“Il Governo ordina: vaccino anche a Gesubbambino!” si legge sulla locandina dell’ultimo numero del Vernacoliere, periodico satirico in vernacolo toscano, fondato da Mario Cardinali a Livorno nel 1982. Sempre irriverente e senza peli sulla lingua, dalla celebre titolatura dell’83 Sovraimposta sulla topa che portò Cardinali in tribunale (finì con un’assoluzione: “la topa come categoria kantiana” spiegò il direttore) fino alla Chiesa e ai politici, bersaglio di molte locandine. Un modello satirico che ha recentemente attirato a Livorno anche la rivista inglese Monocle, che ha realizzatro un servizio sul lavoro di creazione di ogni numero del giornale livornese. Come il resto dell’editoria il periodo è quello che è: poco più di un anno fa Cardinali aveva lanciato un appello per salvare il Vernacoliere, invitando a sottoscrivere un abbonamento annuale. “Alla fine abbiamo raggiunto 5mila nuovi abbonamenti, oltre al rinnovo di quelli precedenti”: obiettivo raggiunto e giornale salvo. Al centro di numerose tesi di laurea e dell’attenzione della stampa straniera, il Vernacoliere rimane all’alba del suo quarantesimo anno un simbolo della libertà di pensiero unico in Italia.

Direttore, il Vernacoliere ha da sempre un grande riscontro anche al di fuori della Toscana e all’estero: recentemente avete ricevuto una visita perfino di Monocle.
Sì, in effetti non è la prima volta che delle testate internazionali si interessano al Vernacoliere: anche un critico francese disse che il confronto tra il nostro giornale e Charlie Hebdo non è mai pallido. Questo perché il Vernacoliere è libero ed esprime dei contenuti, altrimenti le parole sono solo suoni. Pensi che proprio dopo l’attentato di Parigi contro Charlie Hebdo, trovammo fuori dalla nostra redazione molte persone per un gesto di solidarietà verso il periodico francese ma anche per difendere la libertà del Vernacoliere, per paura che capitasse qualcosa anche a noi.

Questo poi fortunatamente non è mai successo ma, invece, di denunce causate dalla scelta di alcuni titoli sulle sue locandine ne ha subite molte, una su tutte?
Ho avuto diversi processi ma sono stato sempre assolto. Per esempio, quando titolai Madonna Trogolona, in riferimento alla popstar Madonna, dopo l’uscita del libro Sex in cui posava. Fu preso male. Mi accusarono di aver offeso la madre di Dio. Oppure anche quando realizzai diverse locandine sulla pedofilia di alcuni preti: un prete di Livorno si rivolse al sindaco della città ma questi non gli rispose nemmeno. Allora, si rivolse anche al Prefetto che gli rispose che “non siamo più ai tempi dei re”, non si manifesta un disappunto andando dal sindaco o dal prefetto, ci sono i tribunali per questo.

C’è chi ancora non riesce a capire la satira, che è anche cambiata rispetto al passato: in che modo?
Più che la satira, prima di tutto, sono cambiati i fruitori. Tempo fa era più un fenomeno di critica, adesso tutti fanno battute, anche i politici, tutti i quotidiani ospitano questo genere. Il nostro modello, invece, è lanciato dalle satiriche. La nostra è una redazione sui generis e non abbiamo mai avuto né sponsor, né finanziamenti. Questa scelta viene dal desiderio di indipendenza. Avere la pubblicità ti “lega”, che è anche un po’ il problema della satira di oggi, il crollo della satira in funzione di qualche persona e anche la stampa esprime soprattutto interessi dei partiti e questo condiziona l’opinione pubblica. Prima ci si rivolgeva ai giornali per informarsi, adesso la stampa è lobbista. La satira si è depotenziata in questo quadro, vive in funzione di se stessa.

In questo scenario il Vernacoliere è dalle origini un simbolo di libertà e di livornesità.
Prima del Vernacoliere, c’era il Livorno Cronaca, settimanale nato nel ’61, divenuto Vernacoliere negli anni Ottanta: venne il Papa a Livorno e titolai Boia, ‘r Papa a Livorno, mi accusarono di aver offeso il Papa. Chi non è toscano non sa che il termine boia è diventato un intercalare come dire “accipicchia”, niente di offensivo. E qui capii la forza dissacratrice della lingua livornese. I livornesi, infatti, storicamente non hanno lo stesso passato delle altre città toscane: sono un cacciucco di etnie, sono degli a-toscani formati nell’ultimo Cinquecento, quando i Medici decisero di fondare una nuova città portuale, dopo che Pisa era decaduta. Della storia di Livorno e della livornesità ne ho parlato molto spesso nelle università italiane. I livornesi non hanno niente della storia del resto della Toscana e in questo sfottono gli altri: il livornese dissacra il potere, non rispetta né santi né re, la rivalutazione di una potenzialità popolare che è sparita.

Una sua soddisfazione particolare in tutti questi anni?
E’ una soddisfazione particolare aver dato voce a tanti giovani, molti che hanno iniziato negli anni Ottanta e poi sono diventate firme importanti, molti sono passati da qui come Max Greggio o Federico Maria Sardelli.

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