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Red Star FC, il piccolo club di Parigi: la sua storia è molto di più del contrario del Psg

Red Star vuol dire Saint-Ouen, un agglomerato a nord di Parigi famoso per il suo mercato delle pulci. E per la nomea di zona difficile, con la più alta concentrazione di stranieri del paese (circa il 36%) e la disoccupazione intorno al 20%. Una situazione che ha reso il club un polo d’attrazione
Red Star FC, il piccolo club di Parigi: la sua storia è molto di più del contrario del Psg
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Ogni resistenza è una disperata battaglia per la sopravvivenza. Di se stessi. Ma soprattutto di un’Idea. Perché per eternare un’utopia si è disposti a tutto. Anche a trascorrere una vita nell’ombra più grigia. Il martirio è qualcosa di connaturato all’essenza del Red Star FC. Un club che è sparuta minoranza, opposta fazione. Da più di un secolo. Sempre con lo stesso orgoglio. D’altra parte ogni cosa si definisce in relazione al proprio opposto. È la teoria dell’unità dei contrari di Eraclito. Un principio che trova applicazione universale. Tranne che a Parigi. Perché il piccolo club che gioca nel terzo livello del calcio transalpino è molto di più del contrario del Paris Saint Germain. È la sublimazione di un ideale. Il pallone come strumento per affermare una visione del mondo, una particolare concezione della società e del sociale. L’anelito transnazionale del Psg contro la carica territoriale del Red Star. La ricerca assillante della grandeur contro l’esilio nello status quo. Le tasche gonfie di petrodollari contro l’applicazione costante dello stretto necessario.

Due mondi all’apparenza inconciliabili che sono separati soltanto da dodici chilometri. Dal Parco dei Principi allo Stade de Paris. Giù, lungo la Boulevard Périphérique, l’anello a quattro corsie che gira intorno alla capitale francese. Solo che quest’anno il significato di resistenza ha assunto un significato ancora più pressante per il Red Star FC. In ballo c’è anche la sopravvivenza calcistica. La contabilità è opprimente. Cinque vittorie. Un pareggio. Nove sconfitte. La classifica del Championnat National ha già contorni preoccupanti. Il club è 14esimo, a un passo dalla retrocessione. Il paradosso è che il verdetto del campo ha un’importanza relativa. Anche per un gruppo che è soprattutto una squadra sportiva. Perché il Red Star ha smesso da tempo di essere franchigia. Ora è simbolo. L’importante non è dove gioca. Ma quando gioca. Pochi altri club hanno un’immedesimazione così forte con il tessuto sociale che li circonda.

Red Star vuol dire Saint-Ouen, un agglomerato a nord di Parigi famoso per il suo mercato delle pulci. E per la nomea di zona difficile. Quasi cinquantamila anime che sembrano vivere in Clan Banlieu dei Modena City Ramblers. Nel corso del tempo il dipartimento Senna-Saint-Denis è diventato punto di arrivo di un flusso migratorio che partiva delle colonie francesi africane e caraibiche. Fino a trasformarlo nella zona con la più alta concentrazione di stranieri del paese (circa il 36%). La disoccupazione si attesta intorno al 20%. La media francese è ferma all’8. Secondo uno studio il 25% della popolazione fra i 18 e i 24 anni non ha né un impiego né un percorso di studi che potrebbe facilitare la ricerca di un lavoro. Una situazione complessa che ha trasformato il Red Star in un polo d’attrazione, in un aggregatore di solitudini. Tanto che l’ex presidente della Repubblica François Hollande ha elogiato pubblicamente il ruolo del club nell’ottica di una “Francia diversa e multiculturale”.

