di Clementina Sasso, astrofisica, Sara Gandini, epidemiologa/biostatistica

Venerdì 26 novembre sono stati presentati, in un convegno organizzato da Uisp Lombardia, i risultati di uno studio su Covid-19 e attività sportiva in età giovanile, a guida Ieo e con diverse collaborazioni esterne.

Lo studio ha analizzato le abitudini sportive dei giovani tra i 5 e i 25 anni durante la chiusura delle attività sportive, indagando anche la loro salute psicofisica e la diffusione del contagio. Il benessere psicologico di bambini e ragazzi è stato valutato attraverso una serie di questionari validati a cui hanno risposto i genitori per i più piccoli e gli stessi ragazzi dagli 11 anni.

I risultati indicano, prima di tutto, che la frequenza di casi positivi al Covid-19 è stata molto simile tra chi si è allenato e chi no, riscontrando addirittura una maggior frequenza di positivi tra chi non si è allenato (12%) rispetto a chi si è allenato all’interno di centri o società sportive (9%). La spiegazione potrebbe risiedere nel fatto che ci sia un miglioramento delle difese immunitarie in chi pratica sport oppure nel fatto che le attività sportive si siano svolte in contesti controllati e con misure preventive che hanno funzionato o una combinazione di entrambi i fattori. Non si è riscontrato nemmeno un aumento di contagi all’interno delle famiglie di sportivi, confermando che la diffusione del virus in questa classe di giovani sia stata correttamente valutata.

Dallo studio emerge ancora un altro dato che già era stato riscontrato in precedenza e cioè che il contagio aumenta tra le classi sociali più in difficoltà.

Per quanto riguarda la salute dei giovani, si registrano un aumento di peso (dell’1%) in 9 mesi e una minore aderenza alle linee guida dell’Oms tra chi non ha fatto sport. Fra gli under 15, chi si è allenato più di due volte alla settimana rischia meno ripercussioni psicologiche (del 46%) rispetto a chi ha interrotto l’attività. Ancora, il 75% del campione ha dichiarato di fare uso di dispositivi tecnologici a scapito dell’attività sportiva per più di due ore al giorno. Tra questi ragazzi, il rischio di ripercussioni psicologiche aumenta dell’82% rispetto a chi usa suddetti dispositivi per due ore o meno. Il dato risulta essere peggiore nelle regioni del sud e nelle isole.

Sembra chiaro da questi risultati che la chiusura delle attività sportive non solo non abbia aiutato a contenere la pandemia, perché gli sportivi non sono stati un vettore di contagio per i nuclei familiari, ma abbia comportato danni alla sfera psicofisica e sociale dei giovani.

Sappiamo bene che le linee guida dell’Oms raccomandano lo svolgimento di attività fisica per un corretto sviluppo e una migliore salute generale, in particolare nei bambini e ragazzi. Per questo motivo, si resta davvero interdetti all’estensione del green pass per le fasce d’età al di sotto almeno dei 25 anni. Limitare l’attività sportiva solo ai giovani che hanno il green pass non soltanto, come abbiamo visto, non contiene la diffusione del Covid, ma in più può condannare questi ragazzi ad avere problemi di salute fisica o disagi psicologici. Sembra quasi di rivivere quanto è accaduto con la chiusura delle scuole: anche lì si è dovuto faticare non poco per dimostrare che non fossero veicolo di contagio e quanto la loro chiusura condizionasse invece negativamente la salute di bambini e ragazzi.

Alla luce di tutto ciò, sembra davvero assurdo pensare di inasprire le condizioni del green pass per questa fascia d’età come invece è stato paventato: ci riferiamo, ad esempio, all’introduzione del green pass sui mezzi pubblici locali che potrebbe impedire di fatto agli studenti di raggiungere la scuola o l’attività sportiva.

Abbiamo sempre ribadito e lo facciamo ancora una volta che questa pandemia va affrontata per fasce d’età e considerando le pubblicazioni scientifiche. Il green pass, misura a nostro avviso già di per sé discriminatoria, sui più piccoli può causare gravi danni non giustificati dalle misure di contenimento del virus.

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