Un primo colpo alla testa, gli altri sul torace: Vincenzo Gabriele Rampello, 24 anni, è stato ucciso così in piazza Progresso a Raffadali, nell’Agrigentino. I carabinieri hanno fermato il padre Gaetano Rampello, 57 anni, assistente capo coordinatore della polizia di Stato in servizio decimo reparto Mobile di Catania: secondo una prima ricostruzione, è stato lui a uccidere il figlio con la pistola di ordinanza al termine di una lite. Ha sparato per 15 volte.

In piazza Progresso i militari dell’Arma e del comando provinciale di Agrigento, che indagano, hanno trovato nove bossoli di una pistola. Colpi esplosi a distanza ravvicinata. Stando alla versione fornita dai carabinieri, padre e figlio hanno avuto un’accesa discussione in piazza e il 57enne poliziotto ha estratto la pistola, uccidendo il figlio. Poi, l’assistente capo coordinatore si è spostato su una panchina, dove si è seduto in attesa di un pullman di linea diretto a Catania e dove è stato trovato e bloccato dai carabinieri. E’ stato fermato con l’accusa di omicidio. Davanti al sostituto procuratore di Agrigento, Chiara Bisso, che lo ha interrogato assieme al capitano Alberto Giordano, il 57enne ha confessato di avere ucciso il figlio.

I carabinieri della compagnia di Agrigento, guidati dal maggiore Marco La Rovere, hanno ricostruito i continui dissidi familiari, anche di natura economica, fra il padre, che viveva a Catania, e figlio che, dopo la separazione dei genitori, era rimasto a vivere da solo a Raffadali. Da quello che è emerso, riportano le agenzie di stampa, Gabriele Rampello aveva problemi psichici e da piccolo era cresciuto in comunità. “Il ragazzo aveva avuto un’infanzia difficile per via della separazione dei genitori. Il papà, per lavoro, viveva a Catania. La mamma, invece, a Sciacca. Vincenzo Gabriele, dopo la separazione dei suoi genitori, era rimasto a vivere da solo a Raffadali, ma c’era uno zio che si prendeva cura di lui”, ha spiegato il sindaco del paese dell’Agrigentino, Silvio Cuffaro.

“I recenti episodi di tragica ed inaudita violenza avvenuti in questi giorni in provincia di Agrigento hanno evidenziato malesseri profondi all’interno della società e delle famiglie, acuiti dal grave isolamento provocato dalla pandemia e non adeguatamente contenuti da un sistema socio-sanitario-assistenziale non sempre pronto ad erogare idonei servizi alla collettività“. È la riflessione contenuta in un comunicato della procura di Agrigento, guidata da Luigi Patronaggio, che aggiunge: “Troppo spesso quelli che vengono definiti ‘gesti di follia’ sono il portato di conflitti sociali e familiari che il ‘sistema’, inteso in senso ampio e non escluso quello giudiziario, non è stato in grado di adeguatamente e legittimamente arginare e contenere“.

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