Istituzioni e società civile si sono riuniti per riflettere sulla situazione delle periferie napoletane, a partire dal quartiere di Secondigliano. Uno dei quartieri più giovani della città dove però il tasso di abbandono scolastico riguarda un bambino e su due, dove nell’ultima tornata elettorale ha votato solo il 42% degli aventi diritto, ma soprattutto uno dei quartieri in cui si spara e in cui a cadere sono sempre più spesso i giovani. Qui l’ultimo omicidio è avvenuto poco più di un mese fa, proprio a poche decine di metri dalla sede dell’Associazione Larsec, l’unica attiva in un quartiere ad alto tasso criminale. Il Fatto Quotidiano ha organizzato a Napoli, proprio nella sede dell’associazione, un incontro che prende il nome dal reportage realizzato dalla vicedirettrice del Fatto Quotidiano Maddalena OlivaSecondigliano, un’altra Napoli – Dove morti e bambini convivono per strada” (RIVEDI LA DIRETTA).

All’evento hanno preso parte il presidente della Camera Roberto Fico, il sindaco partenopeo Gaetano Manfredi, il procuratore Giovanni Melillo e il presidente dell’associazione di quartiere Larsec Vincenzo Strino. Un momento di confronto in cui sono state analizzate tutte le criticità che si registrano nell’hinterland napoletano dove secondo il procuratore Melillo la situazione è sempre più preoccupante. “Credo che Napoli si trovi in un momento assai grave – ha spiegato – che non può essere affrontato con gli strumenti ordinari. La camorra è presente ed è forte. A volte leggo dei dati come ad esempio quello del calo delle estorsioni, ma questo succede, a mio avviso, solo perché ci sono meno denunce o addirittura sono sempre più le attività economiche che ormai sono state direttamente assorbite dal tessuto criminale, quindi non c’è nulla da estorcere se non a se stessi. Il problema – prosegue – è che si vuole affrontare la camorra confidando solo nell’azione repressiva ma non basta. Avverto un senso di isolamento della magistratura nel constatare continuamente che dopo gli arresti e i sequestri c’è poco altro. I beni confiscati restano inutilizzati, le periferie continuano a non avere luoghi attrattivi, scuole, biblioteche e in questo contesto i giovani finiscono facilmente in mano ai clan”. Un contesto i cui però l’azione del mondo dell’associazionismo di quartiere può rappresentare uno spiraglio di luce e un punto di partenza per contrastare la cultura camorristica. “È necessario dare ai ragazzi un altro modello in cui identificarsi – spiega Maddalena Oliva – perché altrimenti diventa un circolo vizioso in cui il bambino che già passa gran parte del suo tempo per strada viene facilmente prelevato dalla camorra che in un certo senso se lo crescerà, per questo l’azione di queste associazioni di territorio sono fondamentali ma vanno supportate dalle istituzioni per far comprendere ai ragazzi che c’è un’altra strada

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