Già l’atto di nascita della società ha i contorni della leggenda. Va in scena nel pomeriggio del 21 febbraio 1897. La Torre Eiffel sarà ultimata solo due anni più tardi, ma in un cafè ai piedi del cantiere avviene un incontro molto particolare. Jules Rimet ha 24 anni. Ed è deciso a lasciare segni del suo transito. Insieme al fratello Modeste raduna alcuni amici. L’idea è di creare un club che possa diventare un lenitivo per i poveri e per le classi disagiate che abitano nella zona. Un’intuizione nobile che fatica a essere racchiusa in un nome. Gli astanti si arrovellano per ore. Senza trovare una soluzione. È qui che l’epica si mescola alla realtà. Fino a renderle indistinguibili. La versione ufficiale attribuisce l’intuizione a Miss Jenny, la governante di casa Rimet. In quel momento aveva estratto dalla tasca un biglietto. Era quello del suo ultimo viaggio. Aveva attraversato la Manica su un’imbarcazione. E la compagnia si chiamava Red Star Ferries. Le era sembrato misterioso e affascinante. Così aveva deciso di pronunciarlo a voce alta. E tutti intorno a lei erano ammutoliti. Era perfetto.

La saldatura con la classe operaia era stata immediata. E inevitabile. La casa del Red Star era diventato lo Stade de Paris. Che ben presto era diventato lo Stade Bauer. Prendeva il nome dalla piccola strada sulla quale era stato edificato. Ma soprattutto da un’idea. Jean-Claude Bauer era un medico antifascista ucciso dai nazisti nel 1942. Ed è diventato uno dei numi tutelari del Red Star. Tutta l’iconografia del club, del resto, è fondata sul martirio e sulla resistenza. Lo scorso anno l’Adidas ha realizzato una maglia celebrativa che era diventata un libro di storia da indossare. Sulla casacca verde c’erano raffigurati uomini e donne che hanno fatto la storia della squadra. Non necessariamente dentro il campo. Una raccolta di santini in cui gioca un ruolo fondamentale Rino Dalla Negra, figlio di immigrati italiani che entra nella resistenza francese e che, prima di essere ucciso dai nazisti, scrisse una lettera al fratello chiedendo di salutare per lui il Red Star. Dalla Negra non ha mai vestito la maglia del club. Ma il suo ultimo pensiero la trasformato in un totem della società. Così come Eugène Maës, attaccante che in 4 stagioni con la squadra parigina aveva segnato quasi cento gol. La sua vita era stata spezzata durante la seconda guerra mondiale, quando era stato arrestato dalla Gestapo e poi deportato nel campo di concentramento di Mittelbau-Dora, dove sarebbe morto nel 1945. Una parabola che arriva fino a Lauryn Coulibaly, simbolo dell’apertura al calcio femminile e a una nuova prospettiva di uguaglianza.

Nel 2008 il club è finito in mano al regista Patrice Haddad, che ha cercato di recuperare la carica storica del club. Soprattutto dopo che i tifosi hanno bocciato un suo progetto da 200 milioni per la costruzione di un un nuovo stadio chiedendo l’ammodernamento del Bauer. Al momento dell’arrivo della nuova proprietà il club era sprofondato nella sesta serie del calcio francese. E da allora ha iniziato una lenta risalita, che nel 2015 lo aveva portato fino in Ligue 2. Ma il lavoro per trasformare il club in un’entità peculiare ha trovato il suo culmine un anno più tardi, quando David Bellion, attaccante del Red Star con un passato fra Sunderland, Manchester United, West Ham, Nizza e Bordeaux, è stato nominato direttore creativo del club. Una carica senza precedenti nel calcio francese. “Il Red star è un club underground, romantico e popolare amato dalla gente perché mantiene ancora quel sapore del calcio all’antica. È uno strumento molto potente di libertà e creatività”, ha detto qualche anno fa al Guardian. Il cuore del nuovo progetto è il Red Star Lab, ossia una piattaforma di laboratori dove i ragazzi possono scoprire e imparare discipline diverse, in modo da trovare una propria strada anche alternativa al calcio. Il programma è estremamente variegato: corsi di street art, fotografia, cucina, danza moderna, eloquenza, giornalismo, storia e scultura. “Se il Psg è un blockbuster hollywoodiano, il Red Star è un film indie che potrebbe essere diretto da Ken Loach o Michel Gondry. Noi vogliamo utilizzare il calcio per inviare un messaggio: vogliamo formare dei buoni cittadini. E per riuscirci dobbiamo lavorare sul fisico e nutrire le loro menti”, ha detto qualche settimana fa Bellion alla Bbc. Un progetto che vale più di qualsiasi salvezza.

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