cercare di essere sopra i partiti. E sopra le differenti classi sociali, come ha clamorosamente dimostrato il matrimonio di William, il nipote ed erede designato, con la borghese ragazza Kate Middleton, famiglia di discendenza proletaria (dalle miniere di carbone). Il che rende William un futuro re assai poco assimilabile ai miliardari di Mayfair.

E comunque, per festeggiare l’incredibile viaggio nel tempo di Elisabetta II, sarà previsto un concorso per il miglior pudding “da dedicare alla regina”. E se in Gran Bretagna c’è chi scherza sulla regina, non altrettanto si può dire sul pudding.

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