Nursultan Nazarbayev resta la figura centrale del potere kazako, anche se dal 2019 non è più formalmente presidente. La collera della piazza ha colpito anche la sua statua: un gruppo di manifestanti l’ha tirata giù fra gli applausi a Taldykorgan, tre ore da Almaty. È lui infatti il bersaglio dei rivoltosi, che per le strade scandiscono la frase “Shal ket!” (“Old man go”).

Il suo delfino Kassym-Jomart Tokayev, attuale presidente, ha provato a placare la protesta privandolo del ruolo di presidente del Consiglio di sicurezza nazionale, altra carica nata con lui e che invece aveva mantenuto. Ma l’ombra dell’81enne leader che ha guidato il Paese sin dall’indipendenza del 1991, seguita al crollo sovietico, continua a proiettarsi su uno dei territori più importanti dell’Asia centrale, hub energetico al centro di forti interessi anche occidentali e banco di prova degli equilibri geopolitici tra Russia, Cina ed est Europa. Per rendergli omaggio quando tre anni fa ha ceduto la presidenza, la capitale Astana ha cambiato nome prendendo quello del leader trentennale: è diventata Nur-Sultan.

Sfruttando le ricchissime risorse energetiche del Kazakhstan – poco più di 18 milioni di abitanti ma un territorio grande quanto tutta l’Europa occidentale – Nazarbayev è rimasto sotto la tutela di Mosca ma ha accolto a braccia aperte le compagnie occidentali, da Eni a Shell, da Chevron a General Electric: 161 miliardi di investimenti diretti nel 2020, di cui 30 solo dagli Stati Uniti, tre quarti di quelli dell’intera regione. Entro i suoi confini si trova circa il 60% delle risorse minerarie dell’ex Unione Sovietica, dal ferro al carbone, insieme a importanti riserve di petrolio (oltre 1,5 milioni di barili al giorno), metano, uranio e diversi altri metalli. E poi, c’è la nuova frontiera delle terre rare. Che la scintilla della rivolta sia stato l’aumento del prezzo del gpl può quindi apparire un paradosso.

L’importanza del Kazakhstan va però oltre gli interessi finanziari, che il governo ha promesso oggi di continuare a proteggere. Gli scossoni che stanno facendo tremare gli avamposti strategici fedeli al Cremlino mettono nuova pressione su Vladimir Putin, che in soccorso ha già inviato le truppe. E anche se la repressione avrà la meglio sulla piazza, come in Bielorussia i contraccolpi potrebbero durare nel tempo.

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