Il vostro umile predittore è assai soddisfatto. Mi ero esposto a metà dicembre e, a differenza dei politologi un tanto al chilo, non avevo cambiato pronostici come camicie sudate, anche perché a me nessuno chiede un pronostico. Era assai prima che Macron si esprimesse, il 7 gennaio, in maniera così esplicita per una riconferma del duo, attirandosi l’ironia anche di Travaglio. Che non teneva conto di un fattore, le svariate centinaia di miliardi ottenute da Giuseppe Conte e che i prestatori vogliono garantite dall’unico italiano di cui si fidano, Mario Draghi. Garanzia che si ottiene lavorando a Palazzo Chigi.

Confesso che nella mia certezza non pensavo, allora, al bis. Immaginavo un Carneade ben noto, incapace di fare ombra, e privo di ghiribizzi al momento di riattribuire l’incarico dopo le Politiche del 2023. Avevo sottovalutato l’insipienza tattica di Matteo Salvini, che ha reso impossibile ogni alternativa. Ma il risultato non cambia. Come abbiamo assistito alla scelta di Draghi da parte di Mattarella, adesso i ruoli si invertono e Draghi sceglie Mattarella. Era un retroscena diffusissimo, del resto, che Draghi avrebbe “accettato” di rimanere a Chigi “solo” se al Quirinale fosse rimasto Mattarella o arrivato Giuliano Amato.

Ora, per puro divertimento di amante dei gialli, resta da capire se Draghi abbia davvero puntato il Colle, o se, come ritengo, lo abbia sventolato come una muleta per far abbassare il collo al toro partitico. Certo, il toro si è presentato alla stoccata sulle ginocchia. Sforacchiato dalle banderillas leghiste, una raffica di nomi bruciati come zolfanelli, compresa la Sfracellati. Se il sistema dei partiti aveva sognato di riprendere l’iniziativa strappata da Mattarella un anno fa, l’esito è addirittura paradossale.

I leader del centrodestra esplosi, mai d’accordo su nessun passaggio, senza controllo sui loro deputati. Con un Silvio Berlusconi umiliato e offeso in sé e nella Sfracellati, piegato da età e malattie, ormai fuori dai giochi. Un Matteo Salvini che, al di là della sintonia di pancia con i cattivi umori del paese, ha dimostrato di non saper fare politica. Una Giorgia Meloni fuori dall’arco costituzionale, una Le Pen ritoccata. Come questi tre possano ripresentarsi come coalizione senza far ridere tutti è un mistero.

E infatti, scrutando la palla di lardo, si intravede una nuova Lega, la terza, governativa, pura espressione del nord industriale, giorgettiana e zaiana, erede anche di Forza Italia, con il bagnino del Papeete accompagnato con discrezione all’uscita insieme all’ala sovranista. Così come verso l’uscita si incammina il grillocontismo. Nelle stesse condizioni della destra, con poche idee ma confuse, e con l’ala governista in pieno controllo alla faccia degli ipotetici leader.

Quanto al Pd di Enrico Letta, esso è il partito di Draghi, cioè il partito dell’establishment europeo, come si è visto anche dalla santificazione di David Sassoli. Ora la palla di lardo si fa trasparente anche sul futuro. Sulla legge elettorale proporzionale che ratificherà il fallimento bipolare, consegnando a Mattarella un bel Parlamento 2023 dove chi meglio di Draghi potrà far sintesi, dopo essere stato dichiarato indispensabile e inamovibile. E poi, complice l’inevitabile riforma costituzionale sul divieto di doppio mandato al Quirinale, a quel punto e solo a quel punto, assicurata l’attuazione del Pnrr, la staffetta al Colle. Al posto vostro me lo segnerei, fidatevi.

